Nota
Una presentazione estremamente convincente del perché una persona adulta, matura e indipendente, dovrebbe essere a favore dell'anarchia, per sé e per gli altri.
Fonte: Benjamin Tucker, Why I Am An Anarchist, The Twentieth Century, New York, 1892. Un settimanale di stampo radicale edito da Hugh O. Pentecost.
Perché sono un anarchico? Questa è una domanda a cui l’editore di The Twentieth Century mi ha chiesto di rispondere per i suoi lettori. Io esaudisco la sua richiesta ma, ad essere sincero, lo trovo un compito difficile. Se l’editore o uno dei suoi collaboratori mi avesse rivolto la domanda del perché dovrei essere qualcosa d’altro e non un anarchico, sono sicuro che non avrei difficoltà a trattare l’argomento. E questo fatto, non fornisce forse la ragione migliore del perché io sono un anarchico - e cioè l’impossibilità da parte mia di trovare una qualche buona ragione per essere qualcosa di diverso? Mostrare l’assenza di qualsiasi valore nelle pretese poste in essere dal Socialismo di Stato, dal Nazionalismo, dal Comunismo, dalla dottrina della tassa unica [1], dal capitalismo che domina attualmente e da tutte le numerose forme di Archismo [2] che esistono o che sono proposte, rappresenta, al tempo stesso, una chiara manifestazione della validità dell’Anarchia. Una volta negato l’Archismo solo l’Anarchia può, logicamente, essere sostenuta.
Ma, di certo, in questo modo non risponderei in maniera soddisfacente alla presente richiesta. Gli errori e le puerilità contenute nel Socialismo di Stato e in tutte le forme di dispotismo a cui esso assomiglia sono cose dette, ridette ed esposte in maniera efficace in molti modi e luoghi. Non c’è motivo per me di ripercorrere questo terreno con i lettori del Twentieth Century, anche se questo costituirebbe una prova sufficiente a favore dell’idea anarchica. Immagino che occorra presentare qualcosa di più costruttivo.
Allora iniziamo con la generalizzazione più ampia. Io sono anarchico perché l’Anarchia e la filosofia anarchica conducono alla mia felicità. “Ma certo, se così fosse, tutti noi saremmo anarchici” replicherebbero all’unisono gli archisti, cioè i fautori di un potere statale esterno - o quanto meno tutti coloro che si sono emancipati dalle superstizioni religiose e morali - “ma questa non è una risposta; noi neghiamo che l’anarchia conduca alla nostra felicità.”
Davvero la pensate così, amici miei? Io non vi credo affatto quando fate simili affermazioni; o, per metterla in maniera più affabile, io non penso che le fareste una volta afferrata la sostanza dell’Anarchia.
Quali sono le condizioni per essere felici? Per quanto concerne la perfetta felicità, ve ne sono molte. Ma le condizioni primarie ed essenziali sono poche e basilari. Non sono forse la libertà e il benessere materiale? Non è forse essenziale per la felicità di ogni essere umano sviluppato che sia libero e che lo siano pure coloro intorno a lui; e che lui e le persone intorno a lui non siano affette da ansie per quanto riguarda il soddisfacimento dei loro bisogni materiali? Sembrerebbe inutile negarlo e, in caso qualcuno lo neghi, sembrerebbe ugualmente inutile discutere con costui. Nessun ammontare di prove del fatto che la felicità umana si è accresciuta con la libertà degli individui riuscirebbe mai a convincere una persona incapace di apprezzare il valore della libertà. E a tutti, eccetto che a questa persona, risulta anche assolutamente evidente che di queste due condizioni - la libertà e il benessere materiale - la prima ha la precedenza come fattore che produce felicità. Sarebbe cosa ben misera per la felicità se l'uno dei due fattori, da solo, la potesse generare, e se quel fattore non potesse produrre o essere accompagnato dall’altro. Ma, nel complesso, molta libertà e poca ricchezza sarebbero preferibili a molta ricchezza e poca libertà. Il rimprovero dei Socialisti Archisti [i sostenitori del socialismo di stato] che gli anarchici sono dei borghesi è vero fino ad un certo punto ma non oltre - e cioè, che per quanto grande sia la loro avversione per la società borghese, gli anarchici preferiscono la parziale libertà che la società borghese offre, alla schiavitù completa del socialismo di stato. In questo caso, posso di certo osservare, con maggior soddisfazione - o meglio con minore sconforto - l’attuale frenetica, crescente lotta, in cui alcuni sono in alto e altri in basso, alcuni salgono ed altri scendono, alcuni sono ricchi e molti sono poveri, ma nessuno è del tutto incatenato o assolutamente privo della speranza di un futuro migliore. Questa situazione mi genera meno sconforto che non la società ideale di Thaddeus Wakeman [3], formata da una massa uniforme e miserevole di buoi gregari, placidi e ubbidienti.
Allora, lo sottolineo nuovamente, io non credo che molti Archisti possano essere portati ad affermare con tante parole che la libertà non è il fattore primario della felicità, e quindi essi non possono affermare che l’anarchia, che è un altro nome che si dà alla libertà, non conduca alla felicità. Essendo questo vero, non mi sono sottratto dal rispondere ed anzi ho già posto il mio caso su basi sicure. Nulla è più necessario per spiegare le mie convinzioni a favore dell’anarchia. Anche se si potesse inventare una qualche forma di Archismo che generasse ricchezza in quantità infinita e la distribuisse in maniera perfettamente equa (scusate l’assurda ipotesi di una distribuzione di una quantità infinita), il fatto di negare la condizione primaria della felicità, vale a dire la libertà, spingerebbe al rifiuto di tale sistema e all’accettazione della sua vera alternativa, l’anarchia.
Ma, anche se ciò è sufficiente, non è tutto. Va bene come spiegazione, ma non è abbastanza per offrire una ispirazione. La felicità possibile in una data società che non migliori la ripartizione della ricchezza rispetto alla situazione attuale può difficilmente essere qualificata come qualcosa di meraviglioso. Nessuna prospettiva futura che non faccia intravedere l’attuazione di entrambi i requisiti della felicità - la libertà e il benessere materiale - può essere davvero attraente. Ora l’anarchia promette la realizzazione di entrambi: il secondo requisito, il benessere, come risultato del primo, la libertà, e, come conseguenza di entrambi, la felicità.
Ciò ci porta a trattare dell’economia. In una condizione di libertà, si produrrà in abbondanza e si distribuirà in maniera equa la ricchezza? Questa è la questione che resta da esaminare. Di certo non può essere esaminata in maniera adeguata in un breve articolo di questo settimanale. Quello che si può fare al massimo è presentare alcune generalizzazioni.
Quale è la causa della distribuzione non equa della ricchezza? “La concorrenza” strepitano i socialisti di stato. E se essi avessero ragione, saremmo in una terribile situazione perché, in questo caso, non saremo mai in grado di ottenere la ricchezza senza sacrificare la libertà. E invece è proprio la libertà che dobbiamo conseguire. Ma, fortunatamente, essi hanno torto. Non è la concorrenza ma il monopolio che priva i lavoratori produttivi del frutto del loro lavoro. A parte i salari, le eredità, i doni e i guadagni dai giochi d’azzardo, qualsiasi processo attraverso il quale si acquisisce ricchezza poggia su un monopolio, su una proibizione, su una negazione della libertà. L’interesse e la rendita sugli edifici si fondano sul monopolio bancario, sul divieto di concorrenza nell’ambito finanziario, sulla negazione della libertà di emettere mezzi di pagamento; la rendita sui suoli poggia sul monopolio dei terreni, la proibizione di utilizzare terre disponibili; i profitti straordinari, ben superiori ai salari, derivano dall’esistenza di barriere tariffarie protezionistiche e di brevetti monopolistici e dalla proibizione o limitazione della concorrenza nelle industrie e nelle professioni. C’è una sola eccezione, ed è una eccezione relativamente triviale. Faccio riferimento alla rendita economica [4] come distinta dalla rendita monopolistica. Essa non poggia su una negazione della libertà ma è una delle disuguaglianze presenti in natura, e probabilmente esisterà sempre. Una piena libertà la attenuerà notevolmente, ne sono sicuro. Ma non mi aspetto che essa scomparirà come prevede con tanta sicurezza Mr M’Cready [5]. Al peggio, sarà qualcosa di poco conto, che non sarà degna di essere presa in esame in rapporto alla libertà se non come il divario, non preoccupante, che esisterà sempre come conseguenza dei diversi livelli di capacità.
Quindi, se tutti questi metodi di estorsione dei frutti del lavoro poggiano sulla negazione della libertà, chiaramente il rimedio consiste nella realizzazione della libertà. Distruggiamo il monopolio bancario, introduciamo la libertà nella sfera finanziaria, e il risultato sarà una diminuzione dell’interesse sul denaro attraverso il benefico influsso della concorrenza. Il capitale sarà reso libero, gli affari fioriranno, nuove attività produttive saranno avviate, i lavoratori saranno richiesti e i loro salari cresceranno fino a raggiungere un livello in sintonia con ciò che producono. E questo si verificherà anche nel caso degli altri monopoli. Aboliamo le tariffe protezionistiche, eliminiamo i brevetti, facciamo cadere gli steccati a recinzione di terre lasciate vacanti, e i lavoratori produttivi accorreranno e ne prenderanno possesso. A quel punto l’umanità vivrà libera e in una condizione di benessere.
Questo è quello che voglio vedere; questo è quello che mi piace pensare. E poiché la concezione anarchica aspira a realizzare ciò, io sono un anarchico. Non ho le prove che l'anarchia le realizzerà queste cose, ma non si può nemmeno affermare il contrario. Io mi attendo sempre che qualcuno mi mostri, in base alla storia, ai fatti, o tramite un ragionamento logico, che le persone hanno bisogni sociali superiori al bisogno di libertà e di benessere o che una qualche forma di Archia assicurerà loro il soddisfacimento di questi bisogni. Fino ad allora la base delle mie convinzioni sociali ed economiche rimarrà quella che ho messo in luce in questo breve articolo.
Note
[1] Single tax (tassa unica): proposta di un sistema di tassazione concernente un solo bene scelto per alcune sue caratteristiche particolari. La single tax spesso riguardava il valore dei terreni.
[2] L'Archismo o Archia, in quanto antitesi dell'An-Archia, è il potere di dominio attribuito ad alcuni individui su tutti gli altri.
[3] Thaddeus Burr Wakeman (1834-1913), un esponente di punta del Positivismo Americano.
[4] Rendita economica è l'extra-profitto di cui gode il proprietario di uno dei fattori di produzione. Ad esempio: la rendita di posizione di un immobile a causa della sua localizzazione, o la rendita di un terreno agricolo per via della sua maggiore fertilità.
[5] T. L. M’Cready, pseudonimo di G. O. Warren, un editore associato del settimanale The Twentieth Century.