Sterlin Lujan

La fine dell'ideologia: una vita senza etichette

(2025)

 


 

Nota

L’autore di questo scritto ci offre una presentazione molto chiara e convincente della panarchia e del motivo per cui, in un’epoca di aspri scontri e imposizioni intollerabili, abbiamo bisogno dell’approccio volontaristico, che è proprio di questa concezione pratica, per ritrovare un po’ di buon senso e molta armonia sociale. E questo significa mettere in pratica l’antico precetto morale: suum cuique tribuere (a ciascuno il suo).

Fonte: Sterlin Lujan, The End of Ideology: Life Without Labels, 2025.

 


 

Come ti senti quando discuti di politica a cena? Hai il coraggio di affrontare le differenze ideologiche con amici o familiari? Hai mai provato rabbia o ansia dopo discussioni del genere?

Anche se i dibattiti politici non sfociano in litigi in piena regola o in una rissa davanti a un piatto di spaghetti, non sono in ogni caso una bella esperienza. C'è un motivo per cui discutere di politica a cena non è generalmente considerato di buon gusto.

Forse hai imparato a evitare del tutto la politica e le discussioni, soprattutto se i precedenti scontri sono sfociati in litigi furiosi. E dato che le persone hanno opinioni e convinzioni politiche estremamente diverse, c’è sempre il rischio di uno scontro.

Eppure, sentiamo il desiderio di condividere le nostre idee.

È giusto proporre soluzioni ai problemi e cercare di cambiare il mondo. Ma vogliamo davvero sprecare il nostro tempo prezioso litigando, soprattutto se questo crea fratture nei nostri rapporti con gli altri?

Molte delle discussioni in cui ci lasciamo coinvolgere sono le tipiche controversie tra destra e sinistra (blu contro rossi). Negli Stati Uniti, le divisioni causate dalle posizioni politiche hanno raggiunto livelli estremi.

Le discussioni tra destra e sinistra, che possono danneggiare le relazioni tra le persone, stanno però perdendo di rilevanza a causa di recenti cambiamenti tecnologici e sociologici. Il dibattito politico finisce per essere una strada senza uscita per un motivo molto semplice: ognuno ha opinioni diverse, e questo non smetterà mai di essere vero. Ne risulta quindi un gioco infinito di argomentazioni e controargomentazioni, che fa salire i livelli di stress senza portare da nessuna parte.

C'è una soluzione a questo problema? Possiamo sfuggire all'impulso di impegnarci in scontri così distruttivi? Forse sì. In effetti, potrebbe esserci un modo per rendere del tutto superfluo questo tipo di dibattiti. Si tratta di introdurre un concetto chiamato panarchia.

 

Panarchia: sfuggire alla dipendenza dall’ideologia e alle trappole della normatività

La panarchia è una filosofia metapolitica e non normativa secondo cui le persone dovrebbero poter aderire a qualsiasi comunità desiderino e concordare rapporti contrattuali che ritengano validi. La panarchia non prescrive una visione normativa del mondo né cerca di imporre un modello particolare. Al contrario, riconosce che siamo una specie cosmopolita e eterogenea dal punto di vista dei valori. Ognuno è unico e dovremmo essere liberi di cercare comunità e gruppi che ci attraggano a livello personale.

Il panarchico considera le discussioni sull’appartenenza politica come una trappola normativa. Questa trappola è simile a una gabbia mentale che costringe una persona a una particolare visione morale del mondo. Le persone rimangono intrappolate in questi miraggi filosofici e non riescono a vivere in armonia con gli altri. In questa prospettiva, il dibattito politico è un’illusione: una conseguenza dell’indottrinamento statalista e della dipendenza da una ideologia.

Il modo in cui vediamo l'autorità si basa sulle nostre rispettive ideologie, storie personali o preconcetti. Tuttavia, se possiamo scegliere il tipo di comunità e di sistema che preferiamo, non c'è bisogno di discutere su chi viene costretto a fare cosa da qualche autorità. Se possiamo firmare contratti che ci permettono di sperimentare i nostri progetti sociali, il desiderio di discutere si spegne. La dipendenza dall'ideologia svanisce.

Perché discutere se abbiamo la possibilità di scegliere o di verificare le nostre ipotesi politiche o etiche? Discutere presuppone che siamo tutti costretti a vivere in un certo modo, che dobbiamo accettare universalmente una posizione come verità assoluta e rifiutarne un’altra. (In realtà, probabilmente in ciascuna di esse esiste un fondo di verità.) Nella panarchia, possiamo dimostrare quali parti sono più valide, attuando esperimenti sulla società e sulle sue strutture.

Noi discutiamo perché abbiamo vissuto troppo a lungo sotto monopoli di pensiero e trappole normative. La maggior parte di noi cresce con modelli predefiniti di politica e ideologia. Esistono solo una manciata di posizioni politiche accettate, quindi dobbiamo sceglierne una e vincere una contesa politica per vederla attuata.

Questa mentalità è alimentata dall'idea che dovremmo difendere a tutti i costi le nostre “vacche sacre”. Essa rappresenta ciò che lo psicologo Charles Tart ha definito lo stato ipnotico del consenso: la convinzione che adottare opinioni condivise sia essenziale per l'armonia sociale e psicologica.

Possiamo sfuggire a questo stato ipnotico e comprendere che le nostre filosofie di vita sociale possono coesistere? Sì. Invece di discutere, impegniamoci attivamente in comunità che condividono i nostri valori. Usciamo dagli schemi e costruiamo. Sperimentiamo modelli di gestione sociale (governance) e dimostriamone l'efficacia concretamente.

 

Schismogenesi: Gregory Bateson e la nascita dei drammi politici

Nel suo saggio “Da Versailles alla cibernetica”, l’antropologo Gregory Bateson [1] afferma che le società umane cadono spesso in un circolo vizioso di opposizione politica crescente, fatto di azione e reazione: un processo che egli definisce schismogenesi [2]. Il termine descrive la tendenza dei gruppi sociali a definirsi in opposizione gli uni agli altri, rafforzando le differenze anziché cercare un terreno comune. In questo modo, il processo della schismogenesi è un dramma sociale che si autoalimenta.

Questo concetto si applica direttamente alle divisioni politiche. Più ciascuna parte difende una propria visione del mondo, più si irrigidisce, alimentando un circolo vizioso di conflitti ideologici che non trova mai una soluzione. In sostanza, la schismogenesi distrugge le relazioni provocando discussioni e scontri che durano per generazioni, anche se le nuove generazioni non conoscono l’origine della disputa. Questo fenomeno è noto come circuito di retroazione (feedback loop). Ecco cosa dice Bateson:

“L’esistenza di grossi problemi nel campo delle relazioni internazionali ci porta ad avanzare la proposta di cambiare le regole di comportamento. La questione non è quale sia la cosa migliore da fare nell’ambito delle regole esistenti attualmente. La questione è come possiamo allontanarci dalle regole con le quali abbiamo operato negli ultimi dieci o venti anni, o sin dal Trattato di Versailles.”

Nel caso citato da Bateson, le «regole» insite nel Trattato di Versailles [3] – e nel sistema politico internazionale – catapultarono la Germania in un circolo vizioso schismogenico di tensioni crescenti che sfociò nella guerra totale. La clausola sulla “colpa della guerra” attribuita interamente ai tedeschi e le riparazioni paralizzanti previste dal trattato generarono sentimenti di odio, risentimento e rabbia.

Questo insulto all’orgoglio tedesco creò le condizioni necessarie e sufficienti per l’emergere di una dinamica di attacco-contrattacco, che alla fine portò a Hitler, alla Seconda Guerra Mondiale, all’Olocausto, all’invenzione e all’uso della bomba atomica e a milioni di morti. Molto prima che la violenza esploda, l’assenza di una onesta comunicazione, le discussioni sterili e la politica delle tensioni crescenti hanno già preparato il terreno per lo scontro.

Processi e schemi simili si ripetono quotidianamente nella vita moderna: nella politica, nella cultura e nella psicologia. Le discussioni infinite senza una soluzione sfociano in rabbia e amarezza: un circolo vizioso di attacchi e contrattacchi dettati dalla frustrazione che si intensifica, a meno che le parti in causa non trovino un modo per risolvere i loro problemi di comunicazione.

Questa acuta intuizione, che Bateson ha portato all’attenzione del mondo, è stata in gran parte ignorata o dimenticata. È giunto il momento di riprenderla in considerazione, assieme alla panarchia, nella nostra ricerca di soluzioni.

 

La panarchia e la fine della politica

Immaginiamo che noi, come specie, trovassimo delle soluzioni alle nostre divergenze politiche e sfuggissimo alla schismogenesi. Potremmo quindi porre fine alla nostra dipendenza dall’ideologia e risolvere i nostri dilemmi sociali e culturali più complessi?

L’adozione della panarchia rappresenta un potenziale punto di partenza, poiché offre un terreno fertile per la sperimentazione senza pregiudizi. Ci permette di affinare la nostra intelligenza collettiva, gli strumenti di interpretazione e gli sforzi di coordinamento. Più questi approcci vengono utilizzati, più possiamo vivere in armonia con i nostri vicini e con culture che sono fondamentalmente diverse riguardo ad alcuni nostri valori o preferenze.

I sistemi in cui il «vincitore prende tutto» alzano la posta in gioco della politica, trasformando il mondo in un campo di battaglia ideologico a somma zero e avvelenando le fonti del dibattito basato sulla razionalità. Le ideologie e i sistemi morali e politici totalizzanti portano alla radicalizzazione, generando modelli schismogenici di ottusità sociale e culturale. La comunicazione può avere luogo solo quando tutte le parti prestano attenzione a quanto viene detto, e l’unico modo per raggiungere tale situazione è abbassare la posta in gioco della politica.

Permettendo alle persone di seguire la propria strada, la panarchia può aiutare a risolvere questi problemi. Essa apre nuove prospettive. Una volta compreso il concetto, mi sono reso conto della natura vuota e ossessiva del dibattito politico. Avevo sprecato così tanta energia e sforzi per difendere la mia amata ideologia. Quando finalmente ho smesso di impegnarmi apertamente a sostenerla, l'idea di politica è morta per sempre per me. Spero di vedere questa stessa trasformazione emergere collettivamente, su larga scala, nel prossimo futuro.

 


 

Note

[1] Gregory Bateson (1904-1980) è stato un antropologo, sociologo e linguista le cui attività di ricerca hanno spaziato in diversi campi. Il suo testo più famoso è Steps to an ecology of the mind, che raccoglie parecchi dei suoi scritti brevi.

[2] Schismogenesi è un termine introdotto negli anni 1930 dall’antropologo Gregory Bateson. per descrivere quell'insieme di interazioni tra individui e gruppi che portano alla formazione di divisioni sociali e differenziazioni. Letteralmente significa «creazione di divisione» e deriva dalle parole greche σχίσμα (divisione) e γένεσις (genesi).

[3] Dopo oltre quattro anni di combattimenti devastanti, la Prima guerra mondiale terminò nel novembre del 1918. Nel giugno del 1919 le potenze belligeranti firmarono il Trattato di Versailles che rappresentava una «pace» per alcuni e un «diktat» per altri. A causa delle durissime condizioni imposte alla Germania esso gettò anche i semi del revanscismo tedesco che portò alla Seconda guerra mondiale, che sarebbe scoppiata vent’anni dopo (settembre 1939).

 


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