Paolo Schicchi

La guerra e la civiltà

(1915)

 



Nota

Uno scritto appassionato contro la guerra e i suoi orrori.

 


 

Tutti oggi fanno a gara nel rilevare e nella scomunicare i deliri e le bestialità della cultura vandalica, tutti insorgono contro la tracotanza e la violenza dei lanzichenecchi, tutti inorridiscono alle loro efferatezze, e va bene. Ma forse che i nostri patrioti, nazionalisti, imperialisti ed altri siffatti arnesi ragionano diversamente degli Ostrogoti quando trattano gli Arabi nel modo che abbiamo visto? Oramai è risaputo: allorché si vuol compiere una conquista ed estendere il proprio dominio, si comincia sempre col bandire ai quattro venti che il tale o tale altro popolo è di razza inferiore, indegno di reggersi da sé stesso, ostile ad ogni forma d'incivilimento. Si frugano le storie, la letteratura popolare, i libri di viaggi, la geografia, le statistiche; s'invocano l'antropologia e l'etnografia per dimostrare con matematica certezza che quel popolo è perfido, ingrato, infingardo, vile, assassino, feroce, e che non merita nulla dalla forca e dalla mitraglia in fuori. Si proclama in faccia al mondo che la propria razza è la razza superiore, prediletta da dio, predestinata a portare in giro per i quattro punti cardinali la fiaccola della scienza e del diritto; che la guerra intrapresa è guerra di civiltà e d'umanità, o per lo meno guerra di difesa e di libertà etc. etc.

Questa è vecchia storia, che si ripete sempre come il mulino di preghiere dei bonzi buddisti. Il linguaggio dei conquistatori e dei dominatori sembra foggiato nella medesima stampa, tantoché sembrano copiati non solo i concetti e le parole, ma anche i punti e le virgole. Napoleone I e la cultura francese giudicavano e trattavano i Tedeschi nel medesimo modo in cui Guglielmone e la sua cultura oggi giudicano e trattano i Francesi. Confrontate gli esempi di bello scrivere dei cantastorie tripolitaneschi coi proclami di von Bissing e colle elucubrazioni dei dottori lanzichenecchi, e vedrete che si somigliano come tante gocciole d'acqua.

Sentite in qual modo scriveva quell'avvinazzato mentecatto di Giuseppe Bevione: “Ed ecco finalmente che io posso completare le affrettate febbricitanti note del primo momento inviatevi dal collega Scarfoglio intorno alla bella ventura guerresca che per una giornata intiera, ieri ci ha trasportati in un ambiente fumante e palpitante di massacro e di sangue quale mai avremmo sognato e pensato... L'Italia ha consacrato il suo nuovo nome ieri e noi ringraziamo di qui gli iddii propizi d'averci concesso la grazia d'assistere a un simile prodigio”. In un'altra corrispondenza poi l'onorevole saltimbanco di Torino si augurava che la duchessa d'Aosta fosse ammazzata da una palla turca, e sapete perché? Perché “questi ventimila combattenti che difendono Tripoli diventerebbero iene per vendicare la loro principessa morta di piombo musulmano al loro fianco sotto i loro occhi”. Son parole testuali!

La pastosa, butirrosa, ossequiosa, bufalesca Matilde Serao rincarava la dose: “Quale miraggio, mai, balenerà più smagliante innanzi alla fremente e palpitante fantasia umana, quale realtà, mai, impetuosa e travolgente esalterà meglio tutte le energie umane, se non la guerra?.. La guerra! Inebbriante parola, anche, come se, da essa, scorresse sulle labbra degli umani e correggesse il loro palato assetato, un divino liquore: e che di tale liquore il loro sangue s'infiammasse, in una vampa inestinguibile: e che da tanto ardore tutte le loro potenze fisiche si moltiplicassero”.

E tralascio le ciniche e nauseanti descrizioni dei supplizi degli arabi accompagnate da osservazioni come la seguente: “Non per questo l'impiccagione è una misura da deplorarsi, ché anzi, se così si fosse fatto fin da principio molti fatti si sarebbero evitati”. Tralascio pure la satiriasi guerresca dei giullari, a capo dei quali sta il divo Gabriele, in cui “l'ardente sete sensuale del sangue e il dilettantismo estetico della strage traspirano da ogni passo”.

Durante la guerra libica i giornali inglesi levarono la voce in tutti i toni contro la crudeltà italiana; senonché Vincenzo Morello ricordò loro il bando emanato da lord Roberts nella guerra boera: “Tutti i poderi limitrofi alle linee ferroviarie, che i nemici hanno tentato di distruggere, saranno incendiati; quelli lontani dieci miglia dalle linee ferroviarie saranno spogliati del bestiame e delle vettovaglie. Tutte le famiglie della città, costituite da vecchi, donne e fanciulli saranno espulse ed esiliate”.

Rastignac però avrebbe potuto ricordare qualcos'altro di meglio, come, per esempio, la relazione del generale Cooper sul modo come fu repressa l'insurrezione indiana del 1857: “I Sipahi furono condotti a dieci a dieci. Si scrivevano i loro nomi, poi si legavano insieme e si conducevano alla piazza dell'esecuzione. Circa 150 erano stati giustiziati quando uno dei più vecchi carnefici era svenuto. La disperazione, il furore le urla dei Sipahi tratti a morte l'avevano commosso. Si dovette fare una pausa. In breve ricominciarono le esecuzioni. Erano appesi 237 cadaveri, quando fu annunciato che i prigionieri non volevano uscire dalle carceri. Ordinai di spezzarne a forza le porte. Se ne trassero 45 cadaveri: quegli sciagurati accatastati in uno spazio troppo ristretto erano morti soffocati. Impiccati e soffocati furono gettati insieme in una gran fossa... Altri quaranta uomini insorti condotti a Lahore, in presenza di alcuni reggimenti sospetti, furono fatti mettere in brani dai cannoni. Così in breve tempo io avevo fatto uccidere 500 uomini”.

Qui la figura migliore ce la fa il vecchio carnefice. Il generale Cooper starebbe bene nel Belgio al posta di von Bissing, perché non si sa se Delhi in quei giorni patì piu di Lovanio; certo non patì di meno.
Rastignac avrebbe potuto continuare a ricordare i poveri Tasmaniani interamente distrutti con metodica quotidiana caccia e senz'alcuna necessità di difesa, le Pelli Rosse quasi sterminate e parecchi altri popoli tolti di mezzo colla stessa disinvoltura con cui si sopprime uno sciame d'insetti molesti. Le piramidi di teschi umani fatte innalzare da Tamerlano, scomparirebbero in mezzo a questo mare di cadaveri che abbraccia il mondo.

Né i Francesi si son mostrati da meno degli Inglesi. Dalla mongolica calata di Carlo d' Angio alla crociata albigese, dall'incursione di Carlo VIII all'incendio del Palatinato, dalle rapine di Napoleone I alle gesta algerine e tonchinesi, la storia delle armi francesi in quanta alle ruberie, alle devastazioni, alle crudeltà è uguale a tutte le altre. Nel 1845, essendosi una tribù araba ricoverata colle donne e coi bambini entro una vasta grotta, il generale Pelissier la fece perire tutta, dando fuoco alle fascine accatastate all'entrata di questa. Io ricordo ancora con raccapriccio ciò che lessi ventisei anni or sono nel Figaro, mentre si celebrava il centenario della rivoluzione. Quel magno giornale del clericalume stemmato e della borghesia bancaria raccontava che uno dei ribelli del Tonchino era stato preso e decapitato in pubblico. Il coltellaccio del boia più volte cadde sul capo del paziente senza troncarlo; ma finalmente un colpo meglio assestato lo fece rotolare per terra. Allora un cane di razza francese (son parole testuali) ivi presente corse subito ad addentarlo. E tutto questo il Figaro raccontava con brio parigino e con aria soddisfatta e trionfante come se si fosse trattato del racconto d'una chanson de gestes. E son costoro che oggi parlano di guerra alla barbarie, di liberazione dei popoli, di ritorno alla civiltà!

Nella spedizione d'Egitto il Bonaparte propose a un medico d'avvelenare tutti i suoi soldati feriti, perché gli davano noia nella marcia, e per lo stesso motivo fece ammazzare a baionettate quattro o cinquemila Arnauti prigionieri che s'erano arresi colla promessa di non aver torto un capello.

L'altro giorno cascai dalle nuvole quando lessi nel discorso del ministro Orlando la divisione delle guerre in guerre di razza perché ne trionfi una superiore e predestinata, e in guerra di idee perché trionfi quella in cui si affermi un progetto di civiltà; le guerre di Roma e le guerre della rivoluzione francese. Ma questa è filosofia storica da asilo infantile, è sociologia da circo equestre, eccellenza. Dove mai siete andato a pescare simili panzane, forse in qualche ignoto commento di codice penale? Nelle guerre di Roma l'urto d'idee c'entra come i cavoli a merenda: furono tutte guerre di conquista e nulla più. Meno di meno ancora c'entra il progresso della civiltà. Certo il valent'uomo non vorrà sostenere che i Romani importarono la civiltà nella Grecia che devastarono, spogliarono, assassinarono: se ne vuole sapere qualche cosa lo domandi al console Mummio, il distruttore li Corinto, che potrebbe fare il paio con von Bissing o altro generale qualsiasi dei lanzichenecchi. Né c'è ragazzo delle scuole ginnasiali che sostenga avere i Romani fatto progredire la civiltà in Sicilia, nell'Egitto, nella Siria, nell'Asia Minore, nella Mesopotamia. Se Pericle avesse assistito alla presa di Corinto, con maggior ragione di quel capo di Britanni di cui parla Tacito, avrebbe esclamato: “Ubi solitudi­nem faciunt, pacem appellant”.

Le guerre della rivoluzione francese, cominciate per difesa e come urto d'idee, finirono poi col diventare furibonde imprese di conquista. Né poteva accadere diversamente, poiché qualsiasi guerra, anche di pura e sacrosanta difesa, se vittoriosa si trasforma subito in guerra di dominio politico ed economico, per fatale legge biologica: la funzione crea l' organo e l'organo alla sua volta riproduce la funzione. Anche le guerre di religione presto o tardi vanno a finire allo stesso modo; e lasciamo stare le guerre di razza vere e proprie che non sono mai esistite se non nella fervida fantasia dell'ingegnoso ministro di grazia e giustizia e di quanti altri come lui hanno curato molto lo studio dei codici e poco o punto quello della sociologia, dell'etnografia e della storia.

Ciò che sta avvenendo ai Tedeschi è accaduto sempre a tutti gli altri popoli che si son trovati nelle stesse condizioni. Così avvenne ai Francesi di Luigi XIV e di Napoleone Bonaparte, così agl'Inglesi fino alla guerra boera, così agli Spagnuoli di Carlo V e di Filippo II, così ai Turchi fino a Vienna, così agli Svedesi fino a Pultava. Ottenuto un predominio politico e militare qualsiasi, comincia infallibilmente l'infatuazione della propria superiorità e della propria predestinazione, s'inizia il delirio della conquista. Un illustre tedesco, che non ha nulla di comune coi Nibelungi di Guglielmone, il prof. Roberto Michels, or non è molto pubblicò un vero atto di accusa contro i nuovi lanzichenecchi suoi concittadini del quale la “Rivista Popolare” di Napoleone Colaianni riprodusse qualche saggio giorni addietro. Eccone un tratto che ritrae al vivo questo fenomeno: “La nevrosi della guerra è diventata epidemica come il ballo di san Vito e il flagello del medio evo. Come i Dervishi del lontano oriente ripetono continuamente le stesse preghiere e le stesse funzioni, finché cadono prostrati ed esausti, così i profeti e i filosofi tedeschi ripetono da mesi le stesse litanie patriottiche, le stesse contenzioni senza basi (di cui il contrario è stato provato) dichiarando che la nostra razza è superiore a tutte le altre del mondo e che noi siamo i prediletti da Dio, con la nobile missione di purificare il mondo dai delitti e peccati, così il popolo tedesco ipnotizzato da tante stupide frasi è caduto nel fanatismo, pregando e adorando la propria immagine”.

Così è stato, così è e così sempre sarà finché sul povero genere umano continuerà ad abbattersi il turbine della guera; e se il nostro esercito arriverà, com'è probabile, ad affacciarsi alle Alpi Giulie, voi vedrete immediatamente l'Italia cadere in preda alla stessa nevrosi. Già ne abbiamo i segni precursori: l'infatuazione, per opera d'un branco d'energumeni e d'una mandra di scribacchini degenerati, è cominciata fin dalla guerra libica, quando s'imprese a parlare di eredi di Roma, di depositari della grandezza latina, di supremazia del Mediterraneo orientale, di dominio dell'Adriatico, di diritti storici nel mare Egeo e nell'Asia Minore. Il resto verrà dopo, o per meglio dire ha principiato a venire: lo proclama con tono profetico Gabriele D'Annunzio, il giullare paranoico nell'ultima sua sciatta, contorta, sconnessa “Ode alla nazione serba”:

Popolo d'Italia, sii come
La forza dell'aquila regia,
Che batte con l'ala, col rostro,
Dilania, ghermisce, con l'ugna
E v'è un Iddio, l'Iddio nostro.

Avete capito? Prima c'era il vecchio dio di Guglielmone; ora c'è il dio, l'unico, il vero dio dell'arcangelo Gabriele, calzato e vestito colle cioce, all'abbruzzese. Purtroppo gli spropositi sono come le ciliege: uno tira l'altro; e certe nevrosi sono essenzialmente epidemiche, poiché quasi per ironia è stato detto che la storia è maestra della vita. La storia non è riuscita mai ad insegnar nulla a costoro: essa è un'eccellente sì, ma inascoltata e, disgraziatissima maestra.

Giustamente Napoleone Colaianni notava tempo fa in uno dei suoi articoli sulla paranoia teutonica che le idee a furia di ripeterle si trasformano in sentimenti e i sentimenti presto o tardi si traducono in fatti. E Alfredo Niceforo pure bene scriveva, trattando lo stesso argomento: “Gli etnografi inglesi, a capo il Frazer rinnovatore dell'etnografia, hanno mostrato (e anche Van Gennep in Francia e Raffaele Corso in Italia) che prima nasce la credenza, poi si cercano i fatti per giustificarla. Così fanno i popoli nel creare le grandi idee agitatrici del loro spirito: venuta fuori dal sentimento e dalla volontà, l'idea di superiorità, presso il popolo tedesco, si cercarono poi i fatti per giustificare la credenza stessa”.

I farneticamenti nazionalisti dunque, le criminose declamazioni armigere sono seguite a lungo andare da azioni corrispondenti.
Sbagliava però il Niceforo quando asseriva che i tedeschi “non dicono, che loro hanno disseminato pel mondo tutti i grandi uomini, ma affermano che gran parte dei grandi uomini appartiene, in modo più o meno puro al tipo “homo germanicus”. Niente affatto; i tedeschi specialmente dopo il 1870, nella loro infatuazione egemonica hanno proprio detto e ripetuto a più non posso che i grandi uomini sparsi pel mondo sono usciti dai loro lombi. Valga per tutti Ferdinando Gregorovius il quale nei suoi viaggi in Puglia aveva scoperto che Dante discendeva da una famiglia longobarda, dagli Aligern, e Napoleone da un longobardo toscano della schiatta dei Bonipert; assicurava che la massima parte delle più ragguardevoli famiglie storiche italiane è d'origine longobarda e definiva sforzo vano e puerile il volerlo negare. Infatti le famiglie storiche di Roma e di Venezia e le innumerevoli venute coi Bizantini, coi Normanni, coi Francesi, cogli Spagnuoli, senza contare le indigene, avevano tutte nelle vene il sangue d'Alboino. Un altro dotto tedesco di cui non ricordo più il nome, rinveniva cranii teutonici nelle necropoli preistoriche dell'Egitto e ne argomentava che i Germanici dovettero portare le loro armi vittoriose fino nella valle del Nilo. Il pittore Kaulbach, in contrapposto all'Arcangelo d'Avranche, invocato dai francesi sconfitti e salmodianti, dipingeva un San Michele tedesco con in capo l'elmo a chiodo prussiano “nell'atto di sgominare qual vittorioso riformatore le potenze tenebrose del 70”. I dotti italiani intanto traducevano, commentavano, ammiravano genuflessi dinanzi al genio nibelungo, mentre i nuovi lanzichenecchi di Germania squassavano le lance e annusavano le future prede.

Nessuno, che non sia un arcade o un fakiro, può negare il diritto di difendersi a chi è assalito: tutti in cuor nostro ci auguriamo che il militarismo tedesco sia annientato una volta e per sempre; ma da questo all'apologia della guerra, i vaneggiamenti imperialisti, alle ubriacature piazzaiuole ci corre un abisso. Oggi in Italia si comincia a prender gusto alle pessime colascionate eroicomiche di Gabriele D'Annunzio, e chi sa che fra breve, se la fortuna delle armi ci aiuterà, il volgo somaro non crederà davvero che il padreterno è d'origine italiana, e che le piramidi d'Egitto furono costruite dagli alpini e dai bersaglieri per impiantarvi il telegrafo Marconi. Quelli stessi che ora rivedono così efficacemente le bucce ai Tedeschi, da Napoleone Colaianni a Salvatore Barzilai, sembra che facciano come il padre Zapata: predicano bene sul conto d'altri e razzolano male a casa propria.

Lo so bene purtroppo che al presente qualunque verità si dica è lo stesso che predicare al vento, anzi di peggio: si corre rischio d'esser trattati, come al solito, da nemici della patria, da traditori, da prezzolati agenti del nemico, anche quando simile lordura sta proprio dalla parte dei patriottici mascalzoni. E intanto la nevrotica canaglia continua a correre liberamente e vertiginosamente per la sua china, trascinando dietro a sé nell'immancabile rovina quell' asino incosciente che si chiama popolo. Con questo però: che il popolo precipita sempre e rimane nell'abisso, mentre la canaglia paranoica finisce in un modo o nell'altro col venire a galla per ricominciare da capo.

Moltke, il funereo creatore della prepotenza tedesca, scri­se: “La guerra mantiene negli uomini tutti i grandi e nobili sentimenti: l'onore, il disinteresse, la virtù, il coraggio”. E che Moltke la pensi così non c'è nulla a ridire: egli è logico, è coerente, soprattutto è sincero. Ma riesce grottesco e nauseante il degenerato energumeno che per mettersi in mostra si leva in punta di piedi tra la folla briaca e grida a squarciagola sulla falsariga teutonica: “La guerra è fascinatrice, la guerra è purificatrice, la guerra è rigeneratrice: Viva la guerra!” .

Che cosa siano l'onore, il disinteresse, la virtù portati in giro dai lanzichenecchi di Guglielmone, l'insanguinata Europa l'ha già visto e provato abbastanza. La guerra affascina sì, ma solo gli assassini e i saccheggiatori; purifica sì, ma nel senso d'una selezione al rovescio; rigenera sì, ma nulla più dagli sciacalli, dagli avvoltoi e dai corvi in fuori. La guerra è la vera negazione della civiltà, non lasciandosi dietro che sangue, rovine, odii implacabili, propositi di vendetta, miserie e pianti.

Antonio Salandra nel discorso pronunziato ultimamente a Milano, stando accanto all'arcivescovo, disse fra l'altro: “Noi possiamo in questi giorni orgogliosamente osservare come la civiltà cristiana si rinnova perennemente, e resta indistruttibile e capace dei maggiori progressi e delle maggiori idealità sociali”. Veramente che cosa sia questa “civiltà cristiana”, nessuno studioso riuscirebbe a comprenderlo; perché essa è come l'araba fenice: che ci sia ognun lo dice, dove sia nessun lo sa. Per la scienza e per la storia non è esistita tutt'al più che una “inciviltà cristiana”. Ma passi pure la civiltà sacerdotale dell'eccellentissimo Salandra: con questa sì che la guerra può andare d'accordo; con questa sola però, colla civiltà che produsse le Crociate e la guerra dei trent'anni, le dragonate e gli auto-da-fè; colla civiltà dei preti, degli scherani e dei masnadieri invocanti dio fra i saccheggi e gli stupri, fra gli assassinii e le rovine. Ogni altra civiltà sparisce dove appare la guerra.

 


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