Max Stirner

Il liberalismo politico

(1845)

 



Nota

Questa è una delle critiche più feroci del liberalismo politico che sia mai stata scritta. Chiaramente, non tutto quello che è attribuito ai pensatori e ai sostenitori del liberalismo dovrebbe essere gettato nella spazzatura, sulla base della critica micidiale di Stirner.

Tuttavia molti sarebbero d'accordo nell'affermare che la sostituzione del potere personale (del re, del nobile) con poteri impersonali (lo stato, la nazione, la legge) come sostenuto e attuato storicamente dai partiti liberali, ha condotto alla installazione di un potere più assoluto e invadente di molti di quelli che sono esistiti in passato.

Per questo motivo, la difesa appassionata, formulata da Stirner, dell'individuo, dell'essere umano unico, dell''egoista' che cerca il suo benessere, non deve essere ridicolizzata anche quando è espressa in un linguaggio crudo che potrebbe respingere invece di attrarre coloro che sono a favore della dignità e della libertà della persona.

 


 

Dopo che il calice della cosiddetta monarchia, assoluta fu vuotato sino alla feccia, nel diciottesimo secolo, vi fu chi s'accorse troppo bene che il liquore contenutovi aveva un sapore d'extraumano, sì che incominciò a desiderare un altro calice. I nostri padri, uomini com'erano, domandarono finalmente d'esser considerati quali uomini.

Chi in noi vede altra cosa che l'uomo, è da noi tenuto quale un essere inumano, e come tale trattato; chi invece ci riconosce per uomini e ci difende nel pericolo, è da noi rispettato quale nostro vero protettore e patrono.

Uniamoci dunque fortemente e difendiamo l'uomo nell'uomo; allora nella nostra unione troveremo la protezione che ci abbisogna, ed in noi, che siamo uniti, scorgeremo una comunione di individui consci della propria dignità umana, e associati  perché "uomini". La nostra unione rappresenta lo Stato, e noi che ci teniamo uniti formiamo la Nazione.

Nel nostro complesso, quale Stato o Nazione, noi restiamo semplicemente uomini. La nostra condotta individuale, gli istinti naturali cui ci assoggettiamo riguardano la vita privata; la nostra vita pubblica o la nostra condotta verso lo Stato è puramente umana. Ciò che in noi vi é d'antiumano e d'egoistico viene abbassato al grado di faccenda privata, e noi distinguiamo rigorosamente lo Stato dalla "società borghese" nella quale l'egoismo si fa largo a sua posta.

Il vero uomo è la Nazione, il singolo individuo è sempre un egoista. Spogliatevi dunque della vostra individualità nella quale s'annidano l'ineguaglianza egoistica e la discordia, e dedicatevi interamente al vero uomo, alla Nazione od allo Stato. Allora avrete valor vero di uomini, ed otterrete tutto ciò che appartiene all'uomo; lo Stato, il vero uomo, vi conferirà il diritto d'essere dei suoi, e vi farà dono dei "diritti dell'uomo"; l'uomo vi darà i suoi diritti.

Così parla la borghesia.

Il regime borghese s'informa all'idea che lo Stato sia il tutto nel tutto, che sia il vero uomo, e che il singolo non acquisti valore che col far parte dello Stato. Nel buon cittadino esso pone ogni sua aspirazione; all'infuori di ciò nulla conosce di elevato, all’infuori dell'ambizione già ormai vetusta d'essere un buon cristiano. La borghesia si sviluppò nella lotta contro le classi privilegiate, dalle quali era stata trattata generosamente da "terzo Stato" e confusa con la "canaglia". Sino allora dunque nello Stato la eguaglianza dei cittadini era ignota. Al figlio del nobile erano riservate le alte cariche, alle quali invano alzavano lo sguardo i migliori della borghesia. Contro di ciò si sollevò il sentimento borghese. Nessuna distinzione, nessuna preferenza, nessuna differenza, di casta! Tutti siamo uguali! Nessun interesse particolare sia quind'innanzi favorito; ma unicamente l'interesse universale. Lo Stato deve essere l'unione di uomini liberi e uguali tra di loro, e ciascuno deve dedicarsi al "bene comune", confondere la propria individualità nello Stato, fare dello Stato il proprio fine e il proprio ideale. Lo Stato, lo Stato! era il grido di tutti, e d'allora in poi non si fece che ricercare il "vero ordinamento dello Stato" la costituzione migliore, lo Stato, cioè, nella sua miglior concezione.

L'idea dello Stato penetrò in tutti i cuori e destò l'entusiasmo; servire lui, il nuovo Dio terrestre, divenne un nuovo culto.

Sorgeva l'èra politica per eccellenza. Servire lo Stato e la Nazione divenne il più sublime degli ideali, l'interesse dello Stato il supremo interesse, il servizio allo Stato (al quale si può partecipare senza essere impiegati dello Stato), il più grande degli onori. Con ciò furono messi al bando gli interessi particolari e le individualità, ed il sacrificio per lo Stato era divenuto lo " shibboleth " [1].

Bisogna rinunziar a sé stessi e vivere per lo Stato. Bisogna operare disinteressatamente, non bisogna voler recar vantaggio a sé stessi bensì allo Stato. Questo è divenuto la vera persona, dinanzi alla quale ogni individualità scompare. Con ciò, l'egoismo antico si mutava in disinteresse e in impersonalità incarnata.

Dinanzi al Dio — raffigurato dallo Stato — ogni forma di egoismo dileguava, tutti diventavano uguali, senza distinzioni: uomini, e null'altro che uomini.

La materia facilmente incendiabile della "proprietà" fu la causa della rivoluzione. Il governo aveva bisogno di denari. Ormai occorreva dimostrar vera la tesi che il governo è assoluto e perciò proprietario esclusivo di ogni cosa; conveniva dunque togliere ai sudditi il denaro che si trovava bensì in loro possesso, ma di cui soltanto lo Stato era il vero padrone. Invece di far ciò si convocarono gli Stati generali, chiedendo che concedessero allo Stato quel denaro di cui aveva bisogno. La paura delle ultime conseguenze distrusse l'illusione del governo assoluto; chi ha bisogno di farsi accordar qualche cosa, non può più esser riguardato come assoluto. I sudditi riconobbero ch'essi erano i proprietari legittimi e che a loro apparteneva quel denaro che si domandava.

Quelli che sino allora erano stati sudditi riconobbero così di esser proprietari.
Bailly [2] descrive ciò in poche parole: " Se in difetto del mio consenso voi non potete disporre della mia proprietà, tanto meno potrete senza mia volontà disporre della mia persona e di tutto ciò che riguarda la mia condizione spirituale e sociale. Tutto ciò è mia proprietà, come il pezzo di terra che io coltivo; ed io vi ho diritto, come ho l'interesse di creare le leggi da me stesso". Dalle parole di Bailly si sarebbe, è vero, potuto arguire che ciascuno fosse proprietario. Invece in luogo del governo, del principe, subentrò quale proprietaria e signora — la Nazione. Da allora in poi l'ideale ha nome — "libertà del popolo" — "il popolo libero" ecc.

Già l'8 luglio 1789 la dichiarazione del vescovo d'Autun e di Barrères [3] distrusse l'apparenza che ciascuno, individualmente, potesse avere un'importanza qualunque nella legislazione, e dimostrò l'intera impotenza dei committenti; la cosiddetta maggioranza dei rappresentanti è divenuta padrona. Quando il 9 di luglio fu esposto il progetto sulla divisione dei lavori della costituzione, Mirabeau [4] osservava: "Il governo non ha dalla sua parte che la Violenza, ma nessun diritto l'assiste; nel popolo soltanto deve esser ricercata la fonte di ogni diritto". Il 16 luglio lo stesso Mirabeau esclama: "Non è il popolo la fonte d'ogni potere?" Ah, dunque dal potere sorge il diritto!

Di passaggio, qui si scopre che la vera essenza del diritto è la forza. "Chi ha la forza, ha anche il diritto".
La borghesia è l'erede delle classi privilegiate.
E di fatto i diritti che furono tolti ai baroni,  perché "usurpati", furono dati alla classe borghese. Poiché la borghesia si chiamava ormai Nazione.

Nelle mani della "Nazione" furono resi tutti i privilegi. Con ciò essi cessarono d'esser chiamati "privilegi" e presero nome di "diritti".

La Nazione da allora in poi esige le decime e le prestazioni; essa ha ereditato il diritto di signoria, il diritto di caccia, la dominazione sui servi della gleba. La notte del 4 agosto 1789 segnò la morte dei privilegi (anche le città, i comuni, i magistrati godevano privilegi e diritti di signoria) e sorse la nuova aurora del "diritto", dei "diritti dello Stato", dei "diritti della Nazione".

Il monarca nella persona del "re" era stato un monarca ben meschino in confronto al nuovo monarca, la "Nazione sovrana". Questa nuova monarchia era mille volte più dura, più rigorosa, più conseguente.

Al nuovo monarca non potevasi opporre più alcun diritto, alcun privilegio; in confronto a questo nuovo potere, quanto si rivela limitato quello del "re assoluto", dell'antico regime! La rivoluzione ebbe per effetto la trasformazione della monarchia limitata in monarchia illimitata. D'ora innanzi ogni diritto, che non emana da questo nuovo monarca, diventa una "arroganza", e ogni privilegio che esso sancisce si trasforma in "un diritto".

I tempi volevano una monarchia assoluta che tale fosse in realtà; perciò cadde quella monarchia, solo di nome assoluta, che aveva saputo tanto poco rendersi conforme al suo titolo, da esser limitata da mille piccoli signorotti.
Ciò che era stato il desiderio, l'aspirazione dei secoli, la ricerca, cioè, d'un padrone assoluto, vicino al quale non potessero sussistere altri signori e signorotti che ne limitassero la possanza, fu tradotto in realtà dalla borghesia. Essa ha rivelato il signore che solo dispensa titoli legalmente validi, e senza la cui concessione nessuna cosa ha un "valore legale".

"Noi sappiamo bene che gli idoli nel mondo non sono nulla, e che nessuno è Dio all'infuori dell'unico e solo Dio" (Prima Lettera ai Corinti, 8, 4)

Del diritto non è possibile, come di un diritto, sostenere che sia un "torto"; solo, al più si può affermare ch'esso è un'illusione, un controsenso. Se lo si chiamasse "torto" bisognerebbe opporgli un altro "diritto" in relazione al quale potesse essere giudicato. Ma se si rigetta il diritto come tale, il diritto in sé e per sé, si ripudia nel medesimo tempo il concetto del "torto", annullando così il concetto stesso del diritto del quale l'idea del torto, suo contrario, fa parte.

Che cosa significa: "noi possediamo l'uguaglianza dei diritti politici"? Questo solamente: che lo Stato non si cura affatto della singola persona; che per lui questa, al pari di tutte le altre, non ha alcun significato importante, oltre quello materiale.

Io non m'impongo allo Stato  perché sono un nobile, il figlio d'un gentiluomo o anche soltanto l'erede d'un officiale dello Stato, le cui funzioni mi spettino per diritto ereditario (come nel Medio Evo p. es. le contee ecc., ed anche più tardi gli impieghi ereditari sotto la monarchia assoluta). Ora lo Stato ha una quantità innumerevole di diritti da conferire, quali, per esempio, il diritto di comandare una compagnia di soldati o il diritto di far lezione alle università; egli solo li può conferire  perché gli appartengono, essendo, tutti codesti, non altro che diritti politici. E per lo Stato è indifferente ch'essi siano conferiti all'uno piuttosto che all'altro, purché quegli che li ottiene sappia adempire agli obblighi che nascono dall'ufficio che gli è attribuito. Per lo Stato noi siamo tutti uguali e tutti in qualche modo graditi; nessuno è considerato da più o da meno di un altro. Che il comando dell'armata sia ottenuto da questo o da quello poco mi importa, dice lo Stato sovrano, purché colui che lo consegue conosca bene il suo mestiere. "Uguaglianza dei diritti politici" significa dunque che ognuno è in condizione di conseguire qualunque diritto che possa essere dallo Stato concesso, purché adempia ai doveri che ne derivano. I quali doveri sono insiti nella natura del diritto di cui nel singolo caso si tratta, non già in un privilegio della persona (persona grata). Così ad esempio, la natura del diritto d'esser officiale implica la necessità d'avere il corpo sano e certe determinate cognizioni, ma non richiede nobili natali; se invece anche al più meritevole dei cittadini talune cariche fossero precluse, ne seguirebbe un'ineguaglianza nei diritti politici. Tutti gli Stati odierni, quale più e quale meno, si sono attenuti a questo principio d'uguaglianza.

La monarchia delle classi (cosi chiamerò la monarchia assoluta, l'età dei re, prima della rivoluzione) sottometteva il singolo a mille altre piccole monarchie, le quali erano delle caste: come le corporazioni, la classe aristocratica, il clero, la borghesia, le città, i comuni, ecc. In ogni luogo il singolo doveva considerarsi anzitutto quale un membro di queste piccole divisioni nelle quali la Società era ripartita e doveva prestare cieca obbedienza allo spirito al quale esse erano informate, l'esprit de corps. Così al nobile, più di sé stesso, doveva importare della famiglia, dell'onore della sua schiatta. Soltanto in virtù della corporazione, cui apparteneva, il singolo aveva dei rapporti colla corporazione maggiore, che era lo Stato, alla stessa guisa che nel cattolicesimo il singolo comunica con Dio per mezzo del prete. A ciò pose fine il terzo Stato, negando arditamente d'essere, egli stesso, uno Stato, e con l'elevarsi al grado di Nazione. Con ciò egli creò una monarchia molto più perfetta ed assoluta, nella quale scomparve il principio delle caste prima d'allora dominante.

Non è dunque giusto affermare che la rivoluzione sia stata diretta contro le classi più privilegiate, bensì si deve dire che essa intese eliminare le piccole monarchie esistenti entro lo Stato. Ma infranta la dominazione delle classi privilegiate (anche il re non era che il re delle classi, non un re borghese) rimanevano gli individui sottratti al giogo dell'ineguaglianza di classe? Dovevano essi restare senza alcun legame? No, perché non per altro il terzo Stato si era sollevato se non nell'intento di non più formare uno Stato tra altri Stati, bensì uno Stato unico. Quest'unico Stato è la Nazione, lo "Stato" per eccellenza (Status). Che cosa era divenuto allora il "singolo"? Un protestante politico! poiché era entrato in immediato rapporto col suo Dio, lo Stato, Egli non era più un nobile in una monarchia aristocratica, non era più un operaio in una repubblica di corporazioni, bensì egli e tutti gli altri non riconoscevano che un padrone unico, lo Stato dal quale tutti, senza eccezione, ottennero il titolo onorifico di "cittadini".

La borghesia è la nobiltà del MERITO: "al merito il premio" è il suo motto. Essa aveva lottato contro la nobiltà "oziosa" poiché, secondo il criterio della nobiltà acquisita col lavoro e coi meriti, non si nasce già "liberi"; e non la persona in sé, qualunque essa sia, è libera, ma tale è soltanto quella che di libertà è degna, quella che onestamente ha "servito" (il suo re, lo Stato, il popolo negli Stati costituzionali). Col servire si acquista la libertà, cioè "il merito", quand'anche il padrone fosse il "mammone". Bisogna rendersi benemeriti dello Stato, cioè del principio che informa lo Stato, del suo spirito morale. Chi serve codesto spirito dello Stato, è, a qualunque professione si sia dedicato, un buon cittadino. Agli occhi dei buoni cittadini gli "innovatori" si occupano di “un'arte che non dà pane”; soltanto il "mercante" è "pratico"; e dotato di spirito mercantile è tenuto colui che va alla caccia degli impieghi, colui che nei commerci si preoccupa di mettere da parte un gruzzolo, colui che sa rendersi utile in qualche modo a sé stesso e agli altri. Ma se i benemeriti sono tenuti in conto di liberi (dopotutto di che cosa manca la libertà del borghese che ama i comodi, e scrupolosamente attende al suo officio?) i servi sono i liberi. Il servo ossequioso è l'uomo libero. Quale crudele controsenso! Eppure questa è l'intima significazione della borghesia, ed il suo poeta Goethe ed il suo filosofo Hegel hanno trovato il modo d'esaltare la dipendenza del soggetto dall'oggetto, l'obbedienza al mondo oggettivo, e così via. Chi serve unicamente una causa, e ad essa "si dà interamente", quegli, solo, possiede la vera libertà. E questa causa per gli esseri pensanti era la ragione, quella — come già la Chiesa e lo Stato — promulga leggi universali, e mediante l'idea dell'umanità avvince il singolo con le sue catene. Essa decreta ciò che deve ritenersi per vero, ciò che deve servire di norma. Nessuno è più ragionevole del servo ossequiente, al quale, meglio che ad ogni altro, spetta il nome di buon cittadino.

Che tu possa esser ricco sfondato o povero in canna — allo Stato borghese poco importa; purché tu appaia inspirato a "sentimenti di devozione per lo Stato". Questo solo egli ti domanda e questo sopra tutto intende inculcare in tutti. Per ciò esso ti difende dai "malvagi suggerimenti", tenendo a freno i "tristi" e facendo ammutolire (per mezzo della censura, delle leggi sulla stampa e delle carceri) i loro discorsi sovversivi. Oltre a ciò esso conferirà ufficio di censori a persone di "non dubbia devozione" e farà esercitare su te un'influenza morale per mezzo dei "buoni". Quando t'avrà reso, così, sordo ai cattivi suggerimenti, esso aprirà ben volenteroso l'orecchio ai tuoi "buoni consigli".

Dall'età della borghesia data anche il liberalismo. Da tutte le parti si domanda che si dia luogo a ciò che è "ragionevole"; a ciò che è, come dicono, "all'altezza dei tempi".

La seguente definizione del liberalismo, fatta in suo onore, ne determina esattamente il carattere: Il liberalismo non è altro che la conoscenza della ragione applicata ai rapporti esistenti [5]. Sua mèta è "un ordinamento ragionevole", una "condotta morale", una "libertà temperata"; non già l'anarchia, l'assenza delle leggi, l'individualismo. Ma dove domina la ragione, ivi sparisce la "persona". L'arte non solo ha ammesso il brutto, ma anzi l'ha ritenuto necessario e gli ha assegnato un posto: essa ha bisogno del mostro. Anche nel campo della religione i liberali estremi vanno così oltre che essi vogliono che il più religioso degli uomini, il "mostro religioso", sia, al pari degli altri, considerato come cittadino dello Stato; essi non vogliono più saperne dei processi per eresia. Ma alla "legge della ragione" nessuno deve ribellarsi, altrimenti lo attende il più duro dei castighi. Ciò che il liberalismo vuole è la libera evoluzione; la manifestazione indipendente non della persona o “dell'io”, ma della ragione.

Si esige dunque la dominazione della ragione, che è pur sempre una tirannide. I liberali sono fanatici, non già a dir vero per la fede, per Dio, ecc., bensì per la ragione, che è la loro signora.

Essi non ammettono scherzi su questo punto, e perciò non consentono che l'individuo possa svolgersi e determinarsi a suo talento: essi lo tutelano ben peggio che gli autocrati più assoluti. "Libertà politica": che cosa si deve intendere per questa parola? Forse l'indipendenza del singolo dallo Stato e dalle sue leggi? No, tutto all'opposto, la dipendenza del singolo dallo Stato e dalle leggi dello Stato. Ma perché si parla allora di "libertà"?  perché non si è più divisi dallo Stato per l'intromissione di terze persone,  perché si è con esso in contatto immediato, infine  perché si è cittadini dello Stato, non più sudditi d'un'altra persona, fosse pure quella del re, che per noi non ha più valore se non come capo dello Stato. La libertà politica, questa dottrina fondamentale del liberalismo, non è altro che un secondo periodo del protestantesimo, e va di conserva con la "libertà religiosa" [Louis BLANC in Histoire des dix ans, I. p. 138, parlando dell'epoca della Restaurazione dice: « Le protestantisme devint le fond des idées et des moeurs ».]. O si potrebbe forse intendere per tale una libertà che ci "allontana" dalla religione? Tutt'altro. Con ciò si vuole indicare unicamente l'indipendenza da terze persone che hanno ufficio di mediatori, l'abolizione del "laicismo": lo stabilirsi cioè dei rapporti diretti con la religione e con Dio.

Soltanto supponendo l'esistenza d'una religione si può godere della libertà religiosa, poiché questa non significa assenza di religione, ma invece intensità di fede, comunicazione immediata con Dio. Per chi è "religiosamente libero" la religione è un affare dello spirito, un proprio affare, una sua "convinzione sacra". La stessa cosa è per l’uomo "politicamente libero"; lo Stato è una sua "convinzione sacra"; è questione di sentimento, questione essenziale, questione sua propria.

Libertà politica significa che la "polis" (lo Stato) è libera; libertà religiosa, che la religione è libera: allo stesso modo che "libertà di coscienza" vuol dire che la coscienza è libera; non già che "io" sia libero, indipendente dallo Stato, dalla religione, dalla coscienza. Non significa dunque la mia libertà bensì la libertà d'un potere che mi domina ed opprime; uno dei miei padroni, sia esso lo Stato o la religione, o la coscienza, è libero. Stato, religione, coscienza, questi deposti, mi rendono schiavo: la loro libertà significa il mio servaggio. Che in ciò essi seguano necessariamente la massima "il fine giustifica i mezzi" è naturale. Se la salute dello Stato è il fine, la guerra diventa un "mezzo" permissibile; se la giustizia è il fine, l'uccisione diviene un mezzo consentito e prende il nome di "esecuzione ", ecc.; lo Stato santifica tutto ciò che torna a suo vantaggio.

La "libertà individuale" sulla quale vigila geloso il liberalismo borghese, non significa affatto una libera e illimitata disposizione di sé stessi, (per cui tutti gli atti sarebbero miei esclusivamente) bensì soltanto l'indipendenza dalle persone. Individualmente libero è colui che non è tenuto a dar ragione a nessuno del suo operato. Preso in questo senso — e non si può accettarne uno diverso — non soltanto il monarca è libero individualmente,  perché irresponsabile verso gli uomini ("dinanzi a Dio" egli afferma la sua responsabilità), bensì liberi sono tutti i cittadini,  perché non "responsabili che dinanzi alla legge". Conquista dei moti rivoluzionali del secolo è questa specie di libertà, questa indipendenza dal capriccio di terze persone, dal "tel est mon plaisir". Ma per ottener ciò il principe stesso doveva essere spogliato d'ogni sua personalità, e dello stesso diritto di prender decisioni individuali, al fine di non ledere, quale persona, "la libertà individuale" degli altri.

La volontà personale del regnante è scomparsa nel principe costituzionale. A ciò ripugnano, assai giustamente, i principi assoluti, i quali precisamente vogliono esser riguardati quali principi cristiani nel miglior senso della parola, e credono di rappresentare un "potere puramente spirituale", poiché il cristiano non è soggetto che allo "spirito" (‘Dio è spirito’). Ma logicamente il solo principe costituzionale rappresenta il potere puramente spirituale, poiché egli appare così spiritualizzato dalla privazione d'ogni significazione personale, da sembrare un "fantasma", un'idea. Il re costituzionale è il vero re cristiano, la vera conseguenza logica del principio cristiano. Nella monarchia costituzionale si e spento il regno individuale, cioè la volontà personale del regnante: perciò nella monarchia costituzionale regna la libertà individuale, l'indipendenza, cioè, da ogni volere individuale, da chiunque voglia costringere altrui all'obbedienza col suo tel est mon plaisir. Essa rappresenta la vera vita dello Stato cristiano, una vita spiritualizzata.

La borghesia si comporta liberamente, in tutto e per tutto. Ogni invasione personale nel dominio altrui le ripugna: se il borghese si accorge che egli dipende dal capriccio, dall'arbitrio, dalla volontà d'un uomo singolo, da uno, cioè, che non rappresenta un "potere superiore" egli tosto innalza la bandiera del liberalismo e si apparecchia a combattere contro “l'illegalità”. Soprattutto egli vuole che la sua libertà non sia minacciata dai decreti che provengono da un potere personale (ordonnance).

Egli dice: "a me nessuno ha da comandare!" Il decreto (l'ordonnance) è la manifestazione della volontà di un altro uomo, mentre la legge non esprime la volontà di una persona determinata, ma quella dello Stato.

La libertà della borghesia è la libertà o l'indipendenza dalla volontà di un'altra persona, la cosiddetta libertà personale o individuale; perché essere personalmente libero significa per me essere libero in quanto nessun altra persona può disporre di me, ovvero che quello che io posso o non posso fare non dipenda dalla volontà di un altro. La libertà della stampa, per un esempio, è una delle tante libertà del liberalismo, che combatte la censura quale un atto d'arbitrio personale, ma nel resto è dispostissimo a tiranneggiare e a restringere, mediante apposite "leggi", la libertà in astratto proclamata. Insomma, i liberali domandano unicamente per sé stessi la "libertà dello scrivere"; poiché i loro scritti, essendo legali, non entreranno mai in conflitto con la legge. Ciò solo che proviene dai liberali, quello cioè che è informato a principi legali, deve poter essere stampato: per il rimanente provvedono le punizioni delle "leggi sulla stampa". Quando si vede assicurata la libertà personale, non si avverte più che progredendo sulla stessa via, si prepara la più triste schiavitù. Ci siamo liberati dai decreti, e "nessuno ha da imporci più cosa alcuna": ma, per contro, tanto più ossequiosi alla legge siamo diventati. E la conclusione è che noi veniamo asserviti, sotto tutte le forme, in nome della legge.

Nello Stato borghese non trovasi che "gente libera", la quale è costretta però all'obbedienza o all'osservanza di mille precetti (per es. a prestar omaggio, a professare una data religione, ecc.).

Ma che importa ciò? Chi ve la costringe non è che lo Stato, la legge, non già un singolo! A che cosa mira la borghesia col combattere ogni autorità che derivi dalla persona e ogni imposizione del singolo ? Essa non altro sa che lottare nell'interesse della "causa" contro la dominazione delle "persone"! La causa dello spirito è ciò che è ragionevole, buono, fondato sulla legge; questa la "buona causa". La borghesia esige l' impersonalità e se ne accontenta.

Ammesso poi il principio che sull'uomo la moralità soltanto o la legalità possono aver impero, non può essere logicamente ammessa la menomazione dell'uno per opera dell’altro (come prima avveniva, quando — ad esempio — il borghese era privato dei diritti di esclusiva spettanza dei nobili, e il nobile, a sua volta, non aveva facoltà di esercitare un'industria dei borghesi): deve cioè regnare la libera concorrenza. Oramai, solo la cosa, non la persona, dà modo al singolo di menomare i diritti d'un altro. D'ora in poi una sola dominazione è valida, quella dello Stato; personalmente nessuno ha diritto di padronanza sull'altro. Fin dalla nascita i bambini appartengono allo Stato, e appartengono ai genitori solamente in nome dello Stato; il quale vieta, ad esempio, l'infanticidio, impone il battesimo dei neonati, e cosi via.

Ma per lo Stato tutti i cittadini sono uguali ("uguaglianza civile politica"): ci pensino essi a trarsi d'impaccio il meglio che possono; e si facciano pure, quando è necessario, concorrenza.

La libera concorrenza altro non significa se non che ciascuno può imporsi agli altri, farsi rispettare dagli altri, lottare contro gli altri. Che questo non piaccia al partito feudale, è naturale, poiché la esistenza sua dipende dal "non concorrere". Le lotte dell'età della restaurazione in Francia non avevano altra causa, se non questa: che la borghesia lottava per la libera concorrenza e il feudalismo intendeva a ritornare all'èra delle corporazioni.

Ebbene, la libera concorrenza ha vinto e doveva vincere i fautori delle corporazioni.
La Rivoluzione è finita in reazione e ha con ciò manifestato apertamente il suo carattere. Poiché ogni aspirazione finisce in reazione nel momento in cui riacquista la ragione; non prosegue tempestosa nell'opera iniziata, se non sino a tanto che essa è il frutto d'una ebbrezza, cioè d'una "imprudenza". "Prudenza" sarà sempre la divisa della reazione,  perché la prudenza pone dei limiti, e libera ciò che è effettivamente voluto, cioè il principio, dalla "sfrenatezza" e dalla "intemperanza" originarie. I ragazzacci, gli studenti scalmanati che si ribellano a tutte le convenzioni sociali non sono in fondo che dei "borghesi". Quelle convenzioni che essi avversano sono l'unica loro preoccupazione: combatterle è sempre un riconoscerle, sia pure negativamente; quando più tardi vi si sottometteranno, sarà allora un riconoscerle positivamente.

Per gli uni come per gli altri le convenzioni sono l'oggetto di tutti i pensieri e di tutti gli atti: e cosi il borghese è un reazionario, cioè un ragazzo che acquistò il lume della prudenza, mentre il ragazzo spensierato è un borghese in erba. L'esperienza di ogni giorno conferma la verità di questa evoluzione e dimostra che i rodomonti diventano buoni borghesi quando i capelli incominciano ad incanutire.

Cosi anche la cosiddetta reazione in Germania dimostra di non esser altro che la prudente continuazione di quegli entusiasmi che erano fervidi al tempo delle guerre di liberazione. La rivoluzione non era diretta contro l'ordine esistente delle cose, bensì contro un determinato ordine di cose, contro l'esistenza di quelle cose. Essa abolì un determinato monarca, non il monarca in generale (che anzi i Francesi furono tiranneggiati inesorabilmente); essa uccise gli antichi viziosi, ma non per altro che per assicurare l'esistenza a coloro che erano reputati, virtuosi (e vizio e virtù si distinguono tra loro a quel modo che un giovane di sentimenti primitivi dal borghese prudente).

Sino ai nostri giorni il principio rivoluzionario è rimasto ostinato nel voler lottare contro un determinato ordine di cose, nel voler riformare. Per quanto rinnovato, per quanto incessantemente coltivato sia il "prudente progresso", esso non riesce ad altro che a porre un nuovo regime in luogo del precedente; cosicché la rivoluzione diventa una riedificazione. La cosa sta sempre nella differenza tra borghesi giovani e borghesi vecchi. Borghesemente ebbe principio la rivoluzione con l'elevazione del terzo Stato, dello Stato di mezzo; e borghesemente essa si è esaurita.

Non l'uomo singolo (ed egli solo è veramente l'uomo) divenne libero, bensì il cittadino: l'uomo politico (il quale, appunto perciò, non è il vero uomo, ma invece nulla più che un esemplare della specie umana, e particolarmente della specie borghese) è un libero cittadino.

Nella rivoluzione non l'individuo lottava per la storia, bensì il popolo: la Nazione sovrana voleva compiere ogni più alta cosa, Che un' idea, quale è quella della Nazione, sottentri, e i singoli diverranno gli strumenti di quell' idea ed opereranno quali "cittadini".

La borghesia segnò la sua potenza (e i suoi confini ad un tempo) in una carta, la legge fondamentale dello Stato; e la confidò ad un principe legittimo (cioè "giusto") il quale regola sé stesso a seconda dei "dettami della ragione"; la fondò, in breve, sulla legalità. Il periodo borghese è dominato dallo spirito britannico della legalità. Un'adunanza, per esempio, di Stati provinciali, costantemente ricorda che le sue prerogative non vanno oltre a un certo termine, e che essa è stata convocata in virtù di una concessione per la quale anche può esser disciolta.

Ma se è vero che non si può negare che mio padre m'abbia generato, è vero pure che, ora che sono generato, poco m'interessarono i motivi e il fine per cui altri mi creò; io faccio quello che voglio. Giustamente dunque un'adunanza degli Stati, la francese,nei primordi della rivoluzione riconobbe che essa era indipendente da colui che l'aveva convocata. Essa esisteva e sarebbe stata ben stolta a non far valere il diritto della propria esistenza, a ritenersi dipendente come un figlio del padre. Colui che è chiamato non ha più a domandarsi: quale era l'intenzione del convocatore nel crearmi? — bensì: che cosa farò io ora che ho obbedito alla chiamata?

Né il convocatore, né i committenti, né la carta che originò la convocazione, rappresenteranno più per il convocato un potere sacro intangibile. Egli è autorizzato a far tutto ciò che sta in suo potere; egli non ammetterà una "autorizzazione limitata", non vorrà esser chiamata "ligio".

Se qualcosa di simile fosse lecito attendere dalle Camere, si otterrebbe una Camera perfettamente "egoista"; non legata da alcun cordone ombelicale; senza scrupoli e senza riguardi. Ma le Camere sono sempre devote; e per ciò non deve destare meraviglia se in esse prevale un "egoismo" incerto, irresoluto, mascherato d'ipocrisia.

I membri degli Stati devono muoversi entro certi limiti segnati a loro dalla carta, dalla volontà del principe, ecc.; in caso diverso essi devono "uscire" dalla rappresentanza. Ora quale uomo amante del dovere dunque oserebbe porre in cima ad ogni cosa la propria convinzione e la propria volontà? Chi potrebbe essere così immorale da affermare sé stesso anche se il corpo istituzionale e ogni cosa dovessero andare in rovina? Perciò ci si attiene gelosamente ai limiti delle proprie "prerogative"; i confini della propria potenza già ci costringono a non uscirne, nessuno potendo fare più di quello che può. "La mia potenza o la mia impotenza sarebbero il mio solo limite; i diritti, invece, sono le leggi che mi vincolano". A queste dovrei io ribellarmi? No, no, io sono ora cittadino schiavo della legge.

La borghesia professa una morale, che è intimamente connessa alla sua essenza. La sua prima esigenza è che si facciano degli affari sicuri, si eserciti un mestiere onesto, e si abbia una condotta morale. Immorali sono il cavaliere d'industria, la donna di facili costumi, il ladro, l'assassino, il giocatore, l'uomo sprovvisto di mezzi di fortuna, l'uomo ozioso, l'uomo leggero. Simili persone il bravo borghese le condanna con la sua "profonda indignazione". Ciò che manca a costoro è quella specie di diritto alla vita che è dato da un commercio solido, da mezzi d'esistenza sicura, da rendite stabili. Essi fan parte dei "singoli" o dei singolari, del pericoloso proletariato: sono degli "schiamazzatori solitari" che non danno alcun serio affidamento e che "nulla avendo da perdere", nulla hanno da arrischiare. Il matrimonio vincola l'uomo, e questo vincolo è per la società un affidamento: ma chi risponde della prostituta? Il giocatore arrischia tutto ciò che possiede, rovina sé ed altri con lui; non offre dunque garanzia alcuna.

Si potrebbero comprendere sotto il nome di vagabondi tutti coloro i quali per il buon borghese sono gente sospetta, avversa, pericolosa;  perché al borghese spiace tutto ciò che sa di vita irregolare. E vi sono poi — e paiono più temibili — i vagabondi spirituali per i quali riesce troppo angusto l'antico domicilio intellettuale paterno, e ne vogliono uscire all'aperto. Insofferenti dei limiti cari ai pensatori moderati (cui pare sacro tutto ciò che all'universale reca sollievo e conforto); desiderosi di saltare oltre le barriere della tradizione; vaghi d'esercitar il loro pensiero in una continua ardita critica irriverente. Costoro formano la classe degli irrequieti, dei volubili, degli instabili, vale a dire dei proletari, e si chiamano, quando si fanno sentire, le "teste irrequiete".

Questo è il significato e il concetto del cosiddetto proletariato e del pauperismo. Quanto è erroneo il credere che la borghesia sia mossa dal desiderio di far cessare la miseria (il pauperismo) e a ciò si adoperi con tutte le forze ! Ben all'opposto: il buon borghese s'accontenta della convenzione straordinariamente confortante che i "beni di fortuna" sono dispensati inegualmente, e che cosi sarà sempre, secondo il saggio decreto divino. "La miseria", che lo circonda ogni pie' sospinto, non lo turba granché; al più egli si toglie d'impiccio gettando qua e là un'elemosina, o procurando lavoro e nutrimento a qualche "giovanotto onesto e utile alla società". Ciò che veramente lo turba è la miseria malcontenta e smaniosa d'innovazioni, quella di coloro che non sanno mantenersi tranquilli, e incominciano a commettere stravaganze, e si agitano inquieti. Cacciateli in prigione quei vagabondi, quei suscitatori di torbidi ! Essi vogliono "suscitare il malcontento nello Stato ed aizzare il popolo contro le leggi esistenti" — lapidateli, lapidateli !

Ma, a loro volta, i malcontenti fanno questo ragionamento: per i buoni borghesi può esser indifferente che un re assoluto o un re costituzionale, o una repubblica, invece, proteggano i loro princìpi: purché qualcuno li protegga. E quali sono questi princìpi, di cui hanno caro il difensore? Non certo quello del lavoro e ancora meno quello della nascita! Bensì quello della mediocrità, dell'aurea mediocrità: qualche po' di nascita e qualche po' di lavoro; in altre parole un possesso che possa dare una rendita. Possesso significa qui quello che è solido, che è dato, ereditato (con la nascita); il mettere tutto ciò a frutto rappresenta il lavoro, la fatica; dunque un capitale impiegato nel lavoro. Ma badiamo bene: non oltrepassare la misura, non scapestrare nel radicalismo! Si ammette, sì, il diritto di nascita: ma quale possesso legittimo non s'ammette che il lavoro, cui concorrono unite le forze del capitale e dei devoti operai.

Quando un'età è soggiogata da un errore, gli uni cercano di trarne profitto, gli altri invece ne riportano un danno. Nel Medio Evo era universale la credenza erronea tra i cristiani che la Chiesa dovesse avere la supremazia in terra: la gerarchia ecclesiastica era convinta di ciò non meno dei laici, e gli uni e gli altri soggiacevano al fascino di questo orrore. Ma la gerarchia, in virtù di esso, aveva il vantaggio di avere nelle sue mani il potere, e i laici il danno di esser a quel potere soggetti. Se non che — dice il proverbio: "Sbagliando s'impara"; e i laici finirono per imparare e non prestarono più fede alla "verità medioevale". — La stessa cosa avviene dei rapporti tra borghesi ed operai. Sia gli uni che gli altri credono alla verità del denaro; quelli che non lo possiedono ci credono quanto quelli che lo posseggono; i laici, dunque, al pari dei preti.

"Il denaro governa il mondo" ecco il principio cardinale del secolo borghese. Un nobile senza fortuna e un miserabile operaio contano lo stesso, cioè nulla: nulla contano nascita e lavoro; il denaro solo conferisce valore alla persona. Quelli che lo posseggono dominano, ma lo Stato educa tra i non abbienti i suoi "servi" e li paga con denaro in conformità dei servizi che ne riceve.

Io ricevo tutto dallo Stato. Ho io qualche cosa senza l'autorizzazione dello Stato? Ciò che io posseggo senza suo consenso o contro il suo decreto egli me lo ritoglie non appena scopre che non ho i titoli legali per ritenerlo. Non possiedo io dunque ogni cosa per grazia sua, per sua autorizzazione? Su ciò soltanto, sui titoli di diritto, s'appoggia la borghesia. Il borghese è ciò che è per la protezione dello Stato, per grazia sua. Egli deve temere di perder tutto se lo Stato andasse in frantumi.

Ma come procedono le cose col proletario? Siccome costui nulla ha da perdere, egli non abbisogna d'una "protezione dello Stato". Anzi egli non può che trarre vantaggio se avvenga che lo Stato revochi la protezione ai suoi prediletti.

Perciò il nulla abbiente deve considerare lo Stato quale una potenza protettrice delle classi agiate, la quale ad esse conferisce privilegi per dissanguarlo.
Lo Stato è uno Stato borghese, è lo "Status" della borghesia. Esso non protegge l'uomo in ragione del suo lavoro, bensì della sua devozione (‘lealtà’), cioè secondo che egli gode ed esercita i diritti conferiti dallo Stato in conformità della volontà sua, cioè delle leggi.

Nel regime borghese i lavoratori vanno a cadere sempre nelle mani degli abbienti, di coloro che hanno a loro disposizione un bene dello Stato (tutto ciò che è posseduto appartiene infatti allo Stato, che lo distribuisce tra i singoli come un feudo), principalmente danari e ricchezze; dunque dei capitalisti. L'operaio non può trarre dal suo lavoro un frutto che corrisponda al valore che il prodotto di tal lavoro ha per colui che le consuma.

"Il lavoro è mal compensato!"
Il capitalista ne ritrae il guadagno maggiore.
Bene e più che bene non sono pagati che quei lavori che accrescono lo splendore e la potenza dello Stato, i lavori degli alti funzionari dello Stato. Lo Stato paga bene, affinché i suoi "buoni cittadini", gli abbienti, possono poi, a loro volta, pagar male, senza correr pericolo di sorta; egli assicura a sé stesso dei buoni servi coi quali forma una valorosa polizia (della quale fanno parte e soldati e impiegati d'ogni categoria: della giustizia, dell'istruzione, e così via). I "buoni cittadini" gli pagano volentieri le imposte più elevate, per aver il diritto di pagare tanto di meno i propri operai. Ma la classe degli operai è senza difesa (essa non gode la protezione dallo Stato, dacché quali soggetti dello Stato, soltanto, non già quali lavoratori, gli operai hanno diritto d'essere difesi dalla polizia); essa rappresenta una potenza avversa, nemica allo Stato, alla classe degli abbienti, al regno dei borghesi. Il principio che essa professa, il lavoro, non è valutato secondo il suo vero valore: esso viene sfruttato, come bottino in guerra, da parte degli abbienti — i nemici.

Gli operai hanno in mano loro il più immenso dei poteri, e se essi riuscirono a convincersi intimamente di ciò, nulla potrebbe loro resistere: basterebbe ch'essi sospendessero di lavorare e considerassero ciò che hanno prodotto come se fosse a loro appartenente. Questa è la significazione delle sollevazioni di operai che si succedono di tempo in tempo.

Lo Stato è fondato sulla schiavitù del lavoro.
Quando il lavoro sarà libero, lo Stato sarà perduto.

 


 

Note

[1] Il termine shibboleth indica una parola o espressione che, per le sue difficoltà di suono, è molto difficile da pronunciare per chi parla un'altra lingua o un altro dialetto. Per questa ragione, la parola è scelta come contrassegno per distinguere gli appartenenti a gruppi linguistici differenti. In questo caso vuol dire distinguere coloro che sono favorevoli da coloro che sono contrari allo stato.

[2] Jean-Sylvain Bailly (1736-1793), famoso astronomo e sindaco di Parigi durante i primi anni (1789-1791) della Rivoluzione Francese. Fu ghigliottinato il 12 Novembre 1793 durante il Regno del Terrore.

[3] Charles Maurice de Talleyrand-Perigord (1754-1838), vescovo di Autun and Barrère (1789-1791). Fu in seguito un astuto diplomatico al servizio di differenti re (Luigi XVI, Napoleone, Luigi XVIII, Carlo X, Luigi-Filippo)

[4] Il Conte di Mirabeau (1749-1791) fu il principale portavoce del Terzo Stato all'Assemblea Nazionale negli anni 1789-1791, durante la prima fase della Rivoluzione Francese.

[5] La citazione di Stirner è presa da pagina 12 di George Harwegh (a cura) Ein und zwanzig Bogen aus der Schweiz, Zürich e Winterthur, 1843. Questo testo, che contiene saggi di radicali tedeschi, fu pubblicato in Svizzera per sfuggire alla censura in Germania.

 


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