Fabio Massimo Nicosia

Marxismo e anarco-capitalismo

(2012)

 



Note

Quelle che qui si presentano sono riflessioni e proposte interessanti in cui l'autore cerca di conciliare vari filoni di pensiero in maniera eclettica ed originale. Purtroppo la maggior parte dei marxisti, libertari, liberali, anarchici, preferiscono rimanere confinati all'interno dei propri steccati ideologici per timidezza creativa e per paura di contaminare la purezza delle proprie idee. Agendo così, il risultato è che ogni ideologia diventa sempre più povera di spunti interessanti e sempre meno in sintonia con l'evoluzione dei tempi. E intanto, il Leviatano continua a dominare contando sul debole potere di attrazione e sulla disunione di tutti coloro che lo vorrebbero accantonare.

 


 

Per un marxismo libertario (e liberale)

Scriveva Mao Tse-Tung nel 1949:

“Ma allora voi non volete sopprimere il potere dello Stato? Sì, noi vogliamo sopprimerlo, ma non ora; non possiamo ancora farlo. Perché? Perché l’imperialismo continua a esistere, perché la reazione interna continua a esistere, perché le classi continuano a esistere all’interno del paese. Il nostro compito attuale è quello di rafforzare l’apparato dello Stato popolare, e principalmente l’esercito popolare, la polizia popolare e la giustizia popolare, al fine di consolidare la difesa nazionale e di proteggere gli interessi del popolo.”

Analoghe considerazioni erano già state espresse da Stalin.

Il punto saliente, spesso trascurato, è quindi che tanto Stalin, quanto Mao, e ovviamente Lenin (vedi Stato e rivoluzione) non hanno mai abbandonato l’indicazione di Marx e di Engels, che lo Stato è una sovrastruttura che sarebbe caduta, o fatta cadere, al momento opportuno.

Marx non dedicò mai particolare attenzione a come sarebbe stata una società senza Stato, ma non lesinò critiche ai partiti socialisti o socialdemocratici dell’epoca (Lassalle) per il loro culto dello Stato (vedi la Critica al programma di Gotha e la Critica al programma di Erfurt), tant’è che c’è chi sostiene che, piuttosto che appoggiare i socialisti, Marx preferiva votare liberale o conservatore.

Ora, se Marx (ed Engels) erano sostenitori dell’estinzione dello Stato, che cosa li divide dagli anarchici, fautori dell’abbattimento dello Stato? Proprio questo, che per Marx e i marxisti bisogna prima prendere il potere, nella prospettiva del suo deperimento, mentre per gli anarchici della Prima internazionale il potere andava direttamente abbattuto. Lenin obiettò agli anarchici rivoluzionari di essere in contraddizione, perché, antiautoritari, essi propugnavano l’evento più autoritario tra quelli conosciuti, appunto una rivoluzione.

Da qui alcuni corollari, come il rifiuto degli anarchici di partecipare alle elezioni o in genere alla politica, in attesa del momento rivoluzionario vagheggiato.

Ora, ciò che ci chiediamo è se possa esistere una linea intermedia tra la strategia dei marxisti e quella degli anarchici.

Ad esempio, se noi consideriamo il passo di Mao sopra citato, non ci è difficile considerare pretestuose alcune sue considerazioni, tanto più che la linea Lenin-Stalin-Mao non si limita a posporre nel tempo il momento della caducazione dello Stato, ma propone addirittura il rafforzamento delle istituzioni coercitive in attesa di quel momento.

Nel mondo marxista, un’eccezione a questo modo di pensare fu incarnato da Tito, allorché introdusse nella ex Jugoslavia il principio dell’autogestione a tutti i livelli, sia pure sotto la direzione del partito unico.

È questa la strada da seguire, naturalmente conservando il pluripartitismo e le guarentigie liberali: arrivare al governo con un programma di chiaro dimagrimento dello stesso, ampliando i diritti civili nell’ottica della prassi antiproibizionista, decentrando le funzioni e l’economia, abbandonando della tradizione marxista non solo la ricerca di pretesti per rafforzare lo Stato, ma anche il progetto di nazionalizzazione dell’economia, parlando semmai di socializzazione e di promozione della cooperazione.

Ciò rappresenterebbe una sfida anche per il mondo anarchico, ancora troppo legato a inattuali e inutili miti rivoluzionari. Si tratterebbe, in altri termini, di una linea di governo “radicale”, intendendo il radicalismo come la linea immaginaria che conduce dal liberalismo all’anarchismo, senza rifiutare di sporcarsi le mani, dichiarandosi disponibili ad assumere le responsabilità di governo del caso.

 


 

Karl Marx e l’anarco-capitalismo

Come notavo in Per un marxismo libertario (e liberale), Marx era fautore dell’estinzione dello Stato, anzi, la “prevedeva” come esito del trionfo proletario nella lotta di classe, ma non ha mai dedicato tempo, ritenendola evidentemente fatica inutile, a descrivere come avrebbe potuto funzionare una società senza Stato.

Anche gli anarchici classici non sono esenti da questa critica, tranne forse Proudhon, che vagheggiava un sistema federale e mutualista, una sorta di fusione tra municipalismo e mercato.

Chi invece ha prodotto ampia bibliografia sul funzionamento di una società senza autorità centrale sono gli anarco-capitalisti, a partire da David Friedman e anche da Rothbard. Essi hanno preso sul serio le obiezioni dei critici, e hanno cercato di rispondere in modo estremamente puntuale (chi farà le strade, chi produrrà diritto e giustizia, etc.).

Si noti tuttavia che, nel Manifesto del Partito Comunista, scritto da Marx con Engels nel 1848, si possono leggere le seguenti parole: “Il comunismo non toglie a nessuno il potere di appropriarsi prodotti della società, toglie soltanto il potere di assoggettarsi il lavoro altrui mediante tale appropriazione”. Tutti proprietari, dunque, come già aveva lasciato intendere uno dei padri del liberalismo, John Locke.

Ma c’è di più. Così come gli anarco-capitalisti spiegano che sarà il mercato a realizzare le strade, Marx, nei Grundrisse, prevede che verrà un giorno nel quale il capitalismo saprà rinunciare allo Stato per realizzare direttamente, secondo la logica del profitto, i beni pubblici e collettivi. Si crea qui un cortocircuito rispetto alla vulgata marxiana e marxista, secondo la quale l’estinzione dello Stato è subordinata alla conquista dello stesso da parte del partito dei proletari. Marx ha qui infatti una grande intuizione: che possa essere la borghesia a estinguere direttamente lo Stato. Che ne è allora della conquista del potere da parte dei comunisti, dato che il programma marxiano è di fatto affidato alle forze liberali?

Come si vede, lo Stato non è più necessario come strumento della transizione, e compito delle forze proletarie non è più di rafforzare lo Stato in vista di una sua estinzione rinviata sine die, ma piuttosto di dar man forte alle forze borghesi al governo perché liberalizzino il più possibile la società. Il che non significa che la “sinistra” non debba mai governare, a patto che faccia proprio e radicalizzi il programma liberista.

Alla luce di quanto precede, l’attuale esperimento cinese, governo comunista, economia capitalista, ci può apparire forse meno bizzarro di quanto non appaia a tutta prima.

 


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