Voltairine de Cleyre

Uno sguardo al comunismo

(1892)

 


 

Nota

In questo scritto Voltairine de Cleyre si prende un po' gioco dei comunisti che vorrebbero assegnare allo Stato il compito di regolamentare la vita economica, cioè la produzione e il consumo. Molto più semplice e fattibile è il lasciare a ciascuno la possibilità di auto-organizzarsi attraverso relazioni contrattuali volontarie. Da qui emerge la costatazione che gli anarchici, pur se classificati tra gli utopisti, sono invece coloro che prospettano soluzioni del tutto pratiche, semplici e soprattutto molteplici e varie, su come vivere in società, avendo a cuore il soddisfacimento delle esigenze di ciascuno e di tutti.

Fonte: Voltairine de Cleyre, A Glance at Communism, The Twentieth Century, no. 9, 1 Settembre 1892.

 


 

Due anni fa, in una piccola sala di città, l’abitazione di un tessitore di Filadelfia, un gruppo di liberi pensatori si riuniva due volte alla settimana per discutere sul contrasto tra “Comunismo e Individualismo”. Di solito vi erano una quindicina di persone favorevoli al Comunismo e cinque o sei sostenitori dell’Individualismo. Chiariamo subito il fatto che, pur essendo tutti impegnati in una ricerca sincera della verità, ogni membro dei due gruppi era profondamente convinto che l’altra parte stesse indirizzando la sua ricerca nella direzione sbagliata e, per quanto sono in grado di capire, nessuno di noi ha cambiato idea. Eppure, nel corso di un anno, alcune briciole sono apparse all’esterno del gruppo sotto forma di un dialogo, che ha presentato il nocciolo di quelle discussioni, in un articolo pubblicato nella rivista Twentieth Century, Parecchi giorni sono passati e adesso un nuovo scritto, sotto forma di critica di quel dialogo, è stato pubblicato da M. Zametkin nel numero di People del 17 Luglio.

Cercando di formulare una risposta breve a questa critica, non presumo di parlare anche a nome di Miss Slobodinsky che era la co-autrice del dialogo. Essendo io stessa una Individualista di tipo non convenzionale, non sono in alcun modo autorizzata a parlare a nome di una “scuola”. Questo è il vantaggio che ho nei confronti dei miei critici. L’Individualismo (senza virgolette) può essere benissimo interpretato come un temine qualificativo generale per le persone che concordano su una sola cosa, e cioè sul fatto che non sono obbligate a essere d’accordo tra di loro su tutto il resto.

Ma quando uno aggiunge il termine Comunismo, iniziamo a pensare a un credo comune a molti altri; e se uno non aderisce correttamente a questo credo, deve immediatamente ritrattare le sue idee non ortodosse o essere scomunicato. Immagino che le tesi presentate da un “immaginario Comunista”, che erano in realtà un condensato di quelle offerte da quindici Comunisti in carne ed ossa nelle discussioni a cui si è fatto riferimento prima, dovrebbero essere ritenute eretiche da Mr. Zametkin (nel qual caso egli dovrebbe aggiungere le virgolette), perché ben si sa che lo stesso Comunismo è rappresentato nel suo seno da due tendenze, una conosciuta come Comunismo di Stato e l’altra come Libero Comunismo.

Ora, i miei amici, dei quali l’immaginario Comunista era un essere composito, sarebbero assai sorpresi di apprendere, sulla base di una autorità Comunista certificata, che essi sono comunisti fasulli. Infatti, essi appartengono alla seconda varietà e sono chiamati talvolta Anarchici-Comunisti.

Un Anarchico-Comunista è una persona che è innanzitutto un essere umano e, solo successivamente, un Comunista. Di solito si trova implicato in molte situazioni, tra loro non immediatamente conciliabili; egli crede che la proprietà e la concorrenza debbano scomparire e, al tempo stesso, ammette che non ha il potere di sopprimerle; egli è a favore dell’uguaglianza e al tempo stesso nega che sia possibile realizzarla; odia la carità eppure vorrebbe trasformare la società in un vasto Esercito della Salvezza. In breve, detto in termini generali, egli si trova in sella a due cavalli che vanno, contemporaneamente, in direzioni opposte. L'anarchico-comunista non è solitamente riconducibile ai dettami della logica, ma ha un cuore enorme, troppo grande per poter vivere in questo secolo. E, per come la penso io, egli è più prezioso di molti freddi utilizzatori della logica che esaminano la società come un naturalista esamina un insetto, e lo trapassano con gli spilli dei loro sillogismi, come faceva l’Imperatore Domiziano con le mosche, per suo proprio divertimento. Inoltre, un Libero Comunista, quando lo si mette alle strette, è sempre e innanzitutto per la libertà.

Il Comunista statalista invece ha la sua logica. Egli crede nel potere e lo afferma apertamente. Egli ridicolizza la libertà individuale che ritiene contraria agli interessi della maggioranza. Egli proclama ad alta voce: “Abbasso la proprietà e la concorrenza” ed è del tutto sincero. Riguardo alla prima la sua ricetta è “confiscarla” e riguardo alla seconda è “sopprimerla”. E questo per dire le cose con la massima franchezza.

Ora, esaminiamo “un aspetto” della critica, e cioè gli squilibri tra offerta e domanda nel caso della libera concorrenza, che hanno come conseguenza, di tanto in tanto, la scarsità, e, assai spesso, la sovrapproduzione, il che è sempre qualcosa di negativo per un sistema economico. Il Comunismo, da quel che ne so, vorrebbe creare un comitato generale di supervisione, con sezioni dappertutto, che dovrebbero effettuare un censimento riguardo alla domanda di ogni possibile prodotto nell’ambito della produzione industriale, agricola, di legname, di minerali, e per ogni miglioramento nell’istruzione, nello svago e nelle pratiche religiose.

“Signora, all’incirca quanti palloni i suoi ragazzi perdono ogni anno perché finiscono oltre la siepe del vicino? Quanti bottoni la sua figlioletta strappa dal suo vestitino? Signore, quante bottiglie di birra mette da parte nella sua cantina ogni settimana per la bevuta domenicale? Signorina, ha uno spasimante? Se sì, quante volte gli invia una lettera e quanti fogli usa per ogni lettera inviata? Quanti litri di olio per lampada utilizza nel suo studiolo quando sta alzata tardi la sera? Tutte queste domande non hanno nulla di personale, ma servono solo per ottenere delle statistiche esatte su cui basare, per il prossimo anno, la produzione di palloni, bottoni, birra, fogli, olio, ecc. Signor bottegaio, mi mostri i suoi libri contabili perché il governo deve accertarsi che lei non venda di più della quantità prescritta. Signor custode, quante persone sono state ammesse nel Giardino Zoologico la settimana passata? Duemila? Con l’attuale tasso di incremento il governo fornirà un nuovo animale tra sei mesi. Signor curato, il numero dei fedeli sta diminuendo. Dobbiamo fare indagini al riguardo e se la richiesta dei suoi servizi risultasse insufficiente dobbiamo abolire la sua posizione.”

Quali provvedimenti saranno presi dal Governo in caso di una carenza naturale, come, ad esempio, per ovviare alla parziale mancanza di gas nei pozzi della Pennsylvania, in modo da costringere questo elemento ribelle a produrre la “quantità prescritta per legge”, io posso solo congetturarlo. Il governo potrebbe decretare, per legge, che una invenzione sostituisca quel bene naturale mancante. In assenza di ciò, non saprei proprio quale piano sarebbe adottato per mantenere l’equivalenza dei costi del lavoro nell'ambito degli scambi, e al tempo stesso soddisfare tutti. Ad ogni modo, l’onniscienza potrebbe trovare sempre una via d’uscita. La legge della concorrenza ha come soluzione il fatto che un bene scarso aumenta di prezzo. La libera concorrenza contrasterebbe con una maggiore produzione una scarsità creata ad arte; ma se la scarsità derivasse da un fattore naturale, il bene costerebbe di più fino a quando non si trovasse un suo sostituto.

“Ah,” esclama ad alta voce il Comunista, “questa è una ingiustizia.”

“Per chi?”

“Per tutti coloro che pagano di più per ottenere il bene.”

“E voi, che cosa fareste? Fornireste il bene ai primi venuti e gli altri non riceverebbero nulla? Che cosa ne è allora del diritto degli altri che forse avrebbero desiderato pagare un prezzo più alto pur di disporre di quel bene? In questo caso, dove sta l’ingiustizia?”

Ma, come può notare il nostro critico, la scarsità di un bene non è il problema maggiore, specie se si tratta di scarsità naturale. Il problema più grande è costituito dal fatto che dobbiamo essere autorizzati, controllati, regolati, etichettati, tassati, confiscati, spiati e, in generale, essere disturbati di continuo in modo che si ottengano gli esatti dati statistici e che la “quantità prescritta” sia prodotta. Ma non possiamo forse fare affidamento ai produttori perché abbiano sufficiente riguardo ai propri interessi ed evitino di produrre troppo o troppo poco? In sostanza, il dilemma è se possiamo attenderci una regolarità di approvvigionamento da coloro che sono interessati a ciò, oppure se siamo condannati ad accettare un decreto legge che stabilisca le quantità da produrre, emesso da coloro che non sono coinvolti nella produzione e nella vendita.

Per quanto mi riguarda, piuttosto che avere una burocrazia invadente che si intromette nella mia cucina, nel mio locale lavanderia, nella mia sala da pranzo, nel mio studio, per scoprire cosa mangio, cosa indosso, come apparecchio la tavola, quante volte mi lavo, quanti libri ho, se le foto che ho sono “morali” o “oscene”, che cosa butto via, ecc. ecc. e questo in continuazione, come avveniva nell’antichità in Perù e in Egitto, accetterei di buon grado che alcune migliaia di cavoli marcissero, anche se si trattasse dei cavoli del mio giardino.

Se ciò avvenisse, ne trarrei un salutare insegnamento.

 


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