John Beverley Robinson

L'organizzazione volontaria

(1916)

 


 

Nota

Per l'autore, lo sviluppo dell'uguaglianza non richiede alcuna redistribuzione dei beni prodotti ma la fine dei privilegi accaparrati. Purtroppo questa è una posizione ignorata sia dai sostenitori dello stato che da quelli del padronato in quanto mette in discussione entrambi come distributori e utilizzatori di privilegi.

Fonte: John Beverley Robinson, Economics of Liberty, Minneapolis, 1916.

 


 

Una volta aboliti i privilegi e quando i lavoratori potranno disporre di tutto ciò che è da essi prodotto, allora si introdurrà una tendenza potente verso una equalizzazione delle ricompense per le attività lavorative e questo produrrà una parità sostanziale, monetaria e sociale, invece di quella semplice uguaglianza politica che esiste attualmente.

Per introdurre una vera uguaglianza, non è affatto necessario impiegare degli artifici volti alla redistribuzione dei prodotti; è sufficiente dare libero gioco alle forze naturali che governano la produzione e gli scambi.

E con l'uguaglianza avremmo anche la fraternità. Non avverrà più che il ricco schiacci il povero; non ci sarà più la prosperità di uno al prezzo dell'immiserimento di un altro; e nessuna lotta meschina per chi ha la precedenza sugli altri. Distinzioni e onori saranno attribuiti al merito personale, come avviene adesso quando onoriamo un Agassiz [1], un Darwin, un Tolstoj e una Madame Curie – nomi che sopravviveranno quando tutti i famosi capitalisti finanziari dei tempi correnti saranno dimenticati o deprecati assieme ai pirati e agli assassini.

Quando i padri della Repubblica Americana abolirono i titoli nobiliari, con i diritti di primogenitura e ciò che essi comportavano, e attraverso i quali la terra era trasmessa in eredità a pochissime persone; quando introdussero il governo maggioritario e le assemblee rappresentative, essi ritennero di avere in questo modo abolito il privilegio.

Gli eventi successivi hanno mostrato che ciò non era il caso. La Democrazia ha fatto il suo tempo ed ha mostrato la sua totale incapacità di abolire o addirittura mettere a freno il privilegio. Al contrario, in questo paese democratico, il privilegio cresce ed eccede tutti i limiti, afferrando tutto ciò che è in vista, ignorando tutti i richiami della ragione e dell'umanità, molto al di là di quello che si è tentato di fare sotto le vecchie monarchie europee.

Dietro ad ogni partito politico sta una consorteria di persone ricche, che sono diventate tali godendo di privilegi, e che controllano segretamente ogni atto politico. I grandi proprietari terrieri - i baroni delle ferrovie, le compagnie minerarie e petrolifere - e poi ancora, la cricca bancaria che ha in pugno il privilegio di creare denaro, assieme ai grandi imprenditori industriali, le acciaierie, le imprese tessili che si ingrassano con le tariffe doganali, tutti costoro hanno dei rappresentanti eletti in ogni Parlamento degli Stati e al Congresso Federale, i quali vigilano a che nessuna legge sia promulgata che sia ostile ai loro interessi e privilegi.

Senza il consenso di queste persone, nessun candidato ad una funzione pubblica, dal poliziotto in un piccolo centro al Presidente degli Stati Uniti d'America, può essere messo in lista, per non dire eletto. E se, per puro caso, un candidato di tendenze liberali o socialiste riesce a farcela, egli può realizzare solo riforme di infimo grado. Costui, neanche se ne fosse capace, oserebbe intaccare le fondamenta del privilegio.

Si dice, con una certa soddisfazione che, attraverso il voto, la maggioranza gode del controllo dei pubblici affari, se solo lo volesse. In pratica questo è impossibile. Nessuna persona dispone del tempo necessario per conoscere i meriti di un numero enorme di candidati, e, al tempo stesso, badare ai propri affari quotidiani. Spesso avviene anche che nessuno dei candidati presentati dai partiti è sufficientemente accettabile, e allora votare per l'uno o per l'altro diventa una farsa.

Oltre a ciò, il governo rappresentativo è cosa, in sé stessa, del tutto impraticabile. Nessuna persona può rappresentarne un'altra; ancor meno, può rappresentare un distretto elettorale composto da centinaia o migliaia di altri individui. Costui non può conoscere i loro interessi collettivi, e ancor meno i loro interessi individuali. Il risultato è che si dedica a quello che conosce meglio: i propri interessi.

Allora il controllo politico finisce nelle mani di persone che ne fanno una professione profittevole – persone che occupano una carica o sperano di occuparne una o si attendono, in qualche modo indiretto, di trarre profitto dai risultati delle elezioni. Alcuni di costoro diventano dei capi politici o dei “boss” che sono in contatto con le consorterie di persone ricche che operano dietro le quinte, che finanziano gli assembramenti di massa, le sfilate, le campagne politiche con manifesti e opuscoli, e tutte quelle spese legittime, necessarie per una elezione, come pure quelle illegittime sotto forma di pagamenti sottobanco per corrompere sia i votanti che i funzionari pubblici e i rappresentanti eletti.

Tutti i tentativi di introdurre, con misure dall'alto, una società di tipo socialista [vale a dire priva di privilegi] sono destinati al fallimento. La cosa sicura è che essi finirebbero nel pantano che è la politica.

Per lo stesso motivo, tutti i palliativi che, di tanto in tanto, sono proposti – rappresentanza delle minoranze, primarie, referendum, iniziative popolari e revoca del mandato – sono tutte misure futili, che non producono risultati permanenti. Le persone non possono dedicare agli affari pubblici abbastanza del loro tempo, se devono curare in maniera soddisfacente i propri affari personali.

Ci si chiede di essere “buoni cittadini”: di prendere parte alle primarie, di votare alle elezioni. La cosa è impossibile. Persino quando si eleggono i responsabili di un club, quando tutto procede senza intoppi, a stento un membro su dieci esprime il suo voto. Se la gestione non è di soddisfacimento per i membri, le persone non rinnovano l'iscrizione. Ma dal club stato non c'è la possibilità di uscirne fuori: siamo obbligati a pagare la tassa di iscrizione, che ci piaccia o no. 

Ma, a parte queste difficoltà pratiche relativamente minori, il problema fondamentale, di natura strutturale, consiste nel fatto che il governo, in tutte le sue forme, poggia sul privilegio – il privilegio di imporre le tasse – e quindi non può mai abolire del tutto il privilegio.

Anche se mettessimo in conto che tutte le riforme fossero attuate, che lo stato riuscisse a eliminare il privilegio fondiario e il privilegio monetario di alcuni privati, scopriremmo poi che, cancellando questi privilegi, noi non abbiamo fatto altro che rafforzare il privilegio statale.

Nessun sistema statale di riforma della moneta è mai stato proposto che mettesse a rischio il monopolio statale sulla moneta.

Nessuno schema di riforma fondiaria, nemmeno la proposta della tassa unica [1], può essere attuato in assenza di un piano per espropriare tutti i terreni abbandonati, il che significa che lo stato diventerebbe il massimo proprietario terriero. Il privilegio non può mai essere annullato dai detentori del privilegio.

* * *

Nella nostra ricerca di una maniera di abolire il privilegio, noi siamo quindi spinti a togliere di mezzo tutti gli stati, vale a dire tutte le forme di organizzazione basate sulla costrizione.

Il privilegio, per sua propria natura, significa restrizioni. Il privilegio di fare certe cose non può essere garantito a qualcuno senza, al tempo stesso, proibire che altri possano fare lo stesso. Perciò, quello che noi cerchiamo di eliminare, non è il privilegio di uno, ma le restrizioni alle azioni di altri, che danno vita a quel privilegio.

Non si può garantire ad una persona il privilegio di mantenere terreni incolti, senza imporre ad altri la proibizione di mettere a coltura quei terreni. Non si può garantire ad una persona il privilegio di sviluppare strumenti creditizi, senza proibire ad altri di fare lo stesso.

Noi siamo quindi alla ricerca di un sistema di organizzazione sociale che non consenta ad alcuno di limitare che altri possano fare ciò che ad essi è consentito di fare; un sistema che assicuri a tutti la libertà di azione individuale e la libertà di stipulare contratti con altri, di modo che nulla sia vietato tra individui consenzienti.

Questa libertà di azione è ciò che intendiamo quando parliamo di libertà personale. E avendo di mira una organizzazione sociale che assicuri questa libertà di azione, noi ne cerchiamo una che preservi e protegga la libertà.

L'esistenza di una qualche forma di organizzazione sociale sembra essenziale per difendere la libertà di un individuo; altrimenti, la libertà di ogni individuo sarebbe alla mercé di una persona più forte o di un qualsiasi gruppo di due o più persone che si mettessero d'accordo per violare la sua libertà.

Inoltre, è impossibile per un individuo che vive con altri godere di quella assoluta libertà che potrebbe esercitare se fosse l'unico essere vivente sulla terra. La persona che vive in società deve fare alcune concessioni per armonizzare le sue azioni con quelle di altri. Chiaramente, la libertà che qui si difende non è quella di uccidere o di rubare Quali sono quindi i limiti della libertà nella vita in società? Quali azioni sono permesse e quali sono vietate? Come è possibile vietare qualcosa senza, per questo, istituire un privilegio?

Tutti gli atti possono essere classificati sotto due categorie: atti invasivi e atti non invasivi. Gli atti invasivi sono quelli che restringono la libertà di azione di alcuni da parte di altri. Gli atti non-invasivi sono quelli che non pongono in atto tali restrizioni.

Uccidere una persona costituisce una invasione totale della sua libertà di azione, dal momento che elimina del tutto qualsiasi possibilità di azione futura da parte sua. Sottrarre beni ad un individuo costituisce una invasione della sua libertà in quanto lo priva della possibilità di fare ciò che egli vuole con quanto da lui prodotto. Furti e omicidi commessi su vasta scala, possibili in quanto ci si è attribuiti il privilegio di agire così impunemente, sono anch'essi atti invasivi della libertà.

Il privilegio è, in effetti, un atto invasivo in sé stesso.

È evidente che gli atti da vietare sono gli atti invasivi e che gli atti da consentire e difendere sono quelli non-invasivi.

Una libertà individuale piena nelle relazioni sociali significa la libertà di compiere tutto ciò che non è invasivo della libertà altrui. Come formulato da Herbert Spencer nel suo Social Statics [2], la libertà significa “che ognuno potrà fare qualunque cosa gli aggrada posto che non attenti alla pari libertà di altri.”

L'organizzazione sociale del futuro, quindi, sarà una organizzazione che difende la libertà. Deve avere come punto di partenza l'offerta di servizi e non la sua imposizione. Le risorse per il suo finanziamento devono provenire da pagamenti volontari, e non dalla tassazione. Deve provvedere a difendere la tua libertà se tu decidi di godere di quel servizio attraverso la tua contribuzione volontaria; non obbligarti a pagare per essere difeso, che tu lo voglia o no.

Un caso in cui questo sistema è stato introdotto, nell'ambito della situazione attuale, è giunto a mia conoscenza. Un piccolo insediamento suburbano, troppo piccolo per avere persino una amministrazione comunale, si trovava esposto a frequenti incursioni di ladri. Un membro intraprendente di quella piccola comunità ha dato vita ad una associazione di protezione e ha offerto i suoi servizi per la protezione delle case dai furti, a un prezzo moderato. Molti hanno sottoscritto tale servizio e le loro case sono state sorvegliate con cura, mentre altri membri della comunità hanno preferito contare sulla buona sorte. Inutile dire che se un furto fosse avvenuto nella casa di uno dei sottoscrittori, i clienti che avevano pagato per il servizio avrebbero ben presto cambiato idea e si sarebbero ritirati rapidamente.

Con questo sistema una persona paga per quello che riceve, e riceve in base a quello che ha pagato. O, detto in altro modo, se non ricevi qualcosa, non paghi affatto. Innumerevoli obiezioni potrebbero essere sollevate da coloro che sono incapaci di afferrare i principi generali del sistema. Altri vorrebbero avere una descrizione dettagliata e precisa della società futura e informazioni su come potrebbe essere introdotta.

È impossibile fare previsioni particolareggiate sul futuro; e ancora più impossibile dire quali saranno le condizioni che faranno sorgere i cambiamenti. Ma non sembra esserci alcun serio motivo perché un simile sistema volontario non possa essere praticato anche per tutte le questioni di pubblico interesse.

Le Corti offrirebbero il loro arbitrato, però senza il potere di obbligare a seguire i loro consigli tranne nei casi in cui si ha a che fare con problemi di libertà.

La manutenzione delle strade potrebbe essere affidata a società di costruzione, che operano localmente o su aree più vaste. I fari per le navi potrebbero essere tenuti in esercizio da società commerciali e compagnie marittime. [3]

Le ferrovie, in assenza di dividendi, sarebbero nelle mani di azionisti che hanno un interesse personale al loro funzionamento, oppure sarebbero affidate nella loro totalità alle persone che vi sono impiegate e che si organizzerebbero per la loro gestione.

Si affermerebbe e si preserverebbe la libertà di possedere la terra per coloro che la utilizzano, come pure la libertà di emettere moneta.

Avendo rimosso il demone del privilegio, i produttori potrebbero godere pienamente dei frutti della loro attività. L'opulenza e la miseria, come pure l'ignoranza e il crimine che sorge dalla miseria, potrebbero scomparire. Un nuovo mondo potrebbe sorgere, dove tutti potrebbero godere dei beni e dei servizi prodotti, e dove la gioia e la felicità potrebbero prendere il posto degli affanni e della povertà.

Come tutto ciò potrà accadere, nessuno è in grado di dirlo. È possibile che le persone pensanti, vedendo i vantaggi di un tale sistema, potrebbero crescere di numero fino a quando si sentiranno abbastanza forti da rifiutarsi di pagare rendite parassitarie e tasse, e si svincoleranno dal governo in modo da poter organizzare un sistema di libere banche.

Più probabilmente le cose andranno come vanno attualmente, fino a quando interverrà un crollo. Il sistema attuale, spinto agli estremi, cadrà in rovina. Centinaia di migliaia di derelitti caduti in povertà si affolleranno intorno ai centri per la distribuzione di un pasto caldo e supplicheranno per avere un rifugio nelle chiese [4]. Le imprese commerciali saranno prostrate. Le banche falliranno a catena. Le azioni pagheranno dividendi insignificanti. Le obbligazioni non apporteranno alcun interesse. La “viscida stampa” come era solito definirla John Swinton [5], attribuirà tutto ciò ad una “perdita di fiducia”.

A quel punto, alcuni che conoscono meglio le cose apriranno delle banche che il governo non sarà in grado di vietare. I terreni, non più appetibili come generatori di rendite, saranno abbandonati, pronti per un utilizzo produttivo. Gradualmente la nuova società emergerà sulla montagna di detriti e sconquassi lasciati dalla civiltà morente.

In qualunque modo giungerà il cambiamento, che possa arrivare rapidamente.

 


 

Note

[1] Single Tax (Tassa Unica) è un sistema di tassazione proposto, in passato, da parecchi pensatori, il più noto dei quali è stato Henry George, che sosteneva l'introduzione di una tassa unica sul valore della terra a disposizione di un individuo, essendo la terra risorsa di tutti.

[2] Herbert Spencer, Social Statics or The Conditions essential to Happiness specified, and the First of them Developed, London, 1851.

[3] Si veda a questo riguardo il saggio di R.H. Coase, The Lighthouse in Economics, The Journal of Law and Economics, 1974

[4] Abbiamo qui, con più di dieci anni d'anticipo, la previsione e la descrizione della situazione sociale dopo il grande crollo della borsa di New York (Ottobre 1929)

[5] John Swinton (1829–1901) giornalista americano di origini scozzesi. Fu redattore capo del New York Times negli anni 1860. Divenne famoso per la sua difesa dei lavoratori, contro i cosiddetti “robber barons”.

 


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