Gian Piero de Bellis

Sulla Panarchia
(Una breve rassegna e una visione personale)

(2009)

 


 

Presentazione

Una Breve Rassegna

L'origine
Lo sviluppo
Le altre voci
Il panorama attuale

Una Visione Personale

Che cosa è la Panarchia
Che cosa non è la Panarchia
Che cosa potrebbe far germogliare le panarchie
Che cosa potrebbero essere le panarchie

Sommario

 


 

Presentazione (^)

Nei mesi e negli anni a venire è molto probabile che la nozione pratica scientifica nota sotto il nome di Panarchia attrarrà l’interesse di molte persone in varie parti del mondo a causa della sua pura semplicità, universale applicabilità e affascinante eleganza.

Per questo motivo è opportuno e utile presentare le fonti e lo sviluppo di questa proposizione e chiarirne i principi e gli aspetti di base. Questo è tanto più necessario in quanto la sorte abituale di ogni idea è di essere fraintesa e distorta quanto più essa diventa popolare.

Quello che qui si offre è una breve rassegna della Panarchia e una visione personale di quello che la Panarchia è e non è.




Una Breve Rassegna (^)

 

L'origine (^)

Il termine Panarchia sembra sia stato usato per la prima volta da un filosofo cosmopolita Frane Petric (Franciscus Patricius) nato nel 1529 nell’isola di Cherso, al largo delle coste della Dalmazia, e morto a Roma nel 1597. Nel suo trattato (Nova de universis philosophia - Nuova filosofia concernente gli universi) pubblicato nel 1591 (con una seconda edizione modificata nel 1593) egli presentò in quattro parti ("Panaugia", "Panarchia", "Pampsychia", "Pancosmia") la sua visione del mondo in cui l’universo, la natura e il sapere sono visti come un tutto integrato. Questo approccio spiega l’insistenza nell’uso del prefisso Pan che, in Greco, significa, Tutto.
http://plato.stanford.edu/entries/patrizi/#1
http://www.istrianet.org/istria/illustri/patrizi/schiffler.htm

 

Tuttavia, è stato solo 3 secoli più tardi che uno scienziato (botanico) e letterato di nome Paul Emile de Puydt utilizzerà il termine Panarchia con il significato che sarà qui esaminato.

Nel 1860 egli pubblicò sulla Revue Trimestrielle, Bruxelles, un articolo estremamente originale intitolato Panarchie (Panarchia). In esso l’autore applica ai rapporti sociali e politici l’idea della concorrenza economica (laissez-faire, laissez-passer) ricavata dalla pratica e dalla teoria economica.

Nella concezione di de Puydt, molti governi liberamente scelti dagli individui possono coesistere l’uno accanto all’altro sullo stesso territorio e produrre in maniera più efficiente ed economica tutti quei servizi che sono attualmente forniti (molto spesso in maniera inefficiente e costosa) da uno stato territoriale monopolistico. Nella concezione della Panarchia, la fine di qualsiasi monopolio politico e la libertà di scegliere tra governi in concorrenza tra di loro, costituirebbero quindi fattori decisivi, se non indispensabili, per ottenere servizi sociali migliori e a prezzi più convenienti.
http://www.panarchy.org/depuydt/1860.it.html

 

Se de Puydt è colui che ha dato origine, in epoca moderna, al termine Panarchia, il primo ad avanzare la proposta di governi in concorrenza fu Gustave de Molinari, un economista della tradizione liberale classica, direttore del Journal des Économistes dal 1881 al 1909.

In uno scritto apparso nel 1849 egli espresse la sua convinzione che la protezione e la sicurezza delle persone rappresentano un servizio che, come gli altri, può essere garantito da agenzie, liberamente scelte dagli individui e in competizione tra di loro, attraendo clienti sulla base della qualità delle loro prestazioni (impegno e risultati).
http://www.panarchy.org/molinari/securite.html

In un libro intitolato Les Soirées de la Rue Saint-Lazare (Le serate della Rue Saint-Lazare) 1849, che consiste in una serie di conversazioni tra tre personaggi che hanno differenti visioni del mondo (un conservatore, un socialista e un economista), Gustave de Molinari, che parla a nome dell’economista, avanza apertamente la richiesta dell’introduzione di “Liberi governi” intendendo con ciò “governi i cui servizi posso accettare o rifiutare in base alla mia libera volontà”. (Undicesima Serata)

E la ragione di tale richiesta consiste nel fatto che, con la fine del monopolio statale e lo sviluppo della concorrenza, il prezzo dei servizi (primo fra tutti quello della sicurezza) “si ridurrebbe sempre a livello dei costi di produzione” in quanto “ognuno stipulerebbe un contratto con l’agenzia che gli ispira la massima fiducia e le cui condizioni contrattuali gli appaiono le più favorevoli”.
http://www.panarchy.org/molinari/11.html

 

Sfortunatamente una idea molto ragionevole ed estremamente pratica come questa non ha incontrato successo (per non dire di peggio), schiacciata dagli interessi materiali potenti rappresentati dagli strati parassitari (lo sciame burocratico in crescita dei servitori dello stato nazionale) e respinta dalle incrostazioni mentali di secoli di passato feudale basato sul territorialismo (un territorio, un padrone).

Ecco perché nulla emerse da questa idea, né un dibattito teorico, né tanto meno un esperimento pratico. I socialisti statisti e i conservatori statisti dettarono l’agenda delle idee e degli accadimenti e per più di un secolo questa concezione rimase ibernata, con una sola eccezione di rilievo.

Nel 1909 Max Nettlau, lo storico dell’Anarchia, scrisse un articolo pubblicato da “Der Sozialist” diretto da Gustav Landauer a Berlino. Il titolo dell’articolo è Panarchie. Eine verschollene Idee von 1860 (Panarchia. Un’idea dimenticata del 1860). Fin dalla prima frase Nettlau manifesta il suo entusiasmo per l’idea di governi coesistenti in concorrenza tra loro: “Da tempo mi affascina l’idea di come sarebbe bello se finalmente, nell’opinione comune sul succedersi delle istituzioni politiche e sociali, la fatale espressione uno dopo l’altro fosse sostituita con quell’altra molto semplice e chiara uno affianco all’altro.”

Nel resto dell’articolo Nettlau comunica al lettore la sua scoperta del testo di de Puydt e confessa quanto sia rimasto attratto dall’idea della tolleranza reciproca nella vita politica e sociale espressa da questo autore attraverso la proposta di governi non territoriali a cui gli individui possono aderire e contribuire in maniera libera e volontaria.
http://www.panarchy.org/nettlau/1909.it.html

L’articolo di Nettlau fu successivamente ristampato nella rivista Der individualistische Anarchist (L’Anarchico Individualista), pubblicata da Benedikt Lachman, a Berlino, nel 1920. Tuttavia, a parte ciò, non sembra che il testo abbia trovato ulteriore circolazione o riscosso ulteriore attenzione, nemmeno presso circoli anarchici. 


Lo sviluppo (^)

L’idea affascinante proposta da Auguste de Molinari e Paul Emile de Puydt, sostenuta entusiasticamente da Max Nettlau, sarebbe forse rimasta una gemma nascosta se non fosse stato per l’operato di Kurt Zube e soprattutto di suo figlio John Zube.

Nel 1977 Kurt Zube pubblicò, sotto lo pseudonimo di K. H. Z. Solneman, il Manifesto sulla pace e sulla Libertà in cui l’idea della Panarchia è presentata e commentata in termini molto positivi (si veda soprattutto il capitolo V).
http://www.panarchy.org/solneman/manifesto.index.html

Comunque, è John Zube che è stato il migliore e più costante sostenitore della Panarchia in una serie di saggi e libri che ha scritto soprattutto a partire dagli anni ’70.

Tra gli scritti brevi una menzione particolare va fatta a una serie di note On Tolerance (Sulla Tolleranza) (1982)
http://www.panarchy.org/zube/tolerance.1982.html

in cui l’idea di base della Panarchia, e cioè “la tolleranza per qualsiasi esperimento di vita sociale basato sulla tolleranza” è espressa nella maniera più convincente e razionale possible. La vita personale e sociale è vista come una esperienza continua in cui ognuno apprende dai propri errori o da quelli degli altri e così facendo progredisce e si sviluppa. Senza la libertà di sperimentare viene a mancare all’individuo la condizione di base per una vita ricca di significato. La tolleranza e la libera sperimentazione per quanto riguarda la propria vita, sono le basi su cui poggia la Panarchia.

In un altro scritto breve, The Gospel of Panarchy (Il Vangelo della Panarchia) (1986)
http://www.panarchy.org/zube/gospel.1986.html

John Zube definisce la Panarchia con le seguenti parole:

“La realizzazione di tante comunità varie e autonome quante sono richieste dalla scelta volontaria delle persone, tutte non-territoriali, cioè prive di qualsiasi monopolio territoriale, coesistenti l’una accanto all’altre, e mescolate, come lo sono i loro appartenenti, sullo stesso territorio o anche su territori differenti, e al tempo stesso distinte l’una dall’altra da leggi personali, forme amministrative e giuridiche, come lo sono o potrebbero esserlo chiese differenti.”

Sotto l’impulso e l’ispirazione diretta o indiretta di John Zube altri hanno iniziato a produrre articoli che trattano della Panarchia.

Nel 2005 un economista svedese, Richard CB Johnsson, ha scritto due saggi sul concetto di governo non-territoriale che costituisce l’obiettivo centrale della Panarchia (vale a dire, la fine del territorialismo o del monopolio territoriale dello stato e l’emergere di governi concorrenti o di forme differenti di gestione sociale sullo stesso territorio).

Il primo saggio Non-Territorial Governance - Mankind’s Forgotten Legacy è una rassegna storica del concetto di governo non-territoriale, basata principalmente su una dissertazione scritta da Shih Shun Liu, Extraterritoriality: Its Rise and Its Decline (1925).
http://www.panarchy.org/johnsson/review.2005.html

Il secondo scritto, To the Monopolist of All Parties, è una versione condensata del saggio precedente, e apparve originariamente (Febbrai 2005) sul sito Lew Rockwell
http://www.lewrockwell.com/orig5/johnsson3.html

 

In tempi più recenti, Michael Rozeff, ex professore di finanza alla Buffalo University (New York), è diventato un sostenitore estremamente forte e lucido della Panarchia, con una serie di saggi pubblicati sul sito Lew Rockwell e ripresi anche da altri siti in traduzione italiana.

Essi sono:

Per la Panarchia (Luglio 2008)
http://www.panarchy.org/rozeff/panarchia.2008.html

Per la libera scelta del governo (Gennaio 2009)
http://www.panarchy.org/rozeff/scelta.2009.html

Perché sono un panarchico (Gennaio 2009)
http://www.panarchy.org/rozeff/panarchico.html

Libertà di gestione (Febbraio 2009)
http://www.panarchy.org/rozeff/liberta.2009.html

Accanto agli scritti di John Zube e in stretta connessione con i saggi di Gustave de Molinari e Paul Emile de Puydt, essi rappresentano una eccellente presentazione ed elaborazione dell’idea e della pratica della Panarchia.


Le altre voci (^)

Mentre gli scrittori fin qui menzionati, ad eccezione di Gustave de Molinari, hanno utilizzato il termine panarchia, ve ne sono altri che non lo hanno fatto ma, al tempo stesso, presentano, nei loro testi, alcuni punti di contatto con la visione generale della panarchia caratterizzata da multi-governi (governi in concorrenza tra di loro) e aterritorialismo (governi non territoriali).

In un saggio dal titolo Liberty and Taxation
http://www.panarchy.org/tucker/taxation.html

pubblicato nel periodico Liberty 1881-1908, Benjamin Tucker scrive in difesa dell’idea di “tassazione volontaria” e afferma:

“È certamente vero che la tassazione volontaria non potrebbe “prevenire l’esistenza di cinque o sei ‘Stati’ in Inghilterra,” e che “i membri di tutti questi ‘Stati’ potrebbero vivere nello stesso territorio.” … “E allora? Ci sono più di cinque o sei confessioni religiose in Inghilterra, e spesso accade che i membri di molte di loro vivono nella stessa circoscrizione. Ci sono molte più di cinque o sei compagnie assicurative in Inghilterra, e non è insolito per i membri della stessa famiglia stipulare una assicurazione sulla vita e sui beni contro i sinistri o contro gli incendi presso diverse società di assicurazione. Produce questo un danno a qualcuno?”

In questi passaggi Tucker va oltre le differenze tra anarchia e panarchia mostrando i loro aspetti comuni in termini di libertà di scelta, volontarismo, tolleranza.

 

Lo stesso può dirsi per quanto concerne Voltairine de Cleyre. Nel suo scritto

Anarchism
http://www.panarchy.org/voltairine/anarchism.html

pubblicato la prima volta in Free Society (1901) essa respinge qualsiasi posizione angusta rappresentata dalle differenti scuole di pensiero presenti anche all’interno del movimento anarchico e proclama la sua accettazione di qualsiasi tipo di concezione e pratica anarchici (Individualismo anarchico, Mutualismo anarchico, Comunismo anarchico, Socialismo anarchico) a condizione che, in ogni caso, ciò rappresenti la libera scelta dei suoi sostenitori. A questo riguardo esistono forti punti di contatto tra l’anarchia di Voltairine de Cleyre e la panarchia di Paul Emile de Puydt. Entrambi sono favorevoli alla presenza congiunta di concezioni e forme diverse di organizzazione sociale posto che ognuna di esse sia scelta volontariamente e messa in atto dai suoi sostenitori e non imposta ad altri (in molti casi con il pretesto assurdo che ciò è fatto per i loro bene).

Come affermato nell’ultima frase del suo scritto da Voltarine de Cleyre, “Ognuno sceglie quel metodo che esprime meglio la sua personalità, e non condanna nessun altro che esprime il suo essere in maniera diversa.”

 

È un peccato che gli anarchici in genere non abbiano mostrato alcun interesse nel proseguire  e sviluppare questo approccio.

Spetta ad un gruppo di pensatori chiamati in seguito Austro-Marxisti presentare una posizione originale che ha alcuni punti di contatto con la Panarchia e che avrebbe potuto rappresentare l’inizio di una forma panarchica di organizzazione sociale. Tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, Karl Renner e Otto Bauer, entrambi collocati al centro del groviglio di nazionalità dell’Impero Austro-Ungarico, svilupparono l’idea del federalismo non-territoriale. Questa proposta dissocia dal territorio una serie di esigenze e funzioni sociali (cultura, educazione, giustizia) e assegna la loro amministrazione direttamente ai membri dei diversi gruppi nazionali, prescindendo dalla loro collocazione territoriale. Inoltre, si sottolinea che l’appartenenza ad un gruppo nazionale è una scelta personale, di pertinenza del singolo individuo e di nessun altro.

Quello che manca nell’approccio del federalismo non-territoriale sono certi aspetti, presenti nella Panarchia, in cui il governo statale perde qualsiasi potere monopolistico ed è giudicato e scelto in base a quanto vale, e cioè in base alla sua capacità nel fornire servizi e soddisfare gli utenti.

Ad ogni modo, sarebbe stato di grande aiuto allo sviluppo della Panarchia se quella che può essere definita come la scuola Austriaca di federalismo non-territoriale avesse conseguito risultati di rilievo e qualche successo popolare invece di essere obliterata dall’esplosione di nazionalismo che ha portato alle Guerre Mondiali e alla scomparsa dell’Impero Austro-Ungarico multinazionale.

 

Anche alcuni esponenti Ebrei residenti nell’Europa Centrale e in Russia svilupparono un approccio cosmopolita in base al quale gli Ebrei (e altre minoranze prive di un proprio stato) erano libere di organizzarsi nell’ambito dello stato territoriale nel quale vivevano.

Il genocidio perpetrato dai nazional-socialisti e le persecuzioni e gli stermini commessi dai comunisti stalinisti non solo distrussero le persone che sostenevano quelle idee ma cancellarono anche la consapevolezza che tali idee siano mai esistite.

Tutte le persone accecate dalla convinzione della necessità degli stati territoriali monopolistici parteciparono in questo tentativo di eliminare del tutto gli elementi “indesiderati” e le idee “scomode” che non erano parte o espressione del gruppo dominante o maggioritario.

Per decenni, l’esistenza dello stato nazionale centrale a base territoriale è stata assunta come un dato perenne, la tappa terminale della storia dell’umanità.

 

Ma la storia non si arresta, imprigionata in uno schema permanente; nuove idee e nuove aspirazioni sono sempre pronte a spuntare da qualche parte, e certe volte esse rappresentano la riscoperta di qualcosa che è già esistita.

Nel Gennaio 1962 un articolo apparve sul giornale “The Register” di Santa Ana in California (USA); in esso l’autore propone di superare la democrazia maggioritaria (nella quale “le maggioranze prendono decisioni vincolanti per tutti”) e di introdurre la Democrazia con la d minuscola in cui ognuno ha il governo per il quale ha espresso il suo voto.
http://www.panarchy.org/anonymous/democrazia.1962.html

Come per de Puydt che ricavò la sua idea dei governi in concorrenza tra loro dal libero mercato delle imprese concorrenti, l’autore di questo articolo paragona la sua proposta alla scelta di differenti marche di prodotti. L’idea che uno è obbligato a comprare il prodotto della marca scelta dalla maggioranza apparirebbe come una proposta del tutto inaccettabile, eppure questo è ciò che accade nelle questioni sociali sotto la democrazia maggioritaria.

Come espresso in maniera esemplare dall’autore: “Il concetto di rappresentanza è essenzialmente un concetto che ha a che fare con l'agire. Qualcuno agisce per te. Ma come può qualcuno agire per te se egli è completamente orientato a sostenere comportamenti contrari ai tuoi migliori interessi? Supporre che egli ti rappresenti perché altri lo hanno scelto equivale ad accettare una bugia colossale.”

Questo autore anonimo non fu il solo ad esprimere tali idee, in quegli anni, negli Stati Uniti. Tra il 1969 e il 1977 una persona di nome Le Grand E. Day, che viveva in California, sviluppò l’idea dei Multigoverni in una serie di scritti a cavallo tra le scienze sociali e la fantascienza. La proposta di Le Grand E. Day è di rimpiazzare il cosiddetto “contratto sociale” che si suppone sia il fondamento degli stati democratici territoriali con “contratti individuali” attraverso i quali “ogni individuo ha il diritto di scegliere il suo governo senza che abbia alcuna importanza dove egli viva, così come ha il diritto di scegliere il suo stile di vita, la religione che vuole professare, la compagnia di assicurazione di cui vuole servirsi, la marca di automobile che vuole comperare, e così via.”

Si veda a questo riguardo lo scritto
The Northridge Incident
http://www.panarchy.org/day/northridge.html

Comunque, nella sua visione lo stato territoriale non è abolito completamente ma sopravvive solo per assolvere quelle funzioni che, secondo l’autore, richiedono una funzione geografica (cioè territoriale) come la protezione e la sicurezza. Per cui, per quanto riguarda queste funzioni, esisterà “un solo governo per ogni circoscrizione territoriale” (vale a dire, per le unità territoriali locali distribuite su tutta la terra); in altre parole, “possiamo separare quelle funzioni (di solito di natura protettiva) che sono legate al territorio, da quelle funzioni (di solito caratterizzate da esigenze umane) che non hanno nulla a che fare con la componente territoriale. Questa separazione permette di assegnare all’individuo il diritto di scegliere le funzioni umane che egli vuole soddisfare, la qual cosa equivale, nella realtà dei fatti, a scegliere il proprio governo. (The Northridge Incident)

In passato, Gustave de Molinari, On the Production of Security (1849)
http://www.panarchy.org/molinari/security.html

e, in tempi recenti, Hans Herman Hoppe, The Private Production of Defense (1998)
http://www.mises.org/journals/scholar/Hoppe.pdf

tra gli altri, si sono occupati di infrangere il mito che lega la fornitura di servizi di sicurezza alla necessità di garantire un monopolio territoriale.

Comunque, a parte ciò, le formulazioni di Le Grand E. Day contenute in due altri scritti

The Theory of Multigovernment (1969-1977)
http://www.panarchy.org/day/multigovernment.1977.html

A Letter from the Future (1975)
http://www.panarchy.org/day/letter.1975.html

rappresentano un approccio estremamente stimolante verso la Panarchia. 


Il panorama attuale (^)

A lungo in tempi recenti i soli scritti sulla Panarchia sono stati quelli di John Zube. A un certo punto, verso la fine del XX e l’inizio del XXI secolo sono apparsi una serie di saggi che, pur non utilizzando specificatamente il termine Panarchia, sono nondimeno in sintonia con una visione di governo non territoriale.

 

Nel 1993 Roderick T. Long inizia a delineare una organizzazione sociale basata su
Cantoni Virtuali
http://www.panarchy.org/rodericklong/cantonivirtuali.html

Nel saggio in cui presenta l’idea, Long sostiene la proposta di una totale dispersione del potere (“decentralizzare, decentralizzare, decentralizzare!”) e prospetta l’inizio dell’aterritorialismo (“dissociare la giurisdizione politica dalla localizzazione geografica”) di modo che le “persone possano cambiare di giurisdizione senza dover cambiare di residenza”.

Se la politica non fosse un guazzabuglio di proclami dogmatici e opportunistici, l’esperienza dei Cantoni Virtuali sarebbe stato messo alla prova da molto tempo, soprattutto considerando che la tecnologia di comunicazione istantanea e di rapporti sociali a distanza ha già generato un numero incredibile di comunità virtuali piccole e grandi, anche se prive di poteri sostanziali.

 

Nel 1999, uno studioso che a quei tempi faceva ricerca presso l’Accademia delle Scienze di Praga, il dottor Aviezer Tucker, pubblicò sulla rivista Utopian Studies, edita dall’Università di Alaska, Anchorage (numero dell’Inverno 1999), un saggio estremamente stimolante incentrato su quella che egli chiama “la fallacia territoriale” che considera il dominio esclusivo su un certo territorio come il pre-requisito indispensabile per l’esistenza dello stato (sulla base del postulato: nessun territorio senza stato e nessuno stato senza territorio).

Aviezer Tucker, The Best States. Beyond the Territorial Fallacy, Utopian Studies, Winter 1999
http://www.panarchy.org/aviezer/territorialfallacy.html

Il dottor Tucker smantella questa fallacia facendo vedere come, nella concezione comune, “gli Stati sono al servizio dei cittadini, piuttosto che i padroni assoluti di un territorio”. In altre parole, "gli Stati basano la loro esistenza su contratti sociali invece che sulla sovranità, sul servizio ai cittadini invece che sul monopolio dell’uso della violenza in un dato territorio”.

Muovendo da questa visione estremamente concreta, basta compiere un piccolo passo e, come conseguenza logica, si arriva alla proposta di governi non territoriali in concorrenza tra di loro per la fornitura di servizi a consumatori/utenti liberi di scegliere. E, come qualsiasi contratto stipulato con una ditta, il contratto sociale personale sottoscritto con un governo di propria scelta “non è né mitico né ipotetico, ma esplicito e concreto, volontario e reversibile.”

In questo testo abbiamo una delle migliori formulazioni della Panarchia, anche se l’autore di tale scritto non usa mai tale termine e l’esistenza di de Puydt e della sua proposta gli erano forse del tutto sconosciuti.

 

Nel 2001 Bruno Frey, docente all’Istituto di Ricerca Economica Empirica dell’Università di Zurigo, condensa nel saggio

A Utopia? Government without Territorial Monopoly
http://www.iew.unizh.ch/wp/iewwp047.pdf or
http://www.panarchy.org/frey/utopia.2001.html

la sua visione di Giurisdizioni Funzionali, Sovrapposte, Concorrenti (Functional, Overlapping, Competing Jurisdictions: FOCJ) già delineata in scritti precedenti (1995; 1996).

L’idea si basa su riferimenti storici (ad esempio, l’organizzazione dei mercanti non geograficamente contigui operante nel Nord Europa e nota come Hansa) e su esperienze correnti (ad esempio, l’ICANN, l’organizzazione che sovrintende al regolare funzionamento dell’Internet) che danno credito alla possibilità di funzionamento di organizzazioni e governi non territoriali.

Come affermato dall’autore nelle sue conclusioni: “Giurisdizioni funzionali, sovrapposte, concorrenti sbriciolano la nozione profondamente radicata che un governo debba avere un monopolio territoriale ben definito; nonostante ciò, la proposta costituzionale qui avanzata non ha nulla di utopico. Essa si poggia su notevoli antecedenti sviluppati nel corso dei secoli, e si pone anche in sintonia con l’emergere di forme di governo virtuali nel recente passato”.

 

Concezioni simili sono state presentate da Gene Callaghan in un intervento alla Austrian Scholars Conference 9, il 13 Marzo 2003.

Gene Callaghan, The Right to Walk Away (2003)
http://www.mises.org/story/1185 o
http://www.panarchy.org/callahan/walkaway.2003.html

Quello che Callaghan prevede e sostiene è il fatto che “le persone possano lasciare una associazione civile senza dovere per questo doversi trasferire in una altra località geografica.”

La posizione di Callahan, basata sulla libertà e sul volontarismo delle scelte individuali, è del tutto affine alla Panarchia e, in una pagina del suo Blog Crash Landing, l’autore dichiara espressamente (2007) che la Panarchia è la sua filosofia
http://gene-callahan.blogspot.com/2007/11/panarchy-in-uk.html

 

Considerando che la Panarchia è interessata al superamento di ogni forma di territorialismo (sovranità territoriale monopolistica) è interessante rilevare, in questo contesto, una ripresa dell’idea del federalismo non-territoriale presentata dalla scuola Austriaca a cui si è fatto riferimento in precedenza.

Tra coloro che stanno sostenendo e promuovendo questa ripresa abbiamo un Francese docente di diritto e Presidente del Gruppo per i diritti delle Minoranze con sede a Parigi

Yves Plasseraud, Scegliere la propria nazionalità (2000)
http://www.panarchy.org/plasseraud/scelta.html

e un Tedesco che ha operato nello Sri Lanka come rappresentante della Fondazione Friedrich Ebert

Dietmar Kneitschel, Federalism and Non-Territorial Minorities (2004)
http://www.panarchy.org/kneitschel/federalism.html

I loro sforzi hanno rilevanza per lo sviluppo della Panarchia perché nei loro saggi essi fanno riferimento a casi storici (l’impero multinazionale Austro-Ungarico, l’Ebreo cosmopolita) e a realtà  contemporanee (la Bosnia, lo Sri Lanka). L’applicazione dell’idea di governi non territoriali a casi concreti della realtà corrente potrebbe contribuire a rendere la proposta di abbandonare il territorialismo meno strana e impraticabile di quanto possa apparire a prima vista.

 

Che questa idea abbia fatto parzialmente breccia è attestato anche dal fatto che essa ha iniziato a suscitare un qualche dibattito in vari siti su Internet (ad es. la Mises Community, Anarchism.net Forum, Ron Paul Forum, ecc.). È inoltre degno di nota che l’idea è incapsulata, in una certa misura, anche in altre concezioni che non sempre utilizzano il termine Panarchia ma vocaboli più o meno simili, quali ad esempio, poliarchia, personarchia, critarchia (kritarchy), sceltocrazia (choiceocracy), coesistenzialismo (coexistentialism), ecc

Alcuni dei testi affini alla Panarchia sono elencati nella pagina compilata da
Roy Halliday, Non Territorial Freedom
http://royhalliday.home.mindspring.com/virtual.htm

 

Questa breve rassegna non può terminare senza menzionare il fatto che l’idea della Panarchia ha fatto la sua apparizione anche nella Teoria dei Sistemi come un metodo per risolvere notevoli problemi risultanti dalla concentrazione del potere politico. Nel 1975 John Gall, professore alla Università del Michigan, scrisse un piccolo trattato, serio e scherzoso al tempo stesso: Systemantics. How systems works and especially how they fail (Sistemantica, Come funzionano e soprattutto come falliscono i sistemi), nel quale sostiene l’introduzione di due nuove Libertà:

- La libertà di scelta del territorio (Libertà distributiva)
- La libertà di scelta del governo (Principio della indeterminatezza egemonica).

“In base alla Libera Scelta del Territorio, un cittadino di qualsiasi paese è libero di vivere in qualsiasi parte del mondo in base alle sue scelte. Egli continua ad essere un cittadino del governo che preferisce, al quale paga le tasse e per i cui rappresentanti egli vota. Ad ogni modo, come indicato dall’espressione Libertà di scelta del governo, egli può in ogni momento cambiare di cittadinanza e di appartenenza dal presente governo ad un altro governo che offra condizioni fiscali più interessanti, migliori trattamenti pensionistici, funzionari statali più intelligenti, o semplicemente un ritmo gestionale più vigoroso (In base alle regole dell’etichetta, si richiedono due settimane di preavviso per passare da un governo all’altro).”
http://www.panarchy.org/gall/systemantics.html

L’autore di tale scritto non era al corrente che la stesa proposta era stata avanzata più di un secolo fa, e per questo non menziona affatto il termine Panarchia; comunque, lo spirito e il contenuto della proposta sono praticamente gli stessi.

 

Il termine Panarchia è adesso comunemente impiegato anche in ecologia con riferimento ai sistemi ambientali. Questo soprattutto a seguito della pubblicazione di

Lance H. Gunderson and C. S. Holling eds., Panarchy. Understanding transformations in human and natural systems (2001)

Questo approccio è presentato e sviluppato anche nel sito della

Resilience Alliance
http://www.resalliance.org/593.php

e dal sito

Organic Design
http://www.organicdesign.co.nz/Panarchy

 

La Panarchia si adatta anche in maniera splendida alle regole della logica (la verità come coerenza tra affermazioni), della cibernetica (la legge della varietà necessaria), dell’etica e del diritto (vivi onestamente, non ledere nessuno, dà a ognuno il suo - honeste vivere, neminem laedere, suum cuique tribuere - Ulpiano).

 

Il fatto che lo stesso vocabolo e la stessa concezione siano utilizzati e siano utilizzabili in contesti differenti come approccio scientifico per affrontare realtà diverse è del tutto in sintonia con l’idea originaria di de Puydt che, considerando la scienza come un insieme di conoscenze veritiere valide dappertutto (“Non ci sono verità che vere in un contesto cessino di esserlo in un altro contesto.”) traspose l’idea del laissez-faire dal campo dell’economia a quello della politica e presentò l’idea di governi concorrenti sullo stesso territorio chiamando ciò Panarchia. Per cui questa applicabilità molteplice è un segno non solo della fertilità dell’idea ma anche della sua veridicità. 

 


Nella parte seguente (una Veduta Personale) l’analisi si sposterà sul termine Panarchia con riferimento al tema delle scelte individuali e delle organizzazioni sociali, trattando soprattutto quelli che sono i principi e gli aspetti caratterizzanti della proposta che la rendono uno strumento così ricco e versatile a fini teoretici e pratici.




Una Veduta Personale (^)

 

Che cosa è la Panarchia (^)

Il bisogno sentito di chiarire che cosa è la Panarchia deriva dal fatto che, mano a mano che un numero crescente di individui si familiarizza con tale nozione, sarebbe bene se si evitassero due contrastanti tranelli che sembrano riguardare qualsiasi concezione una volta che essa raggiunge un pubblico più vasto.

I tranelli sono:

Il Dogma. La concezione è imbalsamata e nulla avviene a meno che non sia introdotto e approvato da qualche guida suprema che è riuscita ad appropriarsi della concezione e a diffonderla presso un numero crescente di seguaci.

Il Magma. La concezione è fluttuante e qualsiasi cambiamento è accetto, sempre e da parte di tutti, e in ciò sono incluse anche idee contraddittorie, formulazioni irrazionali e persino la negazione in maniera subdola dei principi originari di base.

Questo si è verificato in passato in riferimento al capitalismo (trasformato in corporatismo), al socialismo (soffocato nello statismo), al liberalismo (capovolto nel dirigismo); e tutto ciò è potuto avvenire perché gli stregoni del dogma e del magma sono riusciti ad appropriarsi dei termini e a manipolare le concezioni per i loro fini.

Ecco allora perché la definizione scientifica e l’utilizzazione appropriata di un termine/concetto rappresentano un compito permanente, che consiste nel preservare la formulazione originaria (la scintilla geniale) e nell’applicarla in maniera coerente alla realtà attuale (l’impegno genuino). Se l’applicazione non è fattibile o è compiuta in modo tale da negare la formulazione originaria, quella formulazione e il termine collegato devono essere abbandonati; altrimenti ci troveremmo in una situazione simile a quella in cui il corporatismo, lo statismo e il dirigismo sono tuttora definiti e ritenuti come capitalismo, socialismo, liberalismo.

Con riferimento alla Panarchia, un consenso generale tra sostenitori e praticanti dell’idea potrebbe raccogliersi attorno ai seguenti principi/aspetti, e cioè che la Panarchia è:

Personalistica. Il concetto dell’individuo (la “persona”) svolge un ruolo fondamentale nella Panarchia. Infatti, la Panarchia è volta a rimpiazzare “l’età delle masse”, caratterizzata dalla politica e dagli scontri tra opposte ideologie e fazioni antagoniste (stati, partiti, classi) in cui il singolo individuo è spesso una semplice pedina, con “l’età dell’individuo” e delle sue scelte specifiche che, anche quando non sono condivise o approvate da altri, dovrebbero sempre essere rispettate da tutti in quanto decisioni autonome che riguardano e coinvolgono solo la persona che le ha prese.

Volontaristica. L’accento sull’individuo non significa che i gruppi e le comunità non siano rilevanti anche nell’ambito della Panarchia ma solo che essi appaiono solo come il risultato di scelte personali di appartenenza e di libero contributo. Con l’eccezione della famiglia a cui una persona appartiene per cause naturali, la Panarchia non prevede gruppi o corpi collettivi ai quali l’individuo è ascritto in maniera automatica, contro la sua volontà. Il volontarismo dichiara la fine di qualsiasi pretesa monopolistica e il rispetto sommo della volontà dell’individuo di essere membro oppure no di qualsiasi comunità di sua scelta, sempre e in ogni caso.

Universalistica. La Panarchia è una concezione che possiede un livello estremamente elevato di applicabilità generale e di forte coerenza e per questo motivo può essere vista come uno schema universale pratico, accettabile e valido per tutti, dappertutto, in qualsiasi situazione una persona viva e operi.

Il non tener conto di uno di questi tre principi/aspetti dovrebbe costituire ragione sufficiente per metterci in guardia sul fatto che qualcuno sta utilizzando impropriamente il termine Panarchia.

Di solito l’utilizzo improprio deriva dal fatto che alla Panarchia sono attribuite caratteristiche errate e funzioni improprie da parte di coloro che non hanno afferrato completamente il significato e le implicazioni della Panarchia.

Ecco perché, al fine di capire meglio che cosa è la Panarchia, è utile anche sottolineare quello che la Panarchia non è. 


Che cosa non è la Panarchia (^)

La prima cosa da sottolineare più e più volte è il fatto che la Panarchia non è affatto una nuova filosofia politica. Infatti, come affermato in precedenza, la Panarchia è il superamento dell’età della politica caratterizzata dalla manipolazione delle masse e l’avvio dell’età delle persone caratterizzata dalle scelte effettuate da ogni individuo

L’etimologia del termine “politica” ci aiuta a chiarire questo aspetto. La radice di “politica” è “polis” la città-stato della Grecia antica, e il termine era originariamente utilizzato con riferimento all’amministrazione di un territorio specifico, e cioè la “polis”. Le caratteristiche principali della politica sono dunque un territorio specifico unito ad un dominio esclusivo (sovranità) che un certo apparato (i reggenti della città, i signori feudali, la macchina dello stato) ha esercitato e continua a esercitare su quello specifico territorio.

Ecco perché la Panarchia è totalmente estranea alla politica. Essa si pone oltre il territorialismo (in effetti lo sopprime) e sostiene forme di organizzazione personale e sociale che non sono basate sulla nozione di territorio. L’ispirazione diretta della Panarchia non è una teoria politica precedente ma le idee e pratiche conosciute come “laisssez-faire” “laissez-passer”. Anche quando l’originatore della concezione utilizza l’espressione “economia politica” egli ha semplicemente in mente l’economia basata sulla teoria del laissez-faire.

Questo aspetto riguardante l’erronea attribuzione alla Panarchia di connotazioni e funzioni di tipo politico richiama alla mente, in un certo qual modo, la controversia tra Marx nel ruolo di sostenitore della lotta politica e della conquista del potere politico, e gli Anarchici (in particolar modo gli esponenti della Federazione Jurassiana) che individuarono gli aspetti autoritari insiti in quella strategia ed erano perciò a favore di un processo di auto-emancipazione dei lavoratori attraverso l’azione e la riflessione personale diretta nelle varie sfere della vita.
(si veda: La circulaire de Sonvilier a http://www.panarchy.org/jura/sonvilier.html).

Coloro che vedono nella Panarchia un nuovo strumento politico sono anche portati a fare uso del termine Panarchismo, forse nell’accezione di una nuova ideologia che supererà tutte le altre ideologie.

Anche in questo caso è necessario essere estremamente franchi ed espliciti. La Panarchia non è affatto una ideologia (come, ad esempio, il Socialismo o il Comunismo) per il semplice motivo che accetta tutte le ideologie a patto che esse siano messe in atto in maniera libera e volontaria, da coloro che le propugnano. Per questo dovremmo essere molto cauti nell’uso del termine Panarchismo che dovrebbe valere solo in riferimento a:

“Quel corpo di conoscenze e idee concernenti le teorie e pratiche di tali comunità (panarchie) volontarie non-territoriali e autonome, considerate come le alternative giuste, pacifiche, amanti della libertà, rispettose della proprietà e promotrici del cambiamento in contrapposizione a qualsiasi tentativo di istituire o continuare a vivere sotto comunità coercitive, uniformi, di tipo territoriale, più o meno centralizzate e fatte passare per comunità ideali o le migliori possibili per tutti, senza tener conto se tutti condividano o no tali visioni.” (John Zube, The Gospel of Panarchy, 1986)

Assodato che la Panarchia non è affatto una ideologia politica (vecchia o nuova), risulta molto appropriata la qualificazione di Panarchia come un “movimento per i diritti civili” espressa da uno dei suoi sostenitori (Dwight Johnson, comunicazione personale, 2009). Infatti, questa formulazione caratterizza e sottolinea molto giustamente lo scopo di base della Panarchia che è quello che ognuno abbia/goda del diritto civile di scegliere liberamente e volontariamente il governo o l’autogoverno che più gli piace.

Dopo aver evitato le interpretazioni errate e le distorsioni create ad arte qui sopra indicate (la Panarchia come politica e il Panarchismo come ideologia) una persona è pronta a superare anche errori minori quali il restringere la concezione a specifici aspetti con l’esclusione o la compressione di altri.

In questo senso è necessario sottolineare che Panarchia non è soltanto:

La proposta a favore di molti governi. L’esistenza di molti governi paralleli non territoriali e la scelta volontaria a favore di uno di essi, non esclude affatto la opzione del non-governo o dell’auto-governo. Con la Panarchia le persone non sono obbligate a scegliere un governo per paura di essere relegate in secondo piano o considerate degli esseri stravaganti. A questo riguardo, siamo davanti a una situazione simile a quella affrontata dalla tolleranza religiosa che non fece pressioni sulle persone perché tutti aderissero ad una religione ma si applicò anche ad individui senza fede religiosa.

La proposta a favore della legge personale. Sostenere l’esistenza sullo stesso territorio di molti sistemi giuridici tra i quali una persona sceglie quello a cui aderire, non dovrebbe far passare sotto silenzio il fatto che la Panarchia poggia fermamente su principi universali sviluppati e affinati nel corso dei secoli e che fanno ora parte della Civiltà Umana. In assenza di principi universali implicitamente accettati da tutti la coesistenza tra diverse panarchie non sarebbe possibile.

La proposta a favore della extraterritorialità. L’extraterritorialità come è praticata dagli stati territoriali (ad esempio nei confronti dei diplomatici stranieri) significa che alcune persone/alcuni gruppi ricevono un trattamento specifico in base al loro status personale. La Panarchia invece considera l’extraterritorialità solo come un primo passo verso una situazione di completo aterritorialismo, e cioè la fine di qualsiasi potere e pretesa territoriale monopolistici, per tutti e dappertutto.

Dopo aver espresso quello che, nella mia visione personale, la Panarchia è, non è o non è soltanto, penso sia interessante compiere una simulazione mentale e vedere dapprima ciò che potrebbe far sì che alcune panarchie germoglino e poi vedere che cosa alcune panarchie potrebbero essere/diventare. 


Che cosa potrebbe far germogliare le panarchie (^)

Nessuno conosce quello che avverrà nel futuro  e come si svilupperanno nuove esperienze, ma la conoscenza del passato può offrirci alcune indicazioni e alcuni appigli sulla cui base immaginare e costruire il nostro personale futuro.

L’originatore della Panarchia, Paul Emile de Puydt, fa esplicito riferimento all’arrivo della tolleranza religiosa come un precedente dal quale trarre ispirazione per l’introduzione della tolleranza politica (e cioè la tolleranza nei confronti di qualsiasi ideologia politica volontariamente praticata dai suoi fautori). Questo produrrebbe come risultato l’esistenza di vari governi esistenti sullo stesso territorio che competono per il supporto delle persone come differenti chiese competono per l’adesione di fedeli. E come la tolleranza religiosa ha messo fine alle guerre di religione e alle persecuzioni religiose, così è altamente probabile che la tolleranza politica faccia lo stesso per quanto riguarda guerre e persecuzioni che hanno la loro origine in convinzioni politiche che si vogliono imporre a tutti. Al tempo stesso, come la concezione della tolleranza religiosa (sostenuta da Erasmo, Locke, Voltaire e altri) non intendeva essere una nuova religione, così la concezione della tolleranza politica (Panarchia) non intende essere una nuova ideologia politica, come già sottolineato in precedenza.

Il mostrare in maniera convincente il forte parallelismo tra la tolleranza religiosa (ora accettata in molte parti del mondo come un fatto del tutto naturale) e la tolleranza politica (ancora ora ignorata o addirittura considerata come una strana proposta del tutto irrealizzabile) potrebbe rappresentare il modo per introdurre dubbi e perplessità (le prime spaccature) riguardo alla eternità e indispensabilità del sistema attuale basato sul potere territoriale monopolistico.

Inoltre, scavando nella storia potremmo essere portati a scoprire, all’interno delle fedi religiose e delle tradizioni culturali, alcune idee e principi, obliterati o minimizzati dagli intellettuali di stato, che hanno punti di contatto con la Panarchia. Il rendere tutto ciò pienamente visibile può far sì che si formi una vasta rete di persone favorevolmente disposte le quali possono trovare all’interno dei propri convincimenti le radici della Panarchia (tolleranza, libertà, apertura alla varietà).

Infatti, con riferimento alle religioni professate dai Mussulmani, Cattolici ed Ebrei, abbiamo tre potenti principi-pilastro su cui è possibile costruire ponti attraverso le fedi e verso la Panarchia. Questi principi-pilastro sono:

La extraterritorialità (Musulmani). Nel mondo Islamico durante il Medio Evo e anche dopo diritti extraterritoriali erano riconosciuti a non-mussulmani (ad esempio, a mercanti stranieri) Questo ha significato l’esistenza di sistemi paralleli di giurisdizione nello stesso territorio, come sostenuto dalla Panarchia.

La sussidiarietà (Cattolici). Uno dei precetti sociali della Chiesa Cattolica (riaffermato dal Papa Leone XIII nell’enciclica Rerum Novarum, 1891) è quello della sussidiarietà  che afferma che, al fine di favorire lo sviluppo della persona umana, le funzioni di potere devono sempre essere esercitate dal livello più basso competente a ciò. Questo principio mette fine alla nozione di stati territoriali monopolistici in cui tutto o la maggior parte del potere si concentra al vertice.

L’autonomia personale (Ebrei). Gli Ebrei cosmopoliti disseminati in varie parti del mondo hanno ripetutamente perorato la causa dell’autonomia personale, e cioè la libertà di organizzare le loro vite e le loro comunità seguendo le loro proprie tradizioni e regole. Questa richiesta, rigettata dallo stato territoriale monopolista, e cancellata anche attraverso la distruzione fisica di intere comunità, rappresenta qualcosa da riprendere e riconoscere come una aspirazione del tutto naturale e del tutto giusta.

Se a ciò aggiungiamo il principio di Solidarietà che anima tutte le religioni e le fedi spirituali abbiamo le fondamenta teoretiche per una realtà di post-statismo - post-territorialismo a cui molti credenti nelle religioni possono facilmente aderire e riconoscersi.

 

Un altro insieme di idee e pratiche su cui fare affidamento è quello del liberalismo classico, come sviluppato da Bastiat, Lord Acton, von Mises, Hayek, Rothbard e altri.

Quello che è assente in tali idee è l’espressione piena del principio di aterritorialismo. Ad ogni modo, la costante riaffermazione del laissez-faire che ha contributo, in una certa misura, al superamento dei monopoli statali nel settore dei servizi (elettricità, gas, telefoni) può essere vista come una delle componenti di una strategia verso l’aterritorialismo. Il compito adesso è di portare quelle idee e pratiche (laissez-faire laissez-passer) su un piano più allargato, al di là delle barriere nazionali o federali (Europa, USA). Liberare imprenditori e consumatori dalle restrizioni territoriali è una impresa affascinante che assorbirà le menti e gli sforzi di molte persone creative, soprattutto nella sfera monetaria, e che fa parte in pieno dello sviluppo del Liberalismo e della Panarchia.

 

Un’altra strada verso la Panarchia è lo scenario globale dell’informazione e del sapere. In questo ambito il futuro appare molto promettente con i mezzi di comunicazione legati al territorio (ad esempio, i quotidiani nazionali) in piena crisi, e gli strumenti non-territoriali di comunicazione istantanea come Internet o altri dispositivi di uso personale (il telefono cellulare, la tavoletta di lettura) in ascesa. In questo campo l’individuo può già porre fine al territorialismo diventando un produttore e utilizzatore cosmopolita di informazione-conoscenza, limitato solo dalla ricchezza di linguaggi e forme di espressione (musica, video, cartoni animati, disegno, testo letterario) che padroneggia.

Quello che si vuole dire qui è che una vasta rete di individui, alcuni di loro totalmente o parzialmente all’oscuro dell’esistenza di una concezione chiamata Panarchia, faranno germogliare l’inizio delle Panarchie attraverso vari progetti ed esperimenti che hanno la loro base in aspirazioni e tendenze di tipo religioso, economico, culturale o altro. Il grido di Michael Rozeff: “lasciatemi uscire da questo barile per sardine ” (Perché sono un Panarchico, Gennaio 2009) trova già tentativi di risposta, ogni giorno, da parte di tutti coloro che vogliono esprimere sé stessi senza imposizioni. Quando le idee saranno messe meglio a fuoco, le energie si rafforzeranno e si approfondiranno i collegamenti tra persone favorevoli alla libertà, allora il barile di sardine (cioè le barriere mentali e materiali che imprigionano tutti noi) scompariranno.

 

Il 2 Maggio del 1989, il filo spinato elettrificato che segnava la frontiera tra l’Ungheria e l’Austria fu smantellato per ordine di individui al potere che avevano perso qualsiasi speranza riguardo al comunismo di stato. Nel giro di alcuni mesi il muro di Berlino cadrà (9 Novembre 1989) e prima della fine dell’anno le popolazioni dell’Europa dell’Est (Germania Orientale, Ungheria, Polonia, Cecoslovacchia, Bulgaria, Romania), dopo così tanti anni di soffocamento politico e morale, riusciranno finalmente a uscire dalla botte.

La rapida successione di eventi di quel cruciale 1989 potrebbe essere di nuovo replicata in un futuro non molto lontano se solo pensiamo e agiamo come se le limitazioni inutili e non necessarie non esistessero. Nella risoluzione di problemi, come indicato dalle scienze cognitive, talvolta la soluzione giunge come una illuminazione improvvisa dopo la rottura di un blocco mentale, il salto al di là di una restrizione introdotta dall’individuo senza alcuna giustificazione razionale, solo a seguito di pregiudizi emotivi e di credenze convenzionali.

Forse in quel momento smetteremo di parlare di tolleranza politica (come non ci soffermiamo di solito a parlare di tolleranza religiosa) e inizieremo a praticarla senza nemmeno saperlo. 


Che cosa potrebbero essere le panarchie (^)

Pregiudizi emotivi e credenze convenzionali sono probabilmente attivi quando qualcuno, a un primo esame della Panarchia, rimprovera il fatto che essa abbia o l’uno o l’altro di questi due opposti vizi di base:

a) L’uniformità: per attuare la Panarchia occorre che tutti diventino panarchici.

b) La frammentazione: la Panarchia produrrà ghetti separati abitati da popolazioni identiche.

Per ribattere queste critiche potrebbe essere utile non solo rispondere nello specifico a tali obiezioni ma anche cercare di raffigurare ciò che le panarchie potrebbero essere/diventare se la creatività e l’iniziativa delle persone è lasciata libera di esprimersi. Offrendo un accenno a possibili panarchie potremmo sgombrare il campo da queste due obiezioni che derivano da un modo di pensare dominato, senza che i critici ne siano consapevoli, dall’uniformità e dalla frammentazione che essi rimproverano alla Panarchia.

a) Uniformità: Tutti devono diventare panarchici.

Un panarchico, se davvero vogliamo usare questo termine, non è altro che un essere umano che è incline a fare le sue scelte in prima persona riguardo alla propria vita (qualunque cosa ciò possa significare in termini concreti) ed è anche convinto del fatto che tutti gli altri abbiano lo stesso diritto. In altre parole, un panarchico (o poliarchico o volontarista o come lo si voglia chiamare) non è né un tirannico padrone né un servitore involontario ma semplicemente una persona ragionevole e decente che vuole essere lasciata in pace e che intende lasciare gli altri in pace. Se questa è ritenuta una proposta fuori di questo mondo, allora ciò significa che non siamo molto lontani dal modificare l’idea classica di cosa voglia dire essere umani (e cioè una entità vivente libera e responsabile) e intendiamo porre al suo posto l’immagine di un individuo impiccione, sgradevole, prepotente. Il fatto è che nessuno vuole essere né considerato come né associato a un essere impiccione, sgradevole, prepotente, a meno di non essere affetto da profonde patologie mentali. Da ciò ne consegue che tutti noi implicitamente assumiamo che se qualcuno vuole essere parte del gioco della vita fatto di relazioni tra le persone, egli deve diventare un essere umano, qualunque sia il termine che viene usato in un certo periodo storico per qualificarlo come tale (ad esempio, stoico, umanista, illuminato, ecc.). Per cui, rimproverare ai sostenitori della Panarchia il fatto che essi si aspettino che tutti diventino panarchici, è come rimproverare a una persona tollerante e civile di attendersi che tutti si comportino in maniera tollerante e civile, senza imporre agli altri le proprie scelte.

b) Frammentazione: le Panarchie produrranno ghetti.

L’attuale situazione è caratterizzata dall’esistenza di gabbie nazionali o federali più o meno impermeabili all’accesso dall’esterno. Il mondo occidentale, così critico della Cortina di Ferro e del Muro di Berlino, ha eretto muri di cemento e barriere di filo spinato elettrificato sia in una Europa trasformata in una fortezza per escludere le persone di altri continenti, che negli Stati Uniti che sorvegliano la frontiera con il Messico per mezzo di una barriera lunga 500 chilometri (Agosto 2008) e in via di estensione, e in Israele dove lo stato sta costruendo un muro che disgrega e distrugge le comunità palestinesi. Per cui, quando le persone affermano che la proposta di abolire il territorialismo e introdurre governi in concorrenza e la tolleranza politica, genererà ghetti, è legittimo chiedersi se essi davvero sanno di cosa stanno parlando; a meno che essi non facciano riferimento alla realtà attuale fatta di stati nazionali territoriali con le loro soffocanti gabbie territoriali. Con la Panarchia avverrebbe esattamente l’opposto in quanto, con l’abolizione dei pollai nazionali eretti dagli stati monopolisti le persone potranno, come in un passato dimenticato, spostarsi, collegarsi e mescolarsi liberamente sulla base dei loro desideri e affinità personali. Il probabile risultato sarebbe la fine proprio della nozione di segregazione e di ghetti che purtroppo esistono ancora a causa dell’esistenza dello stato territoriale monopolistico.

 

In effetti, la Panarchia vedrà lo sviluppo di tre aspetti che vanno in direzione esattamente opposta alle manchevolezze che le sono attribuite:

Varietà : nessuna barriera materiale al movimento e al mescolamento, consentendo il cosmopolitanismo e il localismo, la dispersione e la concentrazione, l’omogeneità e l’eterogeneità, secondo i desideri personali.

Originalità : nessuna barriera politica alla sperimentazione sociale, il che porta ad una realtà ricca fatta di una continua serie di progetti promossi dagli individui in tutte le sfere della vita.

- Armonia : nessuna barriera personale che costringe gli individui a sopportare un potere esterno ed estorsionista e quindi nessuna ragione perché emerga la rabbia (per quale motivo?) e la ribellione (contro chi?).

 

Sulla base di quello che è stato detto fin qui, è adesso possibile fare almeno un tentativo di immaginare che cosa le panarchie potrebbero essere/diventare.

È molto probabile che la maggior parte di esse non saranno governi come quelli che abbiamo ora, con un presidente, un primo ministro, una folla di ministri e burocrati a volontà, anche se questo non è da escludere, ma la differenza è che il costo è sopportato interamente da coloro che vogliono ciò.
La maggior parte delle panarchie potrebbero essere insiemi integrati e flessibili di:

- Fornitori di servizi
- Agenzie di supporto

 

A questo riguardo la storia delle società cooperative e delle società di mutuo soccorso che esistevano in Europa fino alla Prima Guerra Mondiale potrebbe offrire indicazioni interessanti su quello che potrebbe avvenire nel futuro. Altri accenni sono offerti da studiosi che intravedono il passaggio ad una “economia di supporto” basata su relazioni di collaborazione in cui l’utente sceglie tra individui e gruppi che svolgono ruoli differenti (si veda: Shoshana Zuboff and James Maxmin, The Support Economy, 2002)

Potrebbe essere che una persona è membro di una sola panarchia, ricevendo/dando servizi e supporti, o di molte panarchie, come l’essere membri di clubs differenti. Facendo di nuovo riferimento alla realtà attuale, l’appartenere ad una Chiesa non esclude né restringe la possibilità di appartenere ad altre organizzazioni.

A questo punto è necessario infrangere una aspettativa del tutto infondata che potrebbe installarsi nell’immaginario di qualcuno. E cioè che, mentre la concezione generale della Panarchia è un qualcosa di estremamente bello e fertile di risultati, è più che probabile che alcune panarchie saranno organizzazioni che alcuni, di diverso orientamento, giudicheranno in maniera estremamente negativa. Infatti è altamente probabile che alla Panarchia aderiranno anche individui alla ricerca di posizioni di comando, quel tipo di persone che vogliono essere a capo di una nuova setta. Con la moltiplicazione delle comunità volontarie, come sostenuto dalla Panarchia, essi troveranno certamente seguaci che vogliono sottomettersi alle loro forti personalità.

Quando questo avverrà alcuni diranno che la Panarchia non è meglio di altre forme di organizzazione sociale che danno luogo alla tirannia. Comunque, facendo così essi dimenticano uno dei principi base della Panarchia e cioè il volontarismo in base al quale, coloro che liberamente entrano in una panarchia e volontariamente si sottomettono a un capo sono anche liberi di uscire da quella panarchia (se è davvero una panarchia, e cioè una organizzazione non territoriale e non monopolistica) e aderire ad un tipo completamente diverso di panarchia o persino di diventare del tutto autonomi (auto-amministrazione).

A questo riguardo, a coloro che agitano la bandiera della libertà come un oggetto sacro al punto che lo vogliono far ingoiare a tutti a viva forza, è necessario far presente che, nonostante quello che può apparire in base all’uso dei termini, imporre la libertà a tutti è un vero e proprio atto di tirannia rispetto al lasciare un individuo libero di scegliere di essere o no un servitore. Nel primo caso la persona non praticherà mai la libertà se non come una farsa e sarà sempre in preda alla paura di essere lasciato senza una guida. Nel secondo caso la scelta volontaria del servire lascia la persona davvero libera e il suo servire potrebbe cessare in ogni momento se solo egli lo volesse.

Il livello della libertà di ogni panarchia sarà in relazione alla richiesta dei suoi membri e questo non rappresenta solo la bellezza di questa concezione ma anche il necessario richiamo alla realtà. La Panarchia non inventa un mondo mitico fatto di fiabe popolate da fatine gentili (gli eletti che hanno il potere) e mostri egoisti (i privati cittadini privi di potere).

La Panarchia si basa sulla realtà effettiva e su esseri umani naturali e lascia che ognuno abbia quello che gli spetta.

Potremmo dire che la Panarchia è la realizzazione piena dell’aspirazione alla tolleranza universale presente nelle idee e negli ideali dell’Illuminismo e sintetizzata nella affermazione di Voltaire:

“Che cosa è la tolleranza? È il risultato dell’essere umani. Noi siamo tutti individui fragili e portati all’errore; facciamo in modo di perdonarci reciprocamente le nostre follie - questa è la prima legge di natura.” (Il dizionario filosofico, Tolleranza, 1765)

 


 

Sommario (^)

La Panarchia è:

- Un metodo per la risoluzione dei problemi (la via per la soluzione permanente e armoniosa dei conflitti)

- Uno standard di vita della persona (la via per la presa autonoma e diretta delle decisioni)

- Una prassi di relazioni sociali (la via per la scelta di essere parte di un gruppo sociale in maniera volontaria)

Quando questo metodo, standard e prassi diventeranno patrimonio comune dell’umanità attraverso un processo di consapevolezza concernente il significato di “essere umano”, allora il termine Panarchia probabilmente scomparirà. A quel punto la maggior parte degli esseri umani giungerà alla convinzione che essi sono responsabili di pieno diritto per quanto riguarda le loro vite (e solo delle loro vite) invece di essere, pretendere o accettare che tutti siano, anche contro la loro volontà, servi di un sovrano monopolista, e cioè lo stato territoriale.

Come sottolineato in precedenza, nell’affrontare problemi la soluzione può derivare non solo dall’acquisizione di nuove conoscenze e nuove capacità, ma anche dall’abilità del ricercatore di andare al di là di assunti convenzionali che restringono, senza ragioni valide, l’area della soluzione. Una volta che queste restrizioni sono fatte cadere, i blocchi mentali e materiali che ostacolano la scoperta di una soluzione scompaiono. In modo simile, la Panarchia può diventare una realtà quando una rivoluzione cognitiva riuscirà a mettere da parte le restrizioni irragionevoli e del tutto inutili rappresentate dal territorialismo e dal monopolismo nell’organizzazione politica e sociale.

Per questo motivo dobbiamo diffondere l’informazione riguardante l’esistenza della Panarchia o di altre concezioni simili basate sulla libertà, sul volontarismo nelle scelte e sull’aterritorialismo. Questa informazione crescente sarà quindi mano a mano organizzata in forme strutturate di conoscenza (ipotesi, proposizioni) che produrranno proposte pratiche e progetti sperimentali. Se questi troveranno successo, nuovi atteggiamenti emergeranno in favore della varietà, originalità e armonia ed essi diventeranno parte della saggezza dell’epoca, una saggezza a livello mondiale.

Tutto ciò non ha nulla di straordinario; al contrario, è qualcosa di ordinaria umanità.
Ed essere/diventare portatori di umanità è davvero il compito e lo scopo di tutti gli esseri umani.

 


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