Mikhail Bakunin

Sulla autorità

(1871)

 


 

Nota

L’idea che gli anarchici siano contro qualsiasi autorità è rigettata da Bakunin. Con parole molto chiare egli afferma che gli anarchici sono pronti a sottomettersi all'autorità delle leggi naturali e ad accettare liberamente e volontariamente quella degli esperti quando esprimono indicazioni ritenute valide.

In ogni caso, secondo Bakunin “non vi è affatto una autorità fissa e costante, ma uno scambio continuo di autorità e di ubbidienza, reciproche, temporanee e soprattutto volontarie.”
Fonte: Mikhail Bakunin, Dieu et l'état, redatto tra Febbraio e Marzo 1871; testo pubblicato nel 1882 in una traduzione francese fatta da Élisée Reclus, con una introduzione di Carlo Cafiero. Il titolo originale scelto da Bakunin era: Sophismes historiques de l'École doctrinaire des communistes allemands.

 


 

Cos’è l’autorità?

È forse la potenza inevitabile delle leggi naturali che si manifestano nella concatenazione e nella successione necessaria dei fenomeni, sia del mondo fisico che di quello sociale? In effetti, protestare contro tali leggi non è solo fuori luogo, ma è anche impossibile. Noi possiamo disconoscerle, o non conoscerle affatto, ma non possiamo disobbedirle, perché esse costituiscono la base e le condizioni stesse della nostra esistenza. Esse ci avvolgono, ci penetrano, regolano tutti i nostri movimenti, i nostri pensieri e i nostri atti; di modo che, quand’anche pensiamo di poter disobbedire ad esse, non facciamo altro che comprovare la loro sovrumana potenza.

Sì, noi siamo assolutamente schiavi di queste leggi. Ma non vi è nulla di umiliante in questa schiavitù, o, piuttosto, non si tratta neanche di una schiavitù. Perché la schiavitù presuppone un padrone esterno, un legislatore che si trova al di fuori di colui al quale egli dà ordini, mentre queste leggi non sono al di fuori di noi: esse ci sono proprie, costituiscono il nostro essere, tutto il nostro essere, sia corporale che intellettuale e morale. Noi non viviamo, non respiriamo, non agiamo, non pensiamo, non esprimiamo la nostra volontà se non attraverso queste leggi naturali. Al di fuori di esse non siamo niente, non esistiamo. Da dove allora prenderemmo il potere e la volontà di ribellarci contro di esse?

Posti di fronte alle leggi naturali, non vi è, per l’essere umano che una sola libertà possibile, e cioè quella di riconoscerle e applicarle sempre più, al fine della emancipazione o umanizzazione sia collettiva che individuale che egli persegue, e per l’organizzazione della propria esistenza materiale e sociale. Queste leggi, una volta riconosciute, esercitano una autorità che non è mai posta in discussione dall’insieme degli esseri umani. Bisogna, ad esempio, essere folli o astrusi, o persone inclini alla metafisica, o giuristi ed economisti borghesi, per ribellarsi contro il fatto che due più due fa quattro. Bisogna avere una fede cieca per pensare che non ci si brucerà in mezzo alle fiamme e che non si annegherà stando a lungo sott'acqua, a meno di non fare ricorso a qualche accorgimento che si basa esso stesso su una qualche legge naturale. Ma queste ribellioni, o piuttosto questi tentativi o queste folli idee di una ribellione impossibile, non costituiscono che una rara eccezione perché, in generale, si può dire che la massa degli individui, nella vita quotidiana, si lascia guidare dal buon senso, il che vuol dire dall’insieme delle leggi di natura generalmente riconosciute, e questo in maniera più o meno completa. 

Resta però il fatto deprecabile che un gran numero di leggi di natura, già recepite come tali dalla scienza, rimangono sconosciute alle masse popolari e ciò a causa di questi governi tutelari che pretendono di esistere, come ben si sa, per il sommo benessere dei popoli. Vi è poi un altro inconveniente, e cioè che la maggior parte delle leggi di natura che sono intrinseche allo sviluppo della società umana, e che sono tutte anche necessarie, invariabili, inevitabili, come quelle che governano il mondo fisico, non sono state debitamente constatate e riconosciute dalla stessa scienza.

Una volta che lo saranno, innanzitutto dalla scienza, e in seguito, per mezzo di un vasto sistema di educazione e di istruzione popolare, saranno passate nella coscienza di tutti, il problema della libertà sarà integralmente risolto. Gli autoritari più incalliti dovranno riconoscere che, in quel momento, non ci sarà più bisogno di una struttura politica che organizza, dirige, legifera. Queste tre funzioni, sia che emanino dalla volontà di un sovrano o dal voto di un parlamento eletto a suffragio universale, anche qualora fossero in sintonia con il sistema delle leggi naturali – cosa che non ha mai avuto luogo e mai potrà averlo - sono sempre ugualmente funeste e contrarie alla libertà delle persone in quanto impongono a loro un sistema di leggi che provengono dall’esterno e sono quindi dispotiche.  

La libertà della persona consiste unicamente nel fatto di obbedire alle leggi naturali perché queste sono state da lui riconosciute come tali, e non perché gli sono state imposte dall’esterno, da una qualche volontà a lui estranea, divina o umana, collettiva o individuale.

Immaginate una accademia di uomini sapienti, composta dai rappresentanti più illustri della scienza; supponete che questa accademia sia incaricata della legislazione, dell’organizzazione della società, e che, ispirata dall’amore più puro per la verità, promulghi solo leggi conformi alle più recenti scoperte della scienza. Ebbene, io sostengo che queste leggi e questa organizzazione sarebbero una mostruosità, e ciò per due ragioni. La prima consiste nel fatto che la scienza umana è sempre necessariamente imperfetta e confrontando quello che essa ha scoperto con quello che le resta di scoprire, si può dire che è sempre come un neonato in una culla. Per cui, se si volesse forzare la vita pratica delle persone, sia collettiva che individuale, a conformarsi strettamente ed esclusivamente alle ultime scoperte della scienza, si finirebbe per condannare anche la società, oltre che gli individui, a soffrire le pene come se tutti fossero su un letto di Procuste [1]; la qual cosa avrebbe come risultato di sconquassarli e soffocarli, essendo la vita sempre qualcosa di infinitamente più complesso della scienza.

La seconda ragione è la seguente: una società che obbedisse a leggi promulgate da una accademia di scienziati, non perché ha compreso il carattere razionale delle leggi stesse, nel qual caso l’esistenza dell’accademia diventerebbe inutile, ma obbedisse perché queste leggi, emanate da questa accademia, si imponessero loro in nome di una scienza che essi venerano senza comprenderla - ecco, una tale società non sarebbe composta da esseri umani ma da bruti inconsapevoli. Saremmo in presenza di una replica di quella povera repubblica del Paraguay governata a lungo dalla Compagnia di Gesù [2]. I membri di una simile società cadrebbero ben presto in una condizione molto bassa di idiozia.

Ma vi è ancora una terza ragione che rende impossibile un simile governo. Ed è il fatto che una accademia scientifica, dotata di una sovranità per così dire assoluta, fosse anche composta dalle persone più illustri, finirebbe inevitabilmente e ben presto per corrompersi, moralmente e intellettualmente. Questo avviene già ai nostri tempi in tutte le accademie, nonostante esse godano di pochi privilegi. Il più grande genio della scienza, a partire dal momento in cui diventa un accademico, un intellettuale patentato, a titolo ufficiale, inevitabilmente declina nelle sue facoltà creative e il suo cervello si intorpidisce. Egli perde la sua spontaneità, la sua audacia rivoluzionaria nella ricerca scientifica, e quella energia ardita e niente affatto accomodante che caratterizza la natura dei più grandi geni, chiamati sempre a sbriciolare il mondo delle realtà caduche e a gettare le basi di nuovi mondi. Di certo egli ne guadagna in gentilezza della forma, in condotta utilitaristica e pratica, ma a costo della potenza del suo pensiero. In sostanza, si corrompe.

Il privilegio e qualsiasi posizione di privilegio sono destinati a uccidere l’energia e lo spirito delle persone. L’uomo privilegiato, sia sotto il profilo politico che economico, è un essere intellettualmente e moralmente depravato. Ecco una legge sociale che non ammette alcuna eccezione e che si applica altrettanto bene sia alle nazioni che alle classi, sia ai gruppi che agli individui. Si tratta della legge dell’uguaglianza [3], condizione suprema della libertà e dell’umanità. Lo scopo principale di questo scritto è proprio quello di sviluppare tale legge e di mostrarne la validità in tutte le manifestazioni della vita umana.

Un corpo di scienziati ai quali fosse affidato il governo della società finirebbe ben presto per non occuparsi affatto di ricerca scientifica ma di tutt'altro e cioè di quello che è comune a tutti i poteri stabiliti, vale a dire, tenterebbe di perpetuarsi all'infinito rendendo la società, affidata alle sue cure, sempre più stupida e, di conseguenza, sempre più bisognosa della sua guida e direzione.

Ma quello che è vero per le accademie scientifiche lo è ugualmente per tutte le assemblee costituenti e legislative, anche quelle che sorgono dal suffragio universale. Il suffragio universale può operare come un meccanismo per rinnovare i membri di una assemblea, questo è vero, ma non può impedire che si formi, nel giro di alcuni anni, un corpo di uomini politici, privilegiati di fatto e non di diritto, i quali, dedicandosi esclusivamente alla direzione degli affari pubblici di un paese, finiscono per diventare una sorta di aristocrazia o di oligarchia politica. Si vedano al riguardo gli esempi offerti dagli Stati Uniti d’America e dalla Svizzera.

Ne consegue quindi che non vi è bisogno né di un legislatore né di una autorità imposti dall’esterno, l’uno essendo d’altronde inseparabile dall’altro, e finendo tutti e due per asservire la società e per abbrutire coloro stessi che si pongono come legislatori.

Se ne deduce allora che io respingo qualsiasi autorità? Lungi da me questa idea. Quando si tratta di scarpe, faccio riferimento all’autorità del calzolaio; nel caso di una abitazione, di un canale o di una ferrovia, consulto l’architetto o l’ingegnere in quanto individui autorevoli al riguardo. Per un sapere speciale mi indirizzo a un conoscitore della materia. Ma non mi lascio imporre nulla né dal calzolaio, né dall’architetto né dall'esperto in una materia. Li ascolto in piena libertà e con tutto il rispetto che merita la loro intelligenza, la loro persona, il loro sapere, riservandomi, in ogni caso, il diritto incontestabile di critica e di azione. Non mi accontento poi di consultare un solo specialista autorevole, ma ne ascolto parecchi. Confronto i loro pareri e scelgo quello che mi sembra il più giusto. Non riconosco alcuna autorità infallibile, nemmeno nelle questioni altamente specialistiche; di conseguenza, per quanto rispetto possa nutrire per l’onestà e la sincerità di questo o quell’individuo, non ripongo in nessuno una fede assoluta. Una tale fede equivarrebbe alla fine della mia razionalità, della mia libertà e comprometterebbe persino il successo delle mie iniziative.

Essa mi trasformerebbe immediatamente in uno schiavo stupido e in uno strumento della volontà e degli interessi altrui.   

Se mi inclino davanti all’autorità degli specialisti e mi dichiaro pronto a seguire, in una certa misura e durante tutto il tempo che ciò mi sembrerà necessario, le loro indicazioni e i loro consigli sul cammino da intraprendere, questo avviene perché quella autorità non mi è imposta da nessuno, né dagli uomini né da Dio. In caso contrario, la respingerei con orrore e manderei al diavolo i loro pareri, la loro direzione e la loro scienza, sicuro che mi farebbero pagare, con la perdita della mia libertà e della mia dignità, le briciole di verità che mi potrebbero trasmettere, avvolte da parecchie menzogne.

Mi inclino davanti all’autorità degli esseri speciali perché questo è ciò che la mia stessa ragione mi detta di fare. Ho coscienza di non poter abbracciare, in tutti i suoi dettagli e sviluppi positivi, se non una parte molto ridotta della scienza umana. La più grande capacità intellettiva non sarebbe sufficiente per conoscere il tutto. Da ciò ne deriva, per la scienza come per l’industria, la necessità della divisione e della cooperazione tra le varie attività. Io dò e ricevo, questa è la condizione umana. Ognuno è, secondo i momenti, autorità che dirige e autorità che è diretta. Per cui non vi è affatto una autorità fissa e costante, ma uno scambio continuo di autorità e di ubbidienza, reciproche, temporanee e soprattutto volontarie. 

È la mia stessa ragione che mi vieta di riconoscere una autorità fissa, costante e universale, perché non esiste un essere umano universale, capace di abbracciare, nella sua ricchezza infinita di dettagli che caratterizza l’applicazione della scienza all’esistenza, tutte le conoscenze e tutti i rami della vita sociale. E se una tale universalità potesse mai trovare realizzazione in un solo essere umano, ed egli volesse prevalere su di noi e imporci la sua autorità, allora bisognerebbe allontanare quest’uomo dalla società perché la sua autorità ridurrebbe tutti gli altri alla schiavitù e all’imbecillità. Io non sono del parere che la società debba trattare male le persone di genio come è stato fatto fino ai giorni nostri. Ma non penso neanche che debba accontentarle in tutto o concedere loro privilegi o diritti esclusivi di qualsiasi genere. E questo per tre motivi: innanzitutto perché un ciarlatano potrebbe spesso essere preso per un uomo di genio; poi, perché, attraverso un sistema di privilegi, potrebbe trasformare in ciarlatano anche un vero genio, demoralizzandolo e istupidendolo; e infine, perché creerebbe un despota.

In sostanza, noi riconosciamo l’autorità della scienza perché essa non ha altro obiettivo se non la formulazione teorica, la più ponderata e sistematica possibile, delle leggi naturali che sono intrinseche sia alla vita materiale, intellettuale e morale che alla sfera fisica e sociale. Queste sfere costituiscono, nei fatti, un solo e unico insieme naturale. Al di fuori di questa autorità, che sola è legittima in quanto razionale e conforme alla libertà umana, noi dichiariamo tutte le altre autorità menzognere, arbitrarie, dispotiche e funeste.

Noi riconosciamo una autorità assoluta alla scienza [4], ma respingiamo la pretesa che i rappresentanti della scienza siano infallibili e che le loro affermazioni debbano valere sempre per tutti. Nella mia Chiesa - che mi sia permesso per un attimo di utilizzare questa espressione che in altri contesti detesto essendo la Chiesa e lo Stato le mie bestie nere - nella nostra Chiesa, come nella Chiesa protestante, abbiamo un capo, un Cristo invisibile, la Scienza; e, al pari dei protestanti, noi non vogliamo e non sopportiamo né un papa, né concili o conclavi di cardinali infallibili, né vescovi e nemmeno preti. Il nostro Cristo si distingue dal Cristo protestante e cattolico per il fatto che egli, per loro, è un essere personale, mentre per noi è una entità impersonale. Il Cristo dei cristiani, già pienamente realizzato in un passato senza fine, si presenta come un essere perfetto, mentre la realizzazione e la perfezione del nostro Cristo, della Scienza, sono sempre un fatto a venire, il che equivale a dire che non si realizzeranno mai compiutamente. Non riconoscendo altra autorità assoluta se non quella della scienza assoluta, noi non compromettiamo in alcun modo la nostra libertà. 

L'espressione scienza assoluta fa riferimento, per me, alla scienza quando essa è davvero universale, in modo tale da riprodurre idealmente, nel suo complesso e nei suoi infiniti dettagli, l’universo, il sistema o l’insieme coordinato di tutte le leggi naturali che si manifestano nello sviluppo incessante dei mondi. È evidente che questa scienza, oggetto sublime di tutti gli sforzi dello spirito umano, non si realizzerà mai nella sua assoluta pienezza. Il nostro Cristo resterà quindi eternamente incompiuto, la qual cosa deve abbassare molto l’orgoglio dei suoi rappresentanti patentati presenti tra di noi. Contro questo figlio di Dio, nel nome del quale essi pretenderebbero imporci la loro autorità insolente e pedante, noi ci appelliamo a Dio Padre, vale a dire al mondo reale, alla vita reale, di cui egli non è che l’espressione molto imperfetta, e di cui noi, gli esseri reali, che vivono, operano, lottano, amano, aspirano, godono e soffrono, siamo i rappresentanti diretti.

Ma pur rifiutando l’autorità assoluta, universale e infallibile degli uomini di scienza, noi ci inchiniamo volentieri davanti all’autorità rispettabile, ma relativa e del tutto temporanea e circoscritta, dei rappresentanti delle scienze specialistiche, non chiedendo di meglio che di consultarli di volta in volta. Noi saremo del tutto riconoscenti per le indicazioni preziose che vorranno darci, a patto che essi vogliano ricevere i nostri pareri sui temi e nei casi in cui noi siamo meglio documentati di loro. E, in generale, noi non chiediamo di meglio che avere degli esseri umani dotati di un grande sapere, di una grande esperienza, di un grande spirito e soprattutto di un grande cuore, i quali esercitino su di noi una influenza naturale e legittima, liberamente accettata e mai imposta con il pretesto di una qualche autorità ufficiale, celeste o terrestre. Noi accettiamo tutte le autorità naturali e tutte le influenze basate su fatti reali, ma nessuna basata sul diritto; e questo perché qualsiasi autorità o influenza basata sulla legge, e quindi ufficialmente imposta, diventerebbe ben presto una oppressione e una menzogna e ci imporrebbe fatalmente, come credo di avere mostrato a sufficienza, l’asservimento e un comportamento assurdo.  

Detto in sintesi, noi rifiutiamo qualsiasi legislazione, autorità, influenza privilegiata, patentata, ufficiale e legale, sorgesse anche dal suffragio universale, convinti che tutto ciò non potrebbe che giocare sempre a vantaggio di una autorità dominante e sfruttatrice, contro gli interessi dell’immensa maggioranza resa serva.

Ecco il significato del nostro essere realmente anarchici.

 


 

Note

[1] Nella mitologia greca Procuste è il soprannome di un brigante che aggrediva i viandanti e li forzava in un letto, tirandoli o accorciandoli perché si conformassero esattamente a determinate misure. Da qui l'espressione “letto di Procuste” per significare il tentativo di imporre a tutti un solo modo di pensare e agire.

[2] La repubblica gesuita del Guaranì (Paraguay) può essere definita come retta da un “paternalismo illuminato” ed è probabilmente su questo aspetto che si appunta la critica di Bakunin. Va comunque tenuto conto che i Gesuiti lottarono contro i trafficanti di schiavi, a protezione degli abitanti della regione.

[3] Per Bakunin come per gli anarchici uguaglianza vuol dire assenza di privilegi concessi ad alcuni e non identità di condizioni economiche e sociali imposte a tutti.

[4] La scienza assoluta di Bakunin è la scienza svincolata dal potere e che non si impone a chicchessia.

 

 


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