Lev Tolstoj

Che cosa ciascuno dovrebbe fare

(1900)

 



Note

Uno scritto di una forza inaudita che scuote tutte le possibili giustificazioni per un accomodamento personale con una organizzazione invasiva e violenta quale è lo Stato.

Fonte: The slavery of our times, in, Government is violence. Essays on anarchism and pacifism, Phoenix Press, London, 1990.

 


 

“Dicci che cosa fare, e come dovremmo organizzare la società.”
Questo è quello che le persone appartenenti alle classi benestanti sono solite chiedere.

Esse sono talmente abituate a esercitare il loro ruolo di proprietari di servi che, anche quando si parla di migliorare le condizioni dei lavoratori, subito iniziano, come facevano i padroni dei servi prima della emancipazione, a immaginarsi ogni sorta di piani per loro, senza però rendersi conto che non hanno alcun diritto di disporre della vita di altre persone. E che il solo modo per fare davvero il bene delle persone, la sola cosa che potrebbero e dovrebbero fare, è cessare di compiere il male che essi stanno adesso infliggendo loro. Quel male è molto evidente e preciso. Non si tratta solo del fatto che essi utilizzano, con la forza, il lavoro dei servi, e che non hanno nessuna intenzione di smettere di fare ciò, ma anche che partecipano alla istituzione e alla perpetuazione del lavoro servile. Ecco quello a cui dovrebbero porre fine.

Anche i lavoratori sono corrotti dalla loro condizione di asservimento coatto. Infatti molti pensano che la loro deprecabile condizione sia causata dai loro padroni, che li pagano troppo poco e che detengono gli strumenti di produzione. Non si rendono conto che la posizione in cui si trovano dipende interamente da loro, e che se solo volessero migliorare la loro condizione e quella dei propri fratelli, e non solo ognuno preoccuparsi di cosa è meglio per sé, la cosa principale sarebbe il non fare male a chicchessia. E il male che essi arrecano consiste nel fatto che, desiderando migliorare la propria condizione materiale, essi impiegano gli stessi mezzi che sono serviti per asservirli. Infatti, per soddisfare le abitudini a cui si sono assuefatti, i lavoratori sacrificano la loro dignità umana e la loro libertà, e accettano occupazioni umilianti e immorali, o producono articoli inutili se non addirittura dannosi, e, soprattutto, mantengono in vita il governo, vi prendono parte sia attraverso il pagamento delle tasse, sia mettendosi direttamente al suo servizio. Il tal modo, sono i lavoratori stessi che si pongono in una condizione di servi. [1]

Per cercare di migliorare questo stato di cose, sia le classi benestanti che i lavoratori dovrebbero capire che i progressi non si possono effettuare difendendo accanitamente solo i propri interessi particolari. Operare anche al servizio di tutti comporta sacrificio e perciò, se le persone vogliono davvero migliorare la condizione di una umanità composta da fratelli, e non unicamente la loro, dovrebbero essere pronti non solo a trasformare il modo di vita a cui sono abituati e perdere taluni vantaggi a cui si sono aggrappati, ma devono anche prepararsi ad una intensa lotta, non contro il governo, ma contro sé stessi e le proprie famiglie, ed essere disposti a soffrire una persecuzione a causa del non adempimento delle imposizioni del Governo.

Perciò, la risposta alla domanda: Che cosa dobbiamo fare? è molto semplice e non solo in teoria, ma anche in maniera del tutto concreta e praticabile da ognuno. Ed essa non è quella che si aspettano coloro che, come gli appartenenti alle classi benestanti, sono assolutamente convinti di avere ricevuto l’alto compito, non di correggere sé stessi, in quanto si ritengono già di per sé ottime persone, ma di migliorare tutti gli altri. E non è neanche quella che si aspettano i lavoratori che sono sicuri di non avere nulla da rimproverarsi perché ritengono che la colpa della loro cattiva condizione ricada totalmente sui capitalisti e che pensano che le cose si possono aggiustare solo espropriandoli di tutti i loro beni e mettendo tutte queste risorse al proprio servizio e uso.

La risposta da dare è del tutto chiara, applicabile e praticabile, e richiede l’agire attivo di una sola persona su cui ognuno di noi ha un potere di intervento reale, legittimo e incontestabile, vale a dire sé stessi. Ed essa consiste in questo, che se un individuo, che sia un servo o un proprietario di servi, vuole davvero migliorare non solo la sua condizione ma anche quella delle persone in generale, non dovrebbe commettere azioni riprovevoli che asserviscono lui e i suoi fratelli. Per non fare il male, che produce miseria per sé e per i suoi fratelli, per prima cosa egli non dovrebbe, né volontariamente né obbligatoriamente, prendere parte ad una qualche attività governativa, e non dovrebbe mai essere né un soldato, né un ufficiale, né un ministro o un funzionario delle tasse, né un consigliere comunale o un giurato nei tribunali dello stato, né un governatore o un deputato al parlamento. In sostanza mai ricoprire una carica connessa con una entità violenta quale è lo stato. Questa è la prima cosa.

In secondo luogo, un tale individuo non dovrebbe pagare volontariamente le tasse al governo, sia quelle dirette che quelle indirette. Né dovrebbe accettare denaro strappato attraverso le tasse, sia come salario che come pensione o ricompensa, né dovrebbe fare uso delle istituzioni governative sostenute da tasse prese al popolo con la violenza.

In terzo luogo, un tale individuo non dovrebbe fare appello allo stato con il suo apparato di violenza istituzionale per proteggere le sue proprietà in terreni o altri beni, né come strumento per difendere sé e i suoi cari. Ma dovrebbe possedere soltanto quella estensione di terra e quella quantità di beni che sono il frutto del suo lavoro o di persone a lui associate, e su cui altri non hanno e non dovrebbero avere alcuna pretesa.

‘Ma agire così è impossibile. Rifiutare qualsiasi partecipazione nella sfera in cui opera il governo significa rifiutarsi di vivere’ - questo è quello che direbbero le persone.
‘Un uomo che si rifiutasse di adempiere al servizio militare sarebbe messo in prigione; una persona che non pagasse le tasse sarebbe punita e l’ammontare non versato sarebbe preso con la forza dalle sue proprietà; un individuo che, non avendo altri mezzi per guadagnarsi da vivere, si rifiutasse di lavorare per il governo, morirebbe di fame, lui e la sua famiglia; lo stesso avverrebbe per colui che rifiuta la protezione del governo per i suoi beni e per la sua persona. Non fare uso di beni che sono il frutto delle tasse, o delle istituzioni governative, è cosa quasi impossibile, come pure è impossibile fare a meno di servizi governativi come le poste e le strade.

È abbastanza vero che per una persona dei nostri giorni è molto difficile mettersi da parte e non partecipare affatto alla violenza perpetrata dai governi. Ma il fatto che non tutti possano organizzare la propria vita in modo da non partecipare, in qualche modo, alla violenza governativa, non vuol dire che non è possibile liberarsene progressivamente. Non tutti gli uomini avranno la forza di rifiutare l’arruolamento militare sebbene taluni che lo respingono esistono ed esisteranno sempre. Ma ogni individuo può astenersi dall’abbracciare volontariamente la carriera militare, o diventare poliziotto, o entrare in magistratura o essere esattore delle tasse, e può dare la sua preferenza ad una attività meno pagata nel settore produttivo rispetto ad un impiego meglio retribuito nel settore statale.

Non tutte le persone avranno la forza di rinunciare ai propri possedimenti terrieri, sebbene ci siano persone che lo facciano. Ma ogni individuo potrebbe, una volta che si sia reso conto della non legittimità di possedere estensioni estremamente vaste di terra, diminuire le sue pretese, ed avere sempre meno bisogno di una quantità enorme di beni che generano l’invidia delle altre persone. Non tutti i funzionari governativi possono rinunciare al loro stipendio, sebbene vi siano persone che preferiscono soffrire la fame piuttosto che essere impiegati da un governo di ladri e furfanti. Ma tutti potrebbero optare per uno stipendio ridotto, scegliendo compiti che hanno meno a che fare con l’esercizio del potere e della violenza. Non tutti possono fare a meno di utilizzare le scuole statali, sebbene ci siano alcuni che ci riescono. Ma tutti potrebbero preferire centri educativi fondati autonomamente, e ognuno potrebbe fare un uso sempre più ridotto di beni e servizi prodotti e gestiti dal governo attraverso le tasse.

Tra l’ordine esistente, basato sulla forza bruta, e l’ideale di una società fondata su accordi ragionevoli convalidati dai costumi, esistono una infinità di livelli che l’umanità sta ascendendo. E l’avvicinamento all’ideale si realizza solamente nella misura in cui gli individui rifiutano di prendere parte alla violenza, di ricavarne un vantaggio e di abituarsi ad essa.

Noi non sappiamo e non possiamo immaginare, e ancor meno possiamo dire, come fanno coloro che si spacciano per scienziati sociali, in che modo questo graduale indebolimento dello Stato e conseguente rafforzamento delle persone avrà luogo. E non sappiamo neanche quali forme nuove prenderà l’esistenza degli individui mano a mano che progredisce la loro emancipazione. Ma sappiamo per certo che la vita della gente che, avendo preso piena coscienza della criminalità e nocività delle attività dello Stato, si sforza di non farne uso o di non esserne partecipe in alcun modo, sarà del tutto differente. Solo allora l’esistenza delle persone sarà in accordo con le leggi della vita e della coscienza degli individui in contrasto con quanto avviene attualmente. Infatti, al giorno d'oggi, le persone, pur prendendo parte all'oppressione statale e ricavandone un vantaggio, pretendono poi di combatterla e cercano di distruggere la vecchia violenza con una nuova forma di violenza.

La cosa principale da considerare è che l’attuale organizzazione della vita è cattiva. Su questo tutti sono d’accordo. La causa delle cattive condizioni e dell’asservimento che esiste al giorno d’oggi risiede nella violenza di cui fanno uso gli Stati. C’è un solo modo per abolire la violenza degli Stati e consiste nel rifiutarsi di partecipare alla violenza. Perciò è superfluo chiedersi se sarà difficile o no astenersi dal prendere parte alla violenza degli Stati, oppure se gli esiti positivi dell’astenersi dal fare violenza saranno o non saranno subito visibili. Perché, per liberare le persone dall’asservimento c’è solo quella strada e nessun’altra.

In che misura e quando degli accordi volontari, convalidati da costumi radicati, sostituiranno la violenza all’interno di ogni società e nel mondo intero, dipenderà dalla volontà e lucidità delle persone e dal numero di individui che mostreranno queste qualità. Ognuno di noi è un essere distinto e ciascuno può essere un partecipante attivo a questo cammino di progresso dell’umanità, riconoscendo più o meno chiaramente le finalità che si aprono davanti a noi. Oppure può decidere di essere un avversario del progresso. Ad ognuno spetta fare la sua scelta: o contrastare la volontà di Dio, costruendo sulla sabbia una casa instabile dove passare una esistenza breve e illusoria, oppure unirsi al movimento eterno e imperituro della vera vita, in sintonia con il volere divino.

Ma forse mi sbaglio, e gli insegnamenti che dobbiamo trarre dalla storia dell’umanità non sono questi. Forse la razza umana non si sta muovendo verso l’emancipazione e abbandonando l’asservimento. Forse si può affermare con certezza che la violenza è un fattore necessario per il progresso, e che lo Stato, con tutta la sua violenza, è una espressione necessaria della vita, e che sarebbe peggio per la gente se esso fosse abolito e se non ci fosse alcuna difesa statale delle persone e delle proprietà.

Ipotizziamo che sia così, e sosteniamo, sempre per ipotesi, che tutto il ragionamento precedente è errato. Rimane il fatto che, al di là delle considerazioni generali sull’esistenza umana, ognuno deve confrontarsi sul significato della propria vita e, nonostante tutte le considerazioni sulle norme generali del vivere sociale, un individuo non può fare quello che egli stesso riconosce essere, non solo nocivo, ma del tutto errato.

“È possibile che il ragionamento tendente a mostrare che lo Stato è una istituzione necessaria per lo sviluppo degli individui, e che la violenza statale è necessaria per il bene della società, possa essere ricavato dalle vicende storiche, è vero. Però ogni persona onesta e sincera del nostro tempo replicherebbe affermando che uccidere qualcuno è un male.
Questo io lo so per certo, al di là di qualsiasi ragionamento fumoso. Lo Stato, imponendomi di arruolarmi nell’esercito, o di pagare per assoldare ed equipaggiare dei soldati, o per comperare dei cannoni e costruire delle navi da guerra, vorrebbe fare di me un complice della violenza omicida, e questo non posso e non voglio permetterlo. E neppure vorrei o potrei utilizzare del denaro che lo Stato ha preso da persone indigenti sotto minaccia di morte; né vorrei fare uso di terreni e capitali protetti dallo stato, perché so che questa protezione poggia sulla violenza.

Io potrei agire come se nulla fosse se non mi risultasse chiaro l’aspetto di criminalità dello Stato, ma una volta che me ne sono reso conto, non posso fare finta di niente e non posso più a lungo esserne complice.

Lo so che siamo tutti coinvolti dalla violenza e che è difficile evitarla del tutto, ma, nonostante ciò, farò tutto il possibile per non prendere parte a nessun tipo di violenza. Non sarò un complice dei violenti e non cercherò di utilizzare quello che è ottenuto e difeso con la forza bruta.

Ho una sola esistenza. Perché dovrei, durante questa mia breve vita, agire contro la voce della mia coscienza e diventare un complice di atti abominevoli? Non posso e non voglio.

Che cosa verrà fuori dal mio rifiuto, non lo so. L’unica cosa che so è che nessun male sarà fatto dal mio agire secondo coscienza.”

Così dovrebbe rispondere, ai nostri giorni, ogni persona onesta e sincera quando qualcuno sostiene la necessità dello Stato e della violenza, e quando gli viene chiesto di prendere parte a ciò.

La conclusione a cui dovrebbe condurci il ragionamento generale è quindi confermata, per ogni individuo, da quel giudice, supremo e incontestabile, che è la voce della propria coscienza.

 


Nota

[1] Con queste considerazioni Tolstoj si avvicina al pensiero di Étienne de la Boetie che nel suo Discours de la servitude volontaire (redatto probabilmente intorno al 1549 e pubblicato nel 1576) aveva già espresso simili idee.

 


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