Yves Plasseraud

Scegliere la propria nazionalità
o
La storia dimenticata dell'autonomia culturale

(Le Monde Diplomatique, Maggio 2000)

 



Note

L’idea dell'autonomia personale, cioè la possibilità di scegliere di quale nazione essere membro e a quali norme aderire, trovò sviluppo soprattutto negli decenni antecedenti la prima Guerra Mondiale in alcune regioni dell'Europa Centrale che facevano parte dell'Impero Austro-Ungarico. Queste idee estremamente originali, che prevedevano l'introduzione di dosi più o meno grandi di autonomia culturale e di extra-territorialità, furono completamente schiacciate e del tutto obliterate dallo scoppio della guerra mondiale e dall'imposizione/accettazione dappertutto del monopolio della sovranità territoriale dello stato centrale, uno e indivisibile.

Questo saggio di Yves Plasseraud rappresenta un contributo molto utile e interessante per scoprire certe concezioni e per proseguire la ricerca su un tema straordinariamente importante per la risoluzione di conflitti in corso in varie parti del mondo.

Yves Plasseraud è docente di diritto, presidente del Gruppo per i Diritti delle Minoranze, Parigi.

 


 

I Balcani, l'Irlanda del Nord, i Paesi Baschi, il Caucaso, l'Africa, l'Indonesia, ecc. i conflitti che caratterizzano il periodo attuale si incentrano, sempre più di frequente, sulla questione delle minoranze e dei loro diritti. In assenza di risposte soddisfacenti, tali conflitti sfociano sovente su una volontà di secessione. È proprio vero che non esiste altra soluzione al problema se non la proliferazione degli stati, i quali sono portatori di instabilità e quindi di attriti a catena? L'autonomia personale costituisce senza dubbio un modello ricco di potenzialità per l'avvenire. La storia dell'Europa offre a questo proposito numerosi esempi su cui vale la pena di riflettere.

 

Introduzione

Il crogiolo di popoli differenti è sempre esistito, ma un tale fenomeno si è moltiplicato verso la fine del XX secolo a causa di milioni di rifugiati, di profughi e di lavoratori che emigrano e che si disperdono nel mondo. Non si contano più le commistioni etniche e culturali. Stando così le cose, pur in presenza di una vera volontà politica, diventa sempre più irreale pretendere di assicurare anche solo un minimo di diritti culturali a tutti. In particolare, come offrire l'accesso a un insegnamento nella propria lingua materna a persone sparpagliate in mezzo a popolazioni differenti?

Qualche anno fa si sono costatate le difficoltà di un tale sforzo in Bosnia dove tutti i progetti - anche quelli detti di "cantonizzazione" cioè la creazione di cantoni a popolazione culturalmente omogenea - si sono scontrati con l'impossibilità di dar corso alla proposta in presenza di una dispersione delle persone coinvolte. Da tempo circolano sul tema alcune idee e risulta interessante analizzarle. Infatti, il concetto di uno statuto personale per ogni individuo, indipendentemente dai suoi spostamenti sul territorio, è molto antico.

Dopo le grandi invasioni del V secolo, nell'Europa centrale (1), i diritti basati sulle tradizioni germaniche dei nuovi arrivati hanno convissuto, durante parecchi secoli, con il diritto romano, fino a quando, con la sedentarizzazione dei diversi gruppi, il diritto privato finì per unificarsi. L'idea della personalità delle leggi [cioè le leggi si rapportano alla persona a cui si applicano] si perpetuerà a lungo sotto forma di un regime di auto-amministrazione di talune popolazioni aventi caratteri particolari estremamente marcati. I Sassoni della Transilvania (nell'attuale Romania) ottennero così nel 1486, dal re di Ungheria Mathias I Corvino, un regime autonomo per la loro "nazione". La Costituzione della Transilvania si fondava allora sull'unione di tre nazioni: unio trium nationorum (2).

In Europa, alla fine del Medio Evo, in base agli interessi del momento, i sovrani accordavano talvolta agli Ebrei delle garanzie revocabili senza preavviso. Lo statuto degli Ebrei polacchi all'inizio dell'immigrazione degli aschenazi [Ebrei dell'Europa centrale e settentrionale] illustra bene tale politica. Arrivando nel regno della Vistola (la Polonia dell'epoca), gli Ebrei si vedevano offrire un certo numero di vantaggi che si reputava corrispondessero a quelli di cui beneficiavano nel loro paese di origine. I termini dello statuto concesso su queste terre nel 1264 dal duca Boleslav di Kalisz, sul modello dell'editto di Magdeburgo (3), sono emblematici a tale riguardo. Serviranno poi da modello a molti altri statuti posteriori.

A causa della sua religione e della sua "origine etnica" la comunità ebrea era colà riconosciuta come un corpo sociale particolare organizzata in comuni (in ebraico kehilot) che godevano dell'autonomia interna. Qualsiasi attentato a una persona o a un bene ebrei, considerati come proprietà del principe (servi camerae), era ritenuto come un attentato al patrimonio del sovrano.

Nel 1334, il re Casimiro III (Casimiro il Grande) estese questo regime a tutto il regno. Nel 1388, Vytautas di Lituania (4) seguì lo stesso esempio. Questo marchingegno di attrarre immigranti non era privo di intenzioni nascoste, essendo lo sfruttamento delle persone "protette" pratica corrente. Astuzia raffinata, il "metodo della spugna" consisteva nell'attirare ufficialmente gli Ebrei, perseguitati altrove, con dei vantaggi e delle garanzie largamente diffuse. Allorché la comunità interessata prosperava e diventava solvibile, la si espelleva, spogliandola così dei suoi beni e interessi. Successivamente, si proponeva agli Ebrei di rientrare riacquistando i beni e i vantaggi di cui essi erano stati spogliati...

Un altro modo di affrontare il problema delle minoranze religiose era il sistema ottomano dei millets (comunità di persone appartenenti ad una religione diversa dall'Islam). In un universo musulmano dove la religione e la società civile rappresentano un tutt'uno, le autorità di Costantinopoli, sottomesse ad una costante pressione da parte delle potenze occidentali, dovevano trovare un regime accettabile per i soggetti ottomani non musulmani ma appartenenti al "popolo della Bibbia". Dal momento che il musulmano possedeva, secondo il diritto coranico, uno statuto personale che non poteva essere alterato da nessun trasferimento territoriale, era naturale che uno statuto analogo fosse riconosciuto a coloro che erano sotto la protezione dell'Islam, i dhimmis. Questo statuto, secondo il regime detto delle "capitolazioni", fece dei Cristiani, soprattutto a partire dal XVIII secolo, i beneficiari di regimi giuridici particolari che operavano sotto l'egida degli Stati occidentali.

Per quanto riguarda l'Europa centrale, nel contesto delle rivoluzioni del 1848, troviamo le riflessioni di colui che fu chiamato il "Tocqueville ungherese", Jozef Eötvös (1813-1871). Ministro del governo democratico ungherese del 1848 e futuro architetto del compromesso austro-ungherese del 1867, questo barone illuminato è un precursore del pensiero occidentale per quanto riguarda le applicazioni concrete del principio delle nazionalità. Egli è uno dei primo, se non il primo, ad aver escogitato il sistema dell'autonomia personale.

Nella sua opera Il problema delle nazionalità (1856), formulando in maniera originale il parallelo tra religione e nazionalità, egli considera l'appartenenza ad una nazionalità (identificata nella lingua) come un diritto puramente individuale a carattere soggettivo. Nel contesto dell'epoca, questa visione laica dello Stato non porterà sempre l'autore a proporre un sistema costituzionale basato su tale riconoscimento; è solo in un periodo successivo, a Vienna, che queste idee troveranno uno sbocco concreto su piano politico.


« I proletari non hanno patria »

Con Karl Marx e più ancora con Friedrich Engels (5), la questione nazionale assume una importanza minore rispetto al concetto di classe. La nazione, formazione ritenuta temporanea e corrispondente ad una determinata fase dello sviluppo del capitalismo, non poteva che essere subordinata agli interessi storici del proletariato mondiale: i proletari, ben lo si sa, non hanno patria!

Nonostante questa convinzione, i fondatori del marxismo non mancarono di essere influenzati dalla questione nazionale, ma la presero in esame in una ottica del tutto strumentale, considerando le lotte di emancipazione delle nazionalità come un contributo al risveglio della coscienza delle masse. Essi distinguevano i grandi "Stati-nazione" ritenuti "in grado di funzionare" dalle piccole "nazioni prive di storia" (Geschichtslose Nationen), destinate a scomparire, come la nazione Ceca, Bretone, Baltica, e vedevano nell'esistenza dei grandi complessi statali dell'Europa centrale (al primo posto la Germania) un fattore accettabile solo nella misura in cui la costruzione di un mercato capitalistico unificato costituiva ai loro occhi una precondizione per lo sviluppo di condizioni rivoluzionarie.

Dal momento che l'obiettivo tattico era la distruzione dei "focolai reazionari", e nello specifico degli imperi russo e britannico, Karl Marx e Friedrich Engels furono però talvolta portati a dare il loro sostegno a "piccoli" nazionalismi nell'ambito della Russia (i Polacchi, i Balti), e, verso la fine del XIX secolo, Engels riconobbe che l'autonomia, se non addirittura l'indipendenza, delle unità nazionali è spesso la premessa per una azione rivoluzionaria efficace. Questa concezione, a costo di una certa vaghezza dottrinale, sarà fatta propria dalla Seconda Internazionale fondata a Parigi nel 1889.

A causa della struttura multietnica dell'Impero e di un certo clima di libertà intellettuale nell'Europa attraversata dal Danubio, i socialisti austro-ungheresi sono quelli che hanno approfondito, prima di altri, lo studio dei rapporti tra questioni sociali e quella nazionale. Guidati da una Legge Fondamentale (elaborata sulla base di un progetto del 1849) di cui l'articolo 19 già affermava: « Tutte le popolazioni dello Stato sono uguali di diritto, e ogni popolazione dispone del diritto inalienabile di coltivare la sua nazionalità e la sua lingua » (6), gli austro-marxisti hanno ben presto adottato al riguardo un approccio originale.

Il primo social-democratico ad aver tratteggiato un corpo teorico della questione nazionale è, nel 1887, l'Austriaco Karl Kautsky (1854-1938), che, a differenza dei "padri fondatori" formula la sua tesi sulla base di un esame focalizzato soprattutto sulla realtà inglese. Egli adotta una posizione pragmatica, a metà strada tra gli internazionalisti intransigenti e i partigiani dell'indipendenza nazionale. Ma le personalità più importanti a questo riguardo sono Karl Renner e Otto Bauer.

Il giurista moravo Karl Renner (1870-1950) assegna un posto importante alle nazioni, di cui deplora che, contrariamente alle Chiese, esse non godano, nell'ambito della doppia monarchia, di alcuna esistenza giuridica propria e debbano organizzarsi come partiti politici. Rigettando la dottrina « atomista centralista » (7) dominante, egli propone di suddividere l'impero Austriaco in un certo numero di province che corrispondano quanto più possibile alle ripartizioni etniche e nell'ambito delle quali l'elemento nazionale dominante abbia maggior peso rispetto agli altri gruppi in materia di lingua.

« La ripartizione delle nazionalità all'interno - sottolinea Karl Renner - dovrebbe basarsi naturalmente sulla densità di popolazione: i connazionali di una diocesi locale o di una circoscrizione formerebbero una comunità nazionale, vale a dire una corporazione di diritto pubblico e privato, con il diritto di emettere decreti e applicare imposte, e disponendo di fondi specifici. Un certo numero di comunità legate dal territorio e dalla cultura formerebbero un distretto nazionale con gli stessi diritti associativi. La totalità dei distretti formerebbero una nazione. Anche essa sarebbe soggetto di diritto pubblico e privato » (8). Nel quadro di questo Nationalitätenbundesstaat (9), le minoranze, raggruppate in « associazioni nazionali » di individui, godrebbero di « una autonomia culturale personale extraterritoriale » (10).

Ignorando il determinismo linguistico di Renner, il sociologo Otto Bauer (1880-1938) estende il campo di applicazione potenziale del sistema alle « nazioni senza storia » e persino ai proletari senza radici. In particolare, si occupa della cultura delle « minoranze proletarie » generate dalle migrazioni interne delle masse operaie, opponendosi a qualsiasi assimilazione forzata. Al tempo stesso, come Renner, Bauer si distanzia vigorosamente dai « separatismi », specificatamente quello ceco ed ebreo, che veicolerebbero ai suoi occhi una ideologia anti-assimilazionista contraria all'unità della classe operaia.

Ma, all'interno dell’Internazionale socialista, Lenin è decisamente ostile a quello che egli definisce lo "spirito di campanile" - benché una delle sue preoccupazioni fosse quella di riconciliare il proletariato russo con quello delle popolazioni dell'impero in lotta per la loro liberazione (11). Nel 1898, al congresso del Partito operaio social-democratico russo (POSDR), Lenin si oppone a quelli che sarebbero divenuti i menscevichi (12), fautori dell'autonomia culturale delle minoranze, i quali riconoscevano ad esse il diritto all'autodeterminazione. Al congresso della socialdemocrazia russa (1903) che segna la rottura tra bolscevichi e menscevichi (13), seppellendo le speranze degli extraterritorialisti, Lenin farà comunque adottare il principio del diritto all'autodeterminazione territoriale (punto 9) come principio di base del partito (14).


La questione Ebrea

Apparsa in un contesto urbano, la coscienza politica operaia degli ebrei si è sviluppata, fino all'ultimo decennio del XIX secolo, come reazione, da una parte, verso il razzismo diffuso e, dall'altra parte, verso il sionismo che cresceva in popolarità. Lo scopo era allora di ottenere diritti sociali « normali » per i lavoratori ebrei. Comunque, ben presto alcuni denunciarono il carattere utopico del sogno assimilazionista. A partire dal 1894, Martov (Youri O. Tsederbaum) ne mostra per primo le difficoltà. Per gli Ebrei, egli afferma, la lotta sociale e quella di liberazione nazionale devono andare di pari passo, nella misura in cui la natura dei rapporti di produzione del mondo ebreo dell'Europa dell'est non potrà mai generare una struttura sociale dotata, nel sua complesso, di una vera classe operaia (15).

Come creare una situazione rivoluzionaria? Due tesi si affrontano. Per i « territorialisti », la condizione necessaria è l'esistenza di un territorio nazionale e quindi l'autodeterminazione e la formazione di uno Stato ebreo. Per i federalisti [gli appartenenti al Bund ebreo] e gli altri « extraterritorialisti », il groviglio nell'Europa centrale di « nazioni senza storia » e il fatto che gli Ebrei, nel loro insieme, non pensano di espatriare, tutto ciò rende l'ipotesi dello Stato ebreo irreale. Dal momento che, per gli Ebrei, la nazionalità si confonde con la lingua e la cultura, è in questa direzione che essi si orientano a partire dal 1905 (terzo congresso del POSDR): la cultura sarà la patria a-territoriale degli Ebrei, e lo yiddish, l'idioma delle masse, la leva della loro lotta nazionale.

La dottrina austro-marxista dell'’autonomia culturale extraterritoriale sembrava fornire loro una soluzione giuridica. Purtroppo, secondo lo stesso Renner, il suo progetto non si adatta né alle diaspore né alle minoranze sparpagliate. Occorrerà dunque modificare la dottrina di Renner per adattarla al popolo Yiddish. I capi del Bund e del partito Serp [il partito degli operai socialisti ebrei] intraprendono questa riflessione (16), reclamando la fondazione di un partito multinazionale e la federalizzazione del POSDR su una base nazionale - e altre organizzazioni, in particolare l'Organizzazione operaia social-democratica armena si pronunciano nella stessa direzione. Agli occhi dei dirigenti del Bund, la Russia, sull'esempio dell'impero Austro-Ungarico, deve diventare una federazione di popolazioni autonome, anche se l'autonomia deve riguardare soltanto le province multietniche.

Il nazionalismo dei federalisti bundisti e di altri militanti ebrei, « territorialisti » o no (Poale-Tsion, Serp), li renderà sempre sospetti ai responsabili dell'Internazionale. Le loro idee sono, al contrario, ben accolte dalla base nella misura in cui la loro rivendicazione si fonda, in effetti - e questo può essere l'apporto fondamentale dei socialisti ebrei della Russia alla dottrina austro-marxista - su una cultura religiosa e sociale forgiata da secoli di autonomia nell'ambito dei kehilot. Sono precisamente questi elementi, ai quali non avevano pensato gli austro-marxisti, che dovrebbero permettere di applicare alle comunità ebree i principi dell'autonomia personale.

È nel 1916 che, integrando gli scritti degli austro-marxisti con gli apporti « russi » di Simon Doubnov, Vladimir Medem formulerà la dottrina del Bund in maniera sintetica: « Prendiamo il caso di un paese composto da parecchie nazionalità, ad esempio: Polacchi, Lituani ed Ebrei. Ciascuna di queste nazionalità dovrebbe creare un movimento distinto. Tutti i cittadini appartenenti ad una data nazionalità dovrebbero associarsi ad una organizzazione speciale che organizzerebbe delle assemblee culturali in ciascuna regione e una assemblea culturale generale per l'insieme del paese. Le assemblee speciali dovrebbero essere dotate di poteri finanziari particolari, avendo ogni nazionalità il diritto di riscuotere tasse sui suoi membri oppure distribuendo lo Stato, dai suoi fondi generali, una parte proporzionale del suo bilancio a ciascuna delle nazionalità. Ogni cittadino del paese apparterrebbe ad uno di questi gruppi nazionali, ma l'interrogativo a quale movimento nazionale sarà affiliato dipenderebbe dalla sua scelta personale, e non sussisterebbe il benché minimo controllo sulla sua decisione. Questi movimenti autonomi evolverebbero nel quadro delle leggi generali formulate dal Parlamento del paese; ma, nelle sfere di loro competenza, essi sarebbero autonomi, e nessuno di essi avrebbe il diritto di immischiarsi negli affari degli altri » (17).

Facendo chiarezza nella confusione tradizionale tra Stato e nazione, Medem propone in sostanza, per le regioni a popolazione mista, un federalismo nazionale fondato sull'autonomia delle istituzioni sociali. Egli vede la Russia ripartita in « associazioni nazionali » che uniscono gli individui sulla base di una libera scelta personale. Egli immagina, dopo che i gruppi nazionali si siano auto-organizzati sulla base di un « catasto nazionale », la costituzione di « corporazioni di diritto pubblico », persone giuridiche dotate di organismi e di competenze.

Una volta che l’appartenenza nazionale sia stata così costituita sotto forma di « diritto pubblico soggettivo », la nazione stessa diventerebbe « una persona morale di diritto pubblico ». Questo Stato multinazionale - che il professore di diritto francese Stéphane Pierré-Caps ha chiamato la multinazione (18) - continuerebbe ad occuparsi, secondo i principi consueti del federalismo, della difesa, delle relazioni esterne, dell'economia e delle finanze. La gestione degli affari nazionali (in pratica essenzialmente culturali) sarebbe di competenza delle « corporazioni nazionali ».

Per quel che riguarda le zone occupate da popolazioni omogenee, i teorici del federalismo personale si richiamano alla concezione classica di corrispondenza tra amministrazione statale e amministrazione nazionale (principio dell'autodeterminazione territoriale), con un solo consiglio di distretto. Questa mescolanza di federalismo personale e di federalismo territoriale rappresenta l'originalità dei principi qui esaminati.

A partire dal 1925, parecchie personalità di rilievo, tra cui il Baltico-Tedesco Paul Schiemann, si porranno come propugnatori convinti dell'autonomia culturale all'interno del Congresso europeo delle nazionalità (affiliato alla Società delle Nazioni). Si assiste a grandi progressi in tal senso, ma, a partire dal 1933, la crescita dei nazionalismi infrange tutte le speranze in materia di diritti delle minoranze (19).


Alcune esperienze positive ma fugaci

I critici dell'autonomia personale tacciano sempre tutto ciò di utopia. Eppure, una storia purtroppo dimenticata parla a favore di un riesame di queste dottrine. In Russia, ai tempi dell'Impero, e poi, dopo il trionfo dei bolscevichi, le idee di autonomia personale furono totalmente cancellate. In Austria, al contrario, il pensiero degli austro-marxisti trova orecchie attente, persino tra i conservatori, tra coloro che si preoccupavano di far sopravvivere quel miracolo permanente rappresentato dall'Austria-Ungheria. L'ultimo cancelliere dell'Impero, Heinrich Lammasch, non vedeva egli stesso alcuna possibilità di esistenza se non riconoscendo il principio di una libera associazione di nazioni.

Alcuni inizi attuativi furono d'altronde realizzati prima dello scoppio della Grande Guerra. Così, nel 1905-1906, un sistema di autonomia personale fu parzialmente introdotto in Moravia, con la creazione di un catasto nazionale elettorale in vista dell'elezione di due curie nazionali (tedesca e ceca) destinate a ripartirsi la dieta di Brno. Il meccanismo, avendo funzionato egregiamente, fu ulteriormente esteso all'ambito della scuola.

L’autonomia culturale fu in seguito sperimentata, di nuovo con successo, in Bukovina (20) nel 1910 tra Tedeschi, Ebrei, Polacchi, Rumeni e Ruteni (21). Nel 1914, essa doveva essere introdotta in Galizia (Polonia), ma la guerra ne bloccò l'attuazione. Ma, nonostante tutto, la proposta risorse verso la fine del conflitto con il riconoscimento, il 3 gennaio 1918, da parte dell'effimero Rada (Parlamento) centrale ucraino, dell'autonomia personale per le popolazioni ebree, polacche e russe (si nota qui l'influenza del partito sionista di sinistra Poale-Tsion e del suo animatore Ber Borokhov) e con l'istituzione di un commissariato alle questioni tedesche nell'ambito della Repubblica (ungherese) dei consigli di Bela Kun. Le stesse idee si ritrovano inoltre nel progetto presentato dalla delegazione ungherese alla Conferenza di pace il 20 febbraio 1920, con l'obiettivo di ridurre i traumi generati dall'ineluttabile partizione dell'Austria-Ungheria.

Nel periodo tra le due guerre, è negli stati baltici che si presentano i fatti più interessanti. Il primo episodio concerne la Lituania. Nel periodo agitato che attraversa il nuovo Stato, i kehilot pre-esistenti poterono, sulla base di una legge del 21 ottobre 1920, auto-organizzarsi in funzione del principio di autonomia personale. Questo sistema doveva sfortunatamente scomparire con l'instaurazione di un potere autoritario a Kaunas nel 1926 (22).

A questi stessi principi si richiamava, a Riga, all'inizio del '900, il grande saggista e uomo politico baltico-tedesco Paul Schiemann. Come gli austro-marxisti, egli considerava che, se la tolleranza religiosa e la separazione tra Chiesa e Stato avevano in tempi passati calmato gli spiriti, allo stesso modo la separazione tra Stato e Nazione avrebbe dovuto mettere fine al nazionalismo. Egli propose un sistema amministrativo molto esauriente, che poggiava per l'essenziale sui principi descritti in precedenza (23) per la comunità tedesca della Lettonia. Organizzata sotto forma di corporazione di diritto pubblico, essa era chiamata a gestire in maniera autonoma i suoi interessi in materia di cultura. L'evoluzione politica interna e il contesto internazionale in cui si trovava la repubblica baltica (Unione Sovietica, Germania nazista) non permisero l'attuazione del sistema (24).

Spetta alla terza Repubblica baltica, l’Estonia, il merito di aver realizzato un meccanismo completo e operativo di autonomia culturale personale. La legge del 12 febbraio 1925 permetteva in effetti alle minoranze che lo desiderassero, di raggrupparsi sul piano locale per essere rappresentate a livello di Stato da un consiglio culturale centrale di ogni nazionalità - la soglia era fissata a tremila membri per permettere agli Ebrei di avere la loro rappresentanza. Aspetto originale: nelle regioni dove era territorialmente minoritaria, la popolazione di origine estone poteva auto-organizzarsi sulla base di questo principio. Uno dei padri della legge estone, il dottor Ewald Ammende, fu anche il promotore del Congresso europeo delle nazionalità. Questo sistema fu applicato in modo soddisfacente ai Tedeschi e agli Ebrei; sfortunatamente, nonostante gli sforzi di un altro estensore della legge, il professore Mikhaïl Anatolievitch Kourchinsky, i Russi non arrivarono mai ad organizzarsi per beneficiarne (25).

È lecito domandarsi per quale ragione un concetto così ricco come quello dell'autonomia personale sia stato talmente dimenticato dalle politiche contemporanee. La risposta è semplice: originaria dell'Europa centrale, questa concezione fu, dopo la prima Guerra Mondiale, sotterrata dalla presenza diffusa dappertutto del « socialismo reale » di stampo sovietico. In occidente, la questione delle minoranze fu messa da parte a vantaggio dei diritti umani, e non ci si curò nemmeno, in generale, di andare a frugare tra gli archivi per rintracciare i documenti non tradotti (26). I recenti avvenimenti, dal Caucaso alla Bosnia, ridonano piena attualità alle dottrine che fanno riferimento alle minoranze disperse.

 


 

Nota

(1) Si veda Istvan Bibo, Histoire des petites nations d’Europe centrale, Albin Michel, Paris, 1993.

(2) Le due altre nazioni erano gli Ungheresi e i Szeklers (nome di una importante minoranza della Romania, i cui appartenenti erano chiamati anche i Siculi).

(3) In questa città del Sachsen-Anhalt (ex-Repubblica Democratica Tedesca), divenuta nel 962 la sede di un arcivescovado consacrato all'evangelizzazione degli Slavi, l’editto del 1188 regola la condizione degli Ebrei garantendo loro un certo numero di esenzioni.

(4) Sul sistema polacco della « società di cittadinanza » in generale, si veda Jerzy Kloczowski, « Les traditions de citoyenneté en Pologne et dans la République polono-lituano-ruthène », in Chantal Delsol, Michel Maslovski, Histoire des idées politiques de l’Europe centrale, PUF, Paris, 1998, p. 229 s.

(5) Si veda in particolare Georges Haupt, Michael Löwy e Claudie Weill, Les Marxistes et la Question nationale, 1848-1914, L’Harmattan, Paris, 1997.

(6) Sul regime delle nazionalità nell'ambito della doppia monarchia, si veda Jean-Paul Bled, « L’Autriche-Hongrie: un modèle de pluralisme national », in André Liebich e André Reszler, L’Europe centrale et ses minorités: vers une solution européenne, PUF, Paris, 1993, p. 25 s.

(7) Sistema in cui, come in Francia, gli individui si ritrovano soli davanti allo Stato.

(8) Claudie Weill, L’Internationale et l’autre; les relations interethniques dans l’Europe de l’Est, Arcantère, Paris, 1987, p. 94.

(9) Stato federale delle nazionalità.

(10) Questa idea era stata già avanzata nel 1899, al Congresso di Brno, dallo sloveno Kristan Etbin. Molti anni più tardi, nel 1918, Renner, divenuto primo cancelliere della Repubblica austriaca, incaricherà l'eminente giurista Hans Kelsen di redigere una Costituzione basata su tali principi; questo progetto non avrà poi seguito.

(11) Su questo tema, si veda Andreas Kappeler, La Russie, empire multiethnique, Istituto di studi slavi, Paris, 1994.

(12) Opposti ai bolscevichi riuniti al seguito di Lenin, i menscevichi propugnano una rivoluzione in due tempi: dapprima la socialdemocrazia deve accelerare la caduta dello zar e promuovere la rivoluzione, per dotare il movimento socialista di una base legale. L'infrastruttura, presa dal modello occidentale che poggia su sindacati, associazioni e organizzazioni regionali, deve allora educare la classe operaia e portarla ad una coscienza di classe necessaria per la realizzazione della rivoluzione socialista.

(13) La maggioranza dei bundisti passa allora dalla parte dei menscevichi.

(14) Sulla tematica degli austro-marxisti nel suo insieme, si veda George Haupt, Michaël Löwy, Claudie Weill, op. cit.

(15) Al suo posto, vi è un lumpenproletariat (sottoproletariato) passivo e servile che si sviluppa.

(16) Nel 1904 Vladimir Medem pubblica la sua opera fondamentale Social-democrazia e questione nazionale, che precede quindi il famoso libro di Otto Bauer, La Questione delle nazionalità e la Social-democrazia (1907).

(17) Henri Minczeles, Histoire générale du Bund, Austral, Paris, 1995, p. 279-280.

(18) Stéphane Pierré-Caps, La Multination. L’avenir des minorités en Europe centrale et orientale, Odile Jacob, Paris, 1995.

(19) Jozsef Galantai, Trianon and the Protection of Minorities, Corvina, Budapest, 1992, 119 s.

(20) Regione del nord della Romania. Austriaca nel 1910, fu divisa tra l'Ucraina, la Romania e l'Austria nel periodo tra le due guerre mondiali e si trova attualmente a cavallo tra l'Ucraina e la Romania.

(21) Branca occidentale del popolo ucraino. La Rutenia è appartenuta all'Ungheria, poi alla Cecoslovacchia (1919), di nuovo all'Ungheria (1938) e infine all'Unione Sovietica (1945).

(22) Cf. Michael Garleff, « Die kulturelle Selbstverwaltung des nationalen Minderheiten in den baltischen Staaten », in Boris Meissner, Die baltische Nationen, Estland, Lettland, Litauen, Markus, Köln, 1991, p. 87 s.

(23) Anders Henriksson, The Tsars Loyal Germans. The Riga German Community. Social Changes and the Nationality Question. Columbia University Press, New York, 1983.

(24) Cf. su questo punto, H. Kause, Paul Schiemann (1876-1944), « Die Balten und ihre Zeitgeschichte : Zu Schiemanns 100. Geburtstag am 29 März 1976 », in Jahrbuch des Baltischen Deutschtums 1976, Lüneburg (1975), come pure i lavori di John Hiden della Baltic Research Unit dell’università di Bradford, non ancora pubblicati.

(25) Smith, David, Retracing Estonia’s Russians: Mikhail Kurchinskii and Interrwar Cultural Autonomy, Nationalities Papers, vol. 27, no 3, Settembre 1999, p. 455 s.

(26) Con l'eccezione di rare personalità poliglotte come Claudie Weill.

 


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