J. A. Maryson

Alcune idee false sull'anarchia

(1904)

 


 

Nota

Questo testo è stato attribuito più volte allo storico e teorico dell'anarchia Max Nettlau.

Come chiarito da lui stesso nella sua La anarquía a través de los tiempos (Breve storia dell'Anarchia), si tratta invece di una conferenza tenuta a New York nel gennaio 1904 dal Dr. M-n (Dr. J. A. Maryson)

Per l'autore, l'anarchia è "organizzazione volontaria invece che autoritaria". In altre parole, l’anarchico auspica un sistema sociale in cui ciascuno può staccarsi dallo Stato (secessione) e dar vita alla propria organizzazione amministrativa sulla base dei principi economici (comunismo, capitalismo, mutualismo) che gli sembrano più adatti. Quale di questi "ismi" ogni individuo voglia attuare non è una questione che debba essere decisa dagli anarchici, ma spetta alla libera scelta di ciascuno. La volontà di spacciare l'anarchia per una teoria sociale che sostiene il comunismo o il capitalismo è, secondo l'autore, parte delle false idee dell'anarchia.

Questa visione fa apparire l'anarchia molto simile alla panarchia di Paul-Émile de Puydt.

Fonte: J. A. Maryson, Some Misconceptions of Anarchism, 1904.

 


 

La concezione anarchica può essere ripartita sotto tre categorie: la scuola rivoluzionaria di Bakunin e Kropotkin, conosciuta sotto il nome di comunismo anarchico; l'anarchia etica o filosofica di Godwin, Proudhon e Tucker; e, infine, l'anarchia religiosa di Tolstoj.

Così, quando si parla delle idee false che alcuni si fanno dell'anarchia, non bisogna dimenticare che, non solo ognuna delle tendenze è mal interpretata, ma che, per di più, la confusione deriva dall'esistenza stessa di queste tendenze, necessariamente antagoniste nelle sue forme estreme.

Allo stesso modo, coloro che esprimono o si fanno idee false sull'anarchia costituiscono delle categorie ben distinte. Per semplificare la nostra dimostrazione, classificheremo queste persone sotto tre tipi differenti: i conservatori, che detestano e diffidano di qualsiasi proposta radicale di rinnovamento sociale; i socialisti e gli altri riformatori, che non possono soffrire che qualcuno persegua un obiettivo diverso dal loro; e infine, gli anarchici stessi, che credono di possedere il monopolio della verità.

Queste idee false sono numerose e varie, ma non è qui il caso di esaminarle tutte. Limiterò dunque le mie osservazioni ad alcune di esse e, in particolare, a quelle che hanno a che fare con la scuola rivoluzionaria, in quanto è quella che fa più rumore, solleva il maggior numero di biasimi, ed è la meno compresa.

La prima e la più importante delle concezioni false sull'anarchia, sostenuta, in buona fede o a bella posta, da simpatizzanti e avversari, è quella che pretende che Anarchia, Comunismo e Rivoluzione costituiscano una triade indissolubile, di modo che uno si immagina la prima che tiene in una mano la rivoluzione sanguinosa e nell'altra il comunismo evangelico. La rivoluzione appare inevitabilmente intrisa di sangue e il comunismo è presentato come una ineluttabile necessità economica.

Che la formazione di simili fraintendimenti sia in parte causata dagli insegnamenti stessi di alcuni diffusori dell'idea anarchica, questo non lo si può negare. Come ogni generalizzazione che non deriva da osservazioni precise, la concezione anarchica è audace ma vaga. Inoltre, come molte altre idee, essa non può, all'inizio, sottrarsi all'influenza delle idee che le sono più vicine.

La nascita della concezione anarchica coincide con il periodo rivoluzionario tra il 1848 e il 1871. Le tradizioni della grande rivoluzione francese erano ancora presenti e vive nello spirito popolare; l'ambiente era impregnato del desiderio di cambiamenti politici e sociali e le aspirazioni degli esseri umani giungevano fino alle idee più ardite. La costruzione di barricate costituiva, a quei tempi, una attività ancora fiorente. Quella fu un'epoca in cui si elaboravano costituzioni astratte e si inventavano sistemi sociali. Da tutto ciò nacque la concezione anti-autoritaria.

Le critiche più forti contro la tirannia dello Stato non potevano che riscuotere l'approvazione dei rivoluzionari più impazienti e perseguitati dell'epoca. L'ideale di una società senza autoritarismo, an-archica, ispirava loro la volontà tenace di agire contro i poteri costituiti. Inoltre, l'amore nascente per l'Umanità non poteva essere soddisfatto se non dalla più alta espressione della fraternità umana, e cioè la realizzazione del comunismo fraterno. 

Ma, se è storicamente certo che i primi anarchici furono innanzitutto dei comunisti rivoluzionari, non ne consegue affatto, necessariamente, che l'anarchia sia impossibile al di fuori dei princìpi economici del comunismo e senza fare ricorso alla rivoluzione violenta.

Teoricamente, non vi è alcun legame essenziale tra le tre concezioni, anche se un numero considerevole di persone crede fermamente a questa triade (anarchia, comunismo, rivoluzione) come se fosse un tutt'uno. Coloro che non ritengono necessaria l'esistenza di un governo, possono però essere a favore o contrari alla rivoluzione e alla propaganda del fatto, cioè all’azione violenta; possono o no preconizzare il comunismo.

La garanzia della libertà, nelle relazioni sociali, del principio del concorso volontario o del diritto di secessione dall'organizzazione sociale, presuppone, come spiegherò più oltre e più approfonditamente, una sola condizione economica fondamentale, e cioè, l'assenza di privilegi per quanto riguarda i mezzi per ottenere l'indipendenza economica. D'altra parte, sul terreno dei fatti, la concezione anarchica americana, come presentata dal suo fondatore Josiah Warren [1] oltre che, in maniera molto incisiva, da Thoreau, è del tutto indipendente da una tattica basata sul comunismo e sulla rivoluzione. La concezione anarchica di Benjamin Tucker [2], in generale la più logica e conseguente, è decisamente contraria al sistema comunista ed è estremamente pacifica nell'uso dei mezzi. Proudhon stesso cercò di introdurre l'anarchia per mezzo di una Banca del Popolo e dello Scambio dei prodotti del Lavoro.

È quindi evidente che identificare l'anarchia con il comunismo e la rivoluzione è una concezione falsa della teoria anarchica e contraria a come si è manifestata nel corso della sua storia. Eppure, continuiamo a sentir ripetere ciò, in buona fede, da parte di simpatizzanti che dovrebbero però conoscere un po' meglio la concezione anarchica; e la sentiamo ripetere, a bella posta, da parte dei reazionari e degli uomini politici socialisti che hanno tutto da guadagnare a diffondere queste idee false che discreditano gli anarchici agli occhi del popolo.

Come esempio di questa ignoranza voluta riguardo alla concezione anarchica, citerò alcuni passaggi da un libro apparso qualche mese fa e accolto con gli elogi della stampa socialista americana che l'ha qualificato come un “testo notevole di un uomo degno di nota.” Alla pagina 332 della Storia del Socialismo negli Stati Uniti si può leggere quanto segue:

“Gli anarchici, rifiutando di riconoscere il carattere organico della società umana, negano il corso graduale e logico della sua evoluzione. Il mondo sarebbe, ad ogni momento, formato sulla base del volere dei rivoluzionari più radicali, e quello che occorre per instaurare il benessere per tutti è un colpo di mano da parte di un manipolo di uomini decisi e capaci di rischiare la loro vita per l'emancipazione del popolo oppresso.

Conseguentemente al loro punto di vista, gli anarchici rifiutano l'attività politica come una farsa nociva e disdegnano gli sforzi delle associazioni operaie e del movimento socialista tendenti a migliorare le condizioni della classe operaia, considerando questi come degli strumenti reazionari destinati a ritardare la rivoluzione in quanto sopprimono lo scontento degli operai per la loro condizione attuale. Gli sforzi degli anarchici consistono nel seminare la ribellione tra i poveri e nell'intraprendere una guerra personale contro coloro che essi considerano i responsabili di tutta l'ingiustizia sociale, i grandi e i potenti di ogni nazione. Le loro armi sono la propaganda, con la parola e con il fatto.”

Questo autore “degno di nota” non sembra avere letto nemmeno un semplice opuscolo anarchico. Ogni affermazione contenuta in questi passaggi è una interpretazione assurda delle frasi estratte dagli interventi appassionati che il veterano rivoluzionario John Most [3] ha pronunciato una quindicina d'anni fa. Sfortunatamente, la teoria anarchica è conosciuta così poco che un tale guazzabuglio di assurdità trova facilmente credito persino presso alcuni autori, per non parlare di quei pii lettori che sono presi da un sincero orrore per “le pericolose teorie di questi terribili pazzi che si definiscono anarchici.”

Un'altra importante idea, del tutto falsa, a proposito dell'anarchia, di cui è necessario parlare perché riguarda il suo principio fondamentale, è quella che riguarda la concezione della libertà individuale.

Si abusa molto di questa espressione. In nome della libertà, i borghesi soddisfatti di sé arrivano persino a difendere la schiavitù, anche ai giorni nostri; e per i loro successori, per i socialisti che aspirano alla conquista del potere politico, la libertà è perfettamente compatibile con una futura schiavitù. La concezione anarchica è detestata perché la si suppone favorevole alla libertà senza freni, alla licenziosità più rozza, quella che non potrebbe che distruggere ogni parvenza di vita sociale. Gli stessi anarchici non sono d'accordo sul significato da attribuire alla parola libertà.

La scuola filosofica si adegua alla formula di Herbert Spencer, della libertà uguale per tutti, e cioè del fatto che ognuno sia libero di fare ciò che preferisce senza attentare, al tempo stesso, alla libertà altrui.

Ma, ponendo così le cose, non si risolve il problema, ma si avanza soltanto di un passo. Infatti, questa formula non include la definizione della sua clausola limitativa: che cosa costituisce, in effetti, uno sconfinamento nella sfera dell'altrui libertà? Il problema si ripropone in seguito e pare essere fondamentale, in quanto non è il principio della libertà che serve da linea di condotta, ma bensì i confini della libertà. E questo ci rimanda alla concezione stessa della libertà garantita dalle leggi che reggono la nostra vecchia società borghese.

La scuola anarchica “non filosofica” rigetta una tale formula. Per i suoi sostenitori, la libertà non implica nulla di meno che quello stato di cose idilliaco in cui ciascuno sarebbe libero, non solo di fare, ma anche di godere di ogni cosa. Essi hanno piena fiducia, di certo in maniera anti-filosofica, nella bontà inerente alla natura umana, e rifiutano di porre un qualsiasi limite alla libertà. È questa aspirazione dei comunisti anarchici verso la perfetta idillica libertà, che spinge i riformatori, benevoli ma prudenti, a esprimere questo giudizio pur simpatetico: “l'anarchia è certamente un ideale bello, ma … quanto impraticabile!”

Abbiamo quindi l'anarchia, esecrata dagli uni come una teoria infernale che genera sciagure e disordine, e idealizzata dagli altri come un sogno magnifico ma irrealizzabile.

Ora, la libertà che preconizzano gli anarchici non è né quella terribile cosa atta a produrre il caos, né quel sogno mirabile che rende la sua realizzazione impossibile. La libertà è stata semplicemente mal intesa. Si parla sempre di libertà come se si agisse di una forza positiva, di un'arma, di qualche cosa di cui gli individui potrebbero fare un buono o un cattivo uso. Di frequente si sente dire: “Date la libertà all'essere umano ed egli ne abuserà per fare del male al suo prossimo”; oppure, al contrario: “Date la libertà all'essere umano ed egli sarà benevolo e pieno di cura per gli altri.”

Ma la libertà non è una cosa che si concede. Non è un titolo di proprietà o un certificato in carta bollata che ci autorizza a fare quello che vogliamo. La libertà è essenzialmente una semplice relazione, una condizione negativa, l'assenza di qualcosa nell'agire dell'individuo, e cioè l'assenza di sottomissione.

La libertà, quindi, è una relazione sociale, non una facoltà individuale. Al di fuori della società noi non possiamo, in alcun modo, immaginarci la libertà. Noi possiamo fare assolutamente tutto quello che vogliamo senza che ciò implichi, dunque, in qualche maniera, il tema della libertà. I nostri atti hanno un significato solamente quando toccano gli altri, quando hanno una relazione precisa con le azioni degli altri, e cioè quando rappresentano degli atti sociali. Parlando di libertà noi non facciamo nulla di più che caratterizzare semplicemente la relazione tra i nostri atti e quelli degli altri. Inoltre, noi mostriamo che la nostra attività non deve portare pregiudizio all'attività di alcuno. Nei rapporti tra persona e persona, essere libero non significa affatto essere investito del potere di dirigere gli altri. Significa solo accrescere i vantaggi che derivano dalla condizione negativa di non essere diretti da un altro.

Si afferma di sovente: “È bello parlare di libertà perfetta per quanto riguarda il futuro, quando i sentimenti altruisti si saranno sviluppati e avranno sostituito i sentimenti egoisti, e quando l'interesse degli esseri umani consisterà principalmente, come afferma Herbert Spencer, nell’essere l'uno di aiuto all'altro. Ma, nelle condizioni attuali dell'umanità, con le relazioni complicate degli interessi in conflitto, occorre che le restrizioni, piuttosto che la libertà, continuino ad essere la guida principale dell'organizzazione sociale.”

Tutti gli errori di ragionamento contenuti in queste affermazioni sono dovuti, anch'essi, ad una concezione erronea della libertà. Non si tratta di fare un sacrificio a favore di altri. La libertà non deriva dall'altruismo, dall'idea di mutuo appoggio. Non vi è alcun imperativo, alcun dovere a favore degli altri, ecc., ma solo l'avere cura di sé in vista della propria emancipazione.

La definizione della libertà individuale non è che ognuno faccia quello che gli pare e piace, alla condizione, espressa o tacita, di non ostacolare il prossimo, ma che ciascuno possa astenersi dal fare quello che non gli piace, senza che sussistano vincoli di alcun genere a tale riguardo.

Se la libertà individuale dovesse essere incompatibile con l'organizzazione sociale, allora tanto peggio per quest'ultima. Lasciate l'individuo solo: non obbligatelo, in nome della società, a fare ciò di cui non sente il bisogno, e voi non vi vedrete obbligati a costringerlo a fare quello di cui ha bisogno. Lo scopo della società è lo sviluppo dell'individuo e non viceversa. L'organizzazione sociale ha la sua importanza solo in quanto facilita il dispiegamento delle iniziative individuali: più la libertà personale è completa e più l'organizzazione sociale raggiunge il suo scopo.

L'anarchia è la negazione dell'organizzazione autoritaria, ma certamente non di ogni tipo di organizzazione. Essa non disconosce affatto il carattere organico della società, né il corso graduale del suo sviluppo. Al tempo stesso, pur riconoscendo il carattere organico della società, non ne consegue che la si concepisce come un organismo nel senso proprio del termine, cioè un qualcosa in cui tutti i suoi organi obbediscono, come schiavi, alla volontà di una autorità centrale, intesa come il massimo organo sensoriale. L'organizzazione politica della società è una concezione del tutto distinta dall'organizzazione biologica. La società è una organizzazione senza organi speciali, e si basa unicamente sulle relazioni di tipo reciproco che uniscono gli individui. Qual è il carattere di queste reciproche relazioni? Tocca alla scienza sociale dare una risposta. Quale dovrà essere, o meglio, quale sarà il carattere di queste relazioni reciproche in futuro? La concezione anarchica insegna che sarà di tipo libertario, che queste relazioni reciproche, e cioè l'organizzazione sociale, dovrà essere volontaria e non autoritaria.

L'individuo non deve obbedienza e fedeltà a qualche persona o gruppo di persone. Egli è libero, perfettamente libero di unire i suoi sforzi alle persone a lui affini, per dei fini e attraverso dei mezzi che gli sembreranno migliori. Oppure, è libero di restare isolato e di non partecipare ad alcun progetto e, di conseguenza, non godere dei benefici di alcuna attività sociale. Il principio della libertà individuale consiste nel diritto alla secessione, nel diritto di separarsi in ogni momento dall'organizzazione politica costituita, il diritto di non fare quello di cui non si sente la necessità, il diritto di non conformarsi alle decisioni della maggioranza. In sintesi, il diritto al possesso assoluto della propria personalità.

L'idea dell'archismo, cioè del dominio dello Stato in tutte le sue manifestazioni e forme, si basa sulla teoria che una parte della società – una minoranza nella forma oligarchica degli Stati, una maggioranza nella forma democratica – ha il diritto di obbligare tutti gli altri a conformarsi al suo volere. Tutte le forme di organizzazione dello Stato negano, per principio, il diritto dei membri a separarsi, individualmente o in gruppo, da tale organizzazione. Nessuno Stato accetta, all'interno della sua giurisdizione territoriale, l'esistenza di un'altra organizzazione politica, indipendente dalla sua autorità. Per i sostenitori del governo, non vi è nulla di più pericoloso di uno “Stato nello Stato.”

La concezione anarchica sostiene un punto di vista diametralmente opposto a quello dello Stato oppressore. Preconizza la scelta individuale, al posto della legge delle maggioranze, la libertà di non eseguire gli ordini dell'autorità ufficiale; in breve, l'organizzazione volontaria invece dell'organizzazione autoritaria.

La concezione anarchica vuole tutto questo, ma niente di più.

E ora esamino un'altra falsa idea che circola sull'anarchia.

Si pensa, o quantomeno si afferma continuamente, che l'anarchia presuppone un sistema economico particolare senza il quale essa non sarebbe possibile o non potrebbe affatto prosperare. Io non mi rivolgo contro gli anarchici che preferiscono il comunismo, o contro quelli che sono a favore della proprietà privata o di ogni altro sistema visto come una condizione economica desiderabile in sé stessa. Io parlo semplicemente contro coloro che vedono nell'uno o nell'altro di questi sistemi una condizione indispensabile per lo sviluppo dell'organizzazione anarchica, negando così qualsiasi possibilità dell'anarchia non accompagnata da un “ismo” supplementare. A questo riguardo, sia i comunisti che gli individualisti rimangono nell'equivoco.

La tesi dei comunisti è che l'essere umano non potrà essere perfettamente libero fino a quando non potrà godere di tutto quello di cui ha bisogno, sia dei beni della terra che della sua parte nella produzione. E, inoltre, che l'uguaglianza delle ricchezze costituisce una necessità assoluta per la salvaguardia della libertà.

La tesi degli individualisti, fautori della proprietà privata, è che la comunità costituisce essenzialmente una realtà attraverso la quale le persone più deboli sfruttano quelle più intraprendenti. Secondo loro questo ostacola, in primo luogo, il progresso dell’umanità e, in generale, riduce la libertà delle persone più vigorose a vantaggio di quelle più deboli.

Ai comunisti risponderei così.

Voi non potrete essere sufficientemente e perfettamente liberi a questo mondo poiché, anche con il comunismo, non sarete liberi né dalle malattie né dalle infermità o dalla morte inevitabile. Tutti questi innumerevoli mali e dolori sono eredità del corpo e dello spirito dell'essere umano. Anche per un comunista è quindi molto improbabile che egli abbia una “volontà libera” sulla sua persona.

Non voglio dire che non sia affatto desiderabile ottenere tutte queste libertà, ma contesto categoricamente che senza di esse noi non potremmo godere della libertà preconizzata dall'anarchia. Dobbiamo ricordarci bene che la libertà a cui aspirano gli anarchici è la libertà di non fare socialmente quello di cui uno non sente il bisogno; la libertà per ognuno di non essere costretto da alcuna organizzazione a impegnarsi in una attività che la persona non abbia scelto da sé. In ciò consiste tutta la libertà anarchica, se vogliamo chiamarla così, e in ciò consiste anche tutta la concezione anarchica. Il resto non sono che questioni di convenienza e accordi volontari e circostanziali.

Tutto quello che occorre all'individuo per garantirsi una libertà non sottomessa al potere di chicchessia consiste, oltre alla salute mentale, nell'indipendenza economica resa possibile dall'uguaglianza nelle condizioni di utilizzo delle risorse della terra e dei doni spontanei della natura. Una volta conseguito ciò per mezzo di accordi reciproci nell'ambito di una organizzazione volontaria, l'essere umano può vivere libero e felice.

Non è attraverso l'uguaglianza delle ricchezze, ma di quella dei mezzi a disposizione di tutti, in aggiunta alla libertà, che si diffonderà la fraternità. Come sarebbe possibile per i più forti e i più accorti opprimere i più deboli e i più sprovveduti, se i deboli e gli incapaci fossero sufficientemente robusti e avessero abbastanza risorse, sulla base dell'uguaglianza dei mezzi, per essere autonomi e liberi?

D'altra parte, i timori manifestati dagli individualisti nei confronti del comunismo organizzato volontariamente e sulla base del reciproco accordo, non hanno alcuna ragione di esistere. Il mutualismo non comporta lo sfruttamento. Non essendo alcuno obbligato ad accettare certe condizioni, nessuno può essere sfruttato, e di sicuro, nessun anarchico ha mai sognato di costringere qualcuno al comunismo. Quanto ai progressi dell'umanità, l'idea che il mutuo appoggio vi contribuisca più di ogni altra cosa, va guadagnando terreno, da qualche tempo. Non è quindi necessario insistervi.

Inoltre, occorre considerare questa lotta per l'introduzione, a livello universale, di un sistema economico particolare, come il prodotto di una lamentevole e falsa concezione della natura stessa del progresso sociale. Le vicende storiche del futuro seguiranno la linea della minima resistenza, come è avvenuto in passato. Ma chi saprebbe indicare l'indirizzo che prenderanno le molteplici necessità umane al fine di ottenere una adeguata soddisfazione?

Vi è spazio a sufficienza per l'attività di comunisti e di individualisti.

Questa è l'anarchia. 

 


Note

[1] Josiah Warren (1798-1874) è stato il primo a diffondere negli Stati Uniti il pensiero anarchico. La sua concezione si basa sulla “sovranità dell'individuo.”

[2] Benjamin Tucker (1854-1939) è stato uno dei massimi esponenti del pensiero anarchico negli Stati Uniti. Fu l'editore del periodico Liberty (1881-1908) a cui ha contribuito con molti dei suoi scritti.

[3] John Most (1846-1906) socialista, deputato del partito socialdemocratico tedesco, aderì successivamente alla corrente anarco-comunista. È stato, nell'ultimo periodo della sua vita, uno dei più virulenti e dogmatici esponenti dell’anarchia come ideologia che intendeva diffondere, se non imporre, a tutta la società attraverso l'uso della violenza (la cosiddetta “propaganda del fatto” cioè l'attentato sanguinario contro tutti gli oppositori).

 


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