Errico Malatesta

Democrazia e anarchia

(1924)

 



Nota

Malatesta chiarisce una volta per tutte le profonde differenze tra ll'anarchia e la democrazia, differenze che non tutti sanno o vogliono cogliere.

Fonte: Pensiero e Volontà, anno I, n° 6, Roma 15 marzo 1924.

 


 

I governi dittatoriali che imperversano in Italia, in Spagna, in Russia e che provocano l'invidia e il desiderio delle frazioni più reazionarie o più pavide dei diversi paesi, stan facendo alla già esautorata «democrazia» una specie di nuova verginità. Perciò vediamo vecchi arnesi di governo, adusati a tutte le male arti della politica, responsabili di repressioni e di stragi contro il popolo lavoratore, farsi innanzi, quando non ne manca loro il coraggio, come uomini di progresso e cercare di accaparrare il prossimo avvenire in nome dell'idea liberale. E, data la situazione, potrebbero anche riuscirvi.

I dittatoriali hanno buon giuoco quando criticano la democrazia e mettono in rilievo tutti i suoi vizi e le sue menzogne.
E io ricordo quel tale Hermann Sandomirski, l'anarchico bolscevizzante con cui avemmo dei contatti agrodolci all' epoca della conferenza di Genova e che ora cerca di appaiare Lenin nientemeno che con Bakunin, ricordo, dico,che il Sandomirski per difendere il regime russo tirava fuori tutto il suo Kropotkin a dimostrare che la democrazia non è la migliore tra le costituzioni sociali immaginabili.

Poiché si trattava di un russo, il suo modo di ragionare mi rimetteva in mente, e credo che glielo dissi, un ragionamento simile che facevano certi suoi compatrioti quando per rispondere all'indignazione del mondo civile contro lo zar che faceva denudare, fustigare e impiccare delle donne, sostenevano l'eguaglianza dei diritti e quindi delle responsabilità negli uomini e nelle donne. Quei provveditori di carceri e di patiboli si ricordavano dei diritti della donna solo quando potevano servire di pretesto a nuove infamie! Così i dittatoriali si mostrano avversari dei governi democratici solo quando hanno scoperto che v'è una forma di governo che lascia ancora più libero campo agli arbitri e alle prepotenze degli uomini che riescono a impossessarsi del potere.

Non v'è dubbio, secondo me, che la peggiore delle democrazie è sempre preferibile, non fosse che dal punto di vista educativo, alla migliore delle dittature. Certo la democrazia, il cosiddetto governo di popolo, è una menzogna, ma la menzogna lega sempre un po' il mentitore e ne limita l'arbitrio; certo il «popolo sovrano» è un sovrano da commedia, uno schiavo con corona e scettro di cartapesta, ma credersi libero anche senza esserlo val sempre meglio che sapersi schiavo e accettare la schiavitù come cosa giusta e inevitabile.

La democrazia è menzogna, è oppressione, è in realtà oligarchia, cioè governo di pochi a benefizio di una classe privilegiata; ma possiamo combatterla noi in nome della libertà e dell'uguaglianza, e non già coloro che vi han sostituito o vogliono sostituirvi qualche cosa di peggio.

Noi non siamo democratici, fra le altre ragioni perché essa presto o tardi conduce alla guerra e alla dittatura, come non siamo dittatoriali, fra l'altro, perché la dittatura fa desiderare la democrazia, ne provoca il ritorno e così tende a perpetuare quest'oscillare delle società umane dalla franca e brutale tirannia a una pretesa libertà falsa e bugiarda.
Dunque guerra alla dittatura e guerra alla democrazia.
Ma per sostituirvi che cosa?

***

Non tutti i democratici sono come quelli a cui abbiamo accennato finora, cioè ipocriti, più o meno coscienti, che in nome del popolo vogliono dominare sul popolo e sfruttarlo ed opprimerlo.

Numerosi sono, specie tra i giovani repubblicani, coloro i quali alla democrazia ci credono sul serio e vi aspirano come al mezzo per assicurare a tutti la libertà di sviluppo pieno ed integrale. Sono questi giovani che noi vorremmo disingannare ed indurre a non confondere un’astrazione “il popolo” con le realtà viventi che sono gli uomini con tutti i loro vari bisogni, le varie passioni, le varie e spesso contrastanti aspirazioni.

Non staremo qui a rifare la critica del sistema parlamentare e di tutti i mezzi escogitati per avere dei deputati che rappresentino davvero la volontà degli elettori: critica che dopo cinquanta anni di predicazione anarchica è infine accettata e ripetuta anche da quegli scrittori che più affettano disprezzo delle nostre idee (Vedi ad esempio La Scienza politica del senatore Gaetano Mosca).

Ci limiteremo ad invitare quei nostri giovani amici ad usare maggiore precisione di linguaggio, convinti che una volta sviscerate le frasi essi stessi ne vedranno il vuoto.

“Governo di popolo” no, poiché questo supporrebbe ciò che non si verifica mai, cioè l’unanimità delle volontà di tutti gl’individui che costituiscono il popolo.

Dunque ci si accosterà di più alla verità dicendo: “Governo della maggioranza del popolo”. Si prospetta quindi di già una minoranza che dovrà ribellarsi o sottomettersi alla volontà altrui.

Ma non avviene mai che i delegati al potere dalla maggioranza del popolo sieno tutti dello stesso parere su tutte le questioni, quindi bisogna ancora ricorrere al sistema della maggioranza e perciò cu avvicineremo ancora un po’ alla verità dicendo: “ Governo della maggioranza degli eletti dalla maggioranza degli elettori”.

Il che incomincia già a somigliare forte ad un governo di minoranza.

E se poi si considera il modo come si fanno le elezioni, come si formano i partiti politici ed i gruppi parlamentari e come si elaborano e si votano e si applicano le leggi si comprende facilmente quello che è già provato dall’esperienza storica universale che anche nella più democratica delle democrazie è sempre una piccola minoranza che domina, ed impone colla forza, la sua volontà e i suoi interessi.

Dunque chi vuole davvero “il governo di popolo” nel senso che ciascuno possa far valere la sua volontà, le sue idee, i suoi bisogni deve fare in modo che nessuno, maggioranza o minoranza che sia, possa dominare sugli altri, vale a dire deve volere l’abolizione del governo, cioè di qualunque organizzazione coercitiva e la sua sostituzione colla libera organizzazione tra quelli che hanno interessi e scopi comuni.

***

E la cosa sarebbe semplicissima se ciascun gruppo o ciascun individuo potesse isolarsi e vivere da sé, a modo suo, provvedendo da sé stesso, indipendentemente dagli altri, a tutti i suoi bisogni materiali e morali.

Ma la cosa non è possibile e, se fosse possibile, non sarebbe desiderabile perché significherebbe la degradazione dell’umanità verso la barbarie e la selvaggeria.

Bisogna dunque che ciascuno, individuo o gruppo, mentre è deciso a difendere la propria autonomia, la propria libertà, comprenda i vincoli di solidarietà che lo legano a tutta quanta l’umanità ed abbia abbastanza sviluppato il senso di simpatia e di amore verso i suoi simili per sapere imporsi volontariamente tutti quei sacrifizii necessari ad una vita sociale che assicuri a tutti i massimi vantaggi possibili in ogni data contingenza.

Innanzi tutto però bisogna rendere impossibile l’imposizione di alcuni sulla massa per mezzo della forza materiale che poi si attinge dalla stessa massa che soffre l’imposizione.

Aboliamo il gendarme cioè l’uomo armato al servizio del despota, e in un modo o nell’altro si arriverà ad un libero accordo, perché senza accordo, libero o forzato, non è possibile vivere.

Però anche il libero accordo si farà sempre a maggior vantaggio di chi sarà meglio preparato intellettualmente e tecnicamente; e perciò noi raccomandiamo ai nostri amici, a coloro che vogliono davvero il bene di tutti, lo studio dei più urgenti problemi, che domanderanno una soluzione pratica il giorno stesso in cui il popolo avrà scosso il giogo che lo opprime.

 


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