Luigi Einaudi

Il mito del colossale

(1948)

 



Nota

Con estrema lucidità e con fini argomentazioni, Luigi Einaudi sfata il mito della prevalenza inesorabile del colossale come fattore di progresso e di efficienza. Il saggio si conclude con l'avvertimento riguardo ai pericoli connessi con l'esaltazione delle grandi dimensioni e del soggetto massimo che esprime e promuove tale mito, cioè lo stato.

 


 

Nessuna profezia è stata meglio contraddetta dai fatti di quella che venne di moda nelle pubblicazioni divulgative popolari del manifesto dei comunisti del febbraio 1848. La società capitalistica morirà di morte naturale, senza spargimento di sangue. Quando le medie imprese, producendo a più basso costo, avranno ingoiato le piccole; quando, per la stessa ragione, le grosse avranno distrutte le medie imprese, le grossissime le grosse e le colossali le grossissime; quando, in nome e per effetto della maggiore economicità e del più basso prezzo, alcune fra le colossali avranno conquistato l'intiero proprio mercato, basterà ai rappresentanti della grandissima maggioranza dei cittadini in ciascun paese mettere in pensione, anche con largo appannaggio, i pochi capitani e proprietari delle noverate colossali imprese superstiti perché la società capitalistica si trasmuti in collettivistica. La sostituzione di una dozzina di imprenditori privati con altrettanti direttori generali nazionalizzati avverrà senza che quasi nessuno se ne accorga; nulla essendo sostanzialmente mutato nella struttura della società economica e nei rapporti fra le classi sociali. Qualche attuazione della profezia si ebbe qua e là, in casi particolari, non per via del colossale, bensì di caratteristiche tecniche peculiari di talune industrie. Ad esempio, il nostro paese fu tra i primi a nazionalizzare l'istituto di emissione, estromettendo con indennizzo i vecchi azionisti ed affidando al governo la scelta dei capi della Banca d'Italia; seguì la Francia, ed i due paesi latini furono recentemente imitati in Inghilterra.

Ma i casi sono rari e non probanti. Altre ragioni: la natura pubblica dell'industria, i suoi caratteri monopolistici, il tipo di prodotti fabbricati, come biglietti di banca ovvero cannoni e corazzate, spiegano siffatte nazionalizzazioni. Il «colossale» agì scarsamente ed agì a rovescio; come quando in Italia talune imprese, divenute nel tempo stesso grosse e decotte, dovettero essere accolte in un ospedale di stato, per ragioni d'ordine pubblico. Siffatta ragione, che è il contrario del basso costo, dura tuttavia e lo stato è «minacciato» ogni tanto di dovere accollarsi nuove imprese private, non perché la nazionalizzazione sia conveniente economicamente o socialmente, ma perché quelle imprese sono economicamente in stato fallimentare, e dicesi che allo stato faccia d'uopo assumerle ben sapendo che le perdite cresceranno, allo scopo di serbare le maestranze al lavoro a spese di altri più numerosi e più miserabili lavoratori. Col quale metodo crescono povertà e disoccupazione.

Ma non v'ha segno veruno che la profezia del colossale «economico», del colossale schiacciante con l'arma dei bassi costi i grossissimi, i grossi, i medi ed i piccoli stia per avverarsi. Non parliamo dell'Italia, terra classica di piccola gente, di tredici milioni di proprietari di terreni agricoli, più di uno per ogni famiglia, e di non so quanti milioni di proprietari di case, di medi e di piccoli industriali, di commercianti e bottegai, di artigiani indipendenti, sicché il numero dei cosiddetti capitalisti (parola questa spropositata e lontanissima dal raffigurare la realtà effettuale dei rapporti sociali) è superiore a quello dei cosiddetti proletari (altra parola anacronistica); ma dove di palingenesi spontanea del capitalismo, destinato un secolo fa a diventare un mostro a sette teste che il nuovissimo gigante collettivo d'un colpo avrebbe tagliate, non v'ha traccia.

In tutto il mondo, dove ad ucciderla non si impieghi la forza coattiva delle forze armate dello stato, la media e la piccola gente è dura a morire; e quel che più conta, nonostante sia vessata da imposte differenziali, torturata da divieti, permessi, contingenti ed altre diavolerie inventate dagli amatori delle discipline e dei piani imposti dall'alto, resiste e prospera contro i colossi. Se talvolta i colossi trionfano, per lo più - vi sono eccezioni, ma sono numerate - ciò accade non per virtù propria, ma grazie a privilegi e favori largiti dalla buona gente la quale va farneticando intorno alla necessità di provvedere all'interesse ed al bene pubblico invece che al profitto privato e quasi sempre è vittima inconsapevole di chi architetta imbrogli a danno del prossimo.

Egli è che troppo si è dissertato nei trattati della scienza economica di quelle che sono chiamate nel linguaggio divenuto internazionale «economies of large scale's production», economie che si possono ottenere producendo in dimensioni più vaste; e sarebbe tempo di studiare invece più attentamente le «diseconomies», gli aumenti di costo che derivano dall'aumentare, oltre ad un certo punto, le dimensioni dell'impresa. Troppo ci si è contentati di ripetere stupidi luoghi comuni sulle economie che si possono ottenere con l'aumentare le dimensioni dell'impresa e quindi col distribuire, dicesi, le spese generali e fisse su una massa maggiore di prodotti; e troppo ci si è scordati di quella faccenda del «sino ad un certo punto» che è la chiave di volta della soluzione del problema non della più grossa dimensione ma della «ottima» dimensione dell'impresa. Quei tali luoghi comuni sulla «large scale» che tengono così gran luogo ad un tempo in certi manuali scolastici e in opuscoli di propaganda collettivistica, dovrebbero essere soppiantati da indagini sul luogo della «ottima» impresa. Quel che si sa ci induce a concludere che quel luogo non sta esclusivamente, né nella piccola, né nella media, né nella grande o nella colossale impresa. Di volta in volta, di tempo in tempo, di luogo in luogo il punto od il momento dell' «ottimo» si ferma su tutti i tipi di dimensioni. Non è lo stesso in pianura, in collina, o in montagna; non è lo stesso nei terreni irrigati od in quelli aridi; non è lo stesso nelle culture cerealicole o foraggere o nelle due insieme combinate, nei vigneti o negli oliveti e negli agrumeti. Non è lo stesso nell'industria di produzione ed in quella di distribuzione dell'energia elettrica; e per questa varia dalle agglomerazioni cittadine a quelle di campagna; e così via all'infinito.

Sovratutto non bisogna dimenticare che il maggior limite al grosso, al grossissimo ed al colossale è dato dal limitato potere del cervello e della volontà dell'uomo. Si possono ingrossare capannoni, treni di lavorazione, macchinari; ma il cervello e la volontà dell'uomo, la sua attitudine a vedere, a comprendere, ad organizzare ed a comandare sono quello che sono e non crescono nella stessa misura in cui si ingrossano gli impianti industriali. Val la pena di ascoltare quel che sino dal 1925 dichiarava ai suoi azionisti il presidente della General Motors Corporation, uno dei colossi industriali degli Stati Uniti, la quale normalmente impiega 250.000 persone: « Praticamente in tutti i nostri rami di attività noi soffriamo di quell'inerzia che è conseguenza delle nostre grandi dimensioni. È duro per noi trasformare in azione le idee che ci sembrano buone. Bisogna agire attraverso a tanta gente; e uno sforzo sovrumano (tremendous) è necessario per realizzare qualcosa di nuovo. Talvolta sono costretto a concludere che la General Motors è così vasta e la sua forza di inerzia così grande da rendere impossibile a noi di agire veramente come capi ».

D'allora in poi la General Motors ha fatto sforzi notabili per controbilanciare i danni del colossale. Ha decentralizzato, ha spronato le sue trenta sezioni ad agire in modo autonomo, a farsi concorrenza l'un l'altra, a comprare ed a vendere da o ad estranei, a fare il meno possibile piani e programmi dall'alto. Qualche risultato sembra si sia ottenuto e pare anche che la società disputi passo a passo con un certo successo il terreno ai minori concorrenti. Ma il difetto dell'elefantiasi rimane. Più crescono le dimensioni dell'impresa; più il dirigente vede disperdere l'impulso del suo comando attraverso direttori, vice-direttori, ispettori e sotto-ispettori. Quel comando, quell'indirizzo, quel piano che nell'impresa governabile da un uomo solo non costa nulla, perché è il frutto immediato del cervello e della volontà di un uomo, diventa costoso quando deve attuarsi attraverso telefonate, lettere, ispezioni, scritturazioni contabili complicate, carte che vanno e vengono. Cresce il numero dei lavoratori non manuali, delle maniche con lustrino; e ad un certo punto - quel tale certo punto che è il dominus del problema delle dimensioni - la macchina dà rendimenti decrescenti. Ad un certo momento, scrive Dennison, non basta decentrare. Si presenta la scelta fra il «coordinare», col rischio di restringere il margine lasciato all'iniziativa individuale, con i conseguenti pericoli di inerzia e di atrofia; ed il «decentrare» ed allora si evitano siffatti pericoli, ma nascono rischi di spreco e mala amministrazione per la mancanza di controllo da parte di coloro che soli hanno interesse a volere si facciano sul serio economie.

Coloro che chiacchierano di programmi generali, di coordinazione pianificata fra industria ed industria, fra regione e regione, fra paese e paese; che immaginano stravagantemente che le nazionalizzazioni siano una panacea per i mali sociali ed uno strumento per crescere la produzione dei beni e migliorarne la distribuzione, dovrebbero riflettere sull'insuccesso del colossale nell'economia e sui pericoli dell'inerzia dei colossi. Insuccessi e pericoli crescono a mille doppi in quel più vero colosso che è la macchina statale. Per il leviatano statale non si tratta soltanto di inerzia, la quale per fortuna, nei limiti nei quali agisce ancora l'economia di mercato, è combattuta dal fallimento del colosso e dalla vittoria dei concorrenti. Quando la macchina statale diventa colossale, non c'è solo più inerzia; nasce la ossificazione della società intera. Invece dell'inerzia limitata dal fallimento, c'è la tirannia, a cui nei tempi moderni il solo rimedio è la guerra sfortunata. Sullo sfondo delle nazionalizzazioni e dei piani si intravvede lo spettro della disfatta e della servitù.

 

Corriere della Sera, 29 febbraio 1948

 


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