Camillo Berneri

Stato e burocrazia

(1920)

 



Nota

L'autore sottolinea ancora una volta che lo stato "sia esso borghese o bolscevico, è una cappa di piombo che soffoca la vita economica e politica di una nazione". Purtroppo la manipolazione dei cervelli operata dallo stato attraverso la scuola e i mezzi di informazione da esso foraggiati ha reso estremamente difficile lo sviluppo e la diffusione dell'idea che, per organizzare la vita in società, sia possibile fare a meno dello stato. E così ci avviamo tutti verso il disastro (morale, culturale, ecologico, economico).

Fonte: Umanità Nova 25/12/1920.

 


 

Gli scandali che si sono seguiti negli ambienti ministeriali e militari, i milioni assorbiti vampirescamente dai ladri dalla croce di cavaliere, dalla commenda e dalla greca, gli errori burocratici che hanno mandato alla malora milioni e milioni in affari sbagliati o loschi, in ritardi nelle spedizioni di merci dovuti alla burocrazia mastodontica e pigra, tutto il complesso di ruberie e di errori dovuto al complicato e parassitario meccanismo su cui poggia l'accentramento statale non è un male di un dato regime, ma è il risultato dell'esistenza dello Stato, organismo accentrato che intralcia, comprime, corrompe tutta la vita nazionale. Lo Stato unitario e accentratore, sia esso borghese o bolscevico, è una cappa di piombo che soffoca la vita economica e politica di una nazione. Nella crisi creata dai fenomeni economici concomitanti alla guerra, la macchina statale ha rivelato tutta la sua impotenza. L'uniformità legislativa ed amministrativa è assurda in una nazione come è la nostra, ove esistono così marcate differenze economiche e psicologiche fra il Nord, il Centro, e il Mezzogiorno. Uno Stato socialista che volesse accentrare poteri e funzioni in una burocrazia bolscevica non farebbe che favorire, come il governo attuale, le funzioni parassitarie a danno di tutte le funzioni produttive. I problemi della vita economica e sociale del popolo italiano hanno una fisionomia propria, diversa da regione a regione, da località a località, e richiedono ciascuno una sua specifica soluzione. Un governo socialista che volesse fare il fac-totum finirebbe nell'accentramento, cioè nella burocrazia più mastodontica e irresponsabile. Da questo punto di vista la critica antistatale anarchica coincide con quella democratico-federalista, differenziandosi però da essa in vari punti, che non è il caso, per ora, di esaminare.

Una delle necessità dei regimi accentrati è la burocrazia, la quale è tanto più parassitaria, oppressiva ed irresponsabile, quanto più il governo tende a concentrare nelle sue mani l'amministrazione dei vari rami della vita economica e giuridica della nazione. I ministeri rappresentano i nodi principali della burocrazia. Ad essi si rivolgono ogni giorno migliaia di persone che hanno provvedimenti da sollecitare, reclami da produrre, interessi da tutelare.

Dalle risposte che vengono date dopo mesi e mesi, gli smarrimenti di documenti, per non parlare degli intrighi e delle corruzioni, è tutto un complesso di fatti che fa della burocrazia ministeriale, l'espressione più mostruosa dell'accentramento tecnico, giuridico e amministrativo.

Molti socialisti sono propensi alle autonomie comunali. Questo decentramento è fittizio, se non giunge che a fare dei Comuni dei piccoli ministeri. Vediamo che accadrebbe se, abbattuto il governo centrale, vale a dire il governo ministeriale, il potere amministrativo passasse ai Comuni, rimasti quelli che sono oggi, ma con attribuzioni maggiori.
Il commissario del popolo, preso possesso del Comune, pubblica un manifesto in cui invita i cittadini a rivolgersi a lui per comunicargli i propri reclami, frustrati dalle amministrazioni borghesi, e, quando non continui con lui il metodo antico di ottenere intrigando, accadrà che questo commissario resterà affogato dai reclami, dalle domande, dalle petizioni, stordito dalle preghiere e dalle proteste, e non saprà più dove battere la testa. Il Comune socialista vorrà naturalmente occuparsi di tutto: viabilità, illuminazione, istruzione, igiene, ecc. ecc., e il commissario dovrà fare miracoli: avere cent'occhi come Argo, avere il dono dell'ubiquità come S. Antonio, avere cento mani come una statua di divinità indiana. Ammesso che esso, dato che il: Pulsate et aperictur vobis sarà obbligatorio in una amministrazione comunista, possa ascoltare tutti coloro che hanno da ottenere qualche cosa, come potrà sceverare il vero dal falso, il necessario dal superfluo?

Ammesso che invece di un commissario del popolo ci sia un Soviet comunale e che le funzioni siano divise, io dubito che nei grandi Comuni sia possibile sorvegliare la spettacolosa corrente di richieste, consigli, proteste affluente dalla popolazione all'amministrazione. Rimarrà dunque il bisogno, da parte dei depositari del potere centrale, di farsi aiutare da altre persone le quali non presteranno gratuitamente la loro opera: cioè dagli impiegati. Questi impiegati dovranno essere sorvegliati seriamente dai loro superiori perché non stiano in ufficio le loro otto ore regolamentari, fumando, chiacchierando, leggicchiando i giornali. Ci vorranno, quindi, i capi-ufficio. Coloro che avranno bisogno di servirsi dell'amministrazione dovranno, per spronare l'impiegato fannullone, servirsi di un amico dell'impiegato o di un suo superiore. Nei regimi accentrati l'intermediario diventa necessario. Di qui pressioni e favoritismi.

Non parliamo poi delle spese enormi che rappresenterebbe tale burocrazia. I bilanci delle amministrazioni accentrate presentano somme di milioni: come il Municipio di Napoli che, nel 1901, spese 23 milioni. Trattandosi di amministrazioni le spese burocratiche arrivano ai miliardi. Più in alto l'accentramento si fa più parassitario e camorristico che in basso: i ministeri sono più parassitari e camorristici delle amministrazioni provinciali, quelle provinciali più di quelle comunali.

Nessuna amministrazione accentrata può sottrarsi ai difetti che le sono propri, che dipendono dalla sua costituzione. Nell'Italia meridionale la corruzione, determinata dall'accentramento delle amministrazioni, si manifesta con sintomi molto più accentuati che nelle altre parti d'Italia. L'unità amministrativa d'Italia, come ha dimostrato Gaetano Salvemini, è stata pel Mezzogiorno un disastro economico inaudito.
Molti credono che l'accentramento sia un portato inevitabile dello sviluppo urbano e ne deducono che non sia possibile applicare la più decentrata autonomia che ai piccoli paesi. Questa deduzione, che parte da una constatazione di fatto, non è positiva. Il decentramento ha ragione di essere più in una metropoli che in un paese. E la metropoli non impedisce con la grandiosità della sua popolazione e della sua vita lo sviluppo di un'amministrazione federale. Ne è esempio Londra, che benché molto più grande di Napoli, non è colpita dalle malattie burocratico-camorristiche che affliggono la città partenopea, perché amministrata federativamente.

Supponiamo che una grande città sia amministrata federativamente. In questo caso non formerebbe un unico Comune, ma dieci, venti Comuni, a seconda le sue condizioni topografiche e la configurazione degli interessi locali. In ciascuno di questi Comuni l'amministrazione non s'accentra in un unico consiglio, ma si scinde in parecchi consigli indipendenti, ciascuno dei quali ha una propria amministrazione ed è eletto dagli interessati, questi consigli hanno un dato compito da eseguire: istruzione, illuminazione, viabilità, igiene ecc. Se tutte queste funzioni sono accumulate in un solo consiglio, il cumulo di tanti affari richiederebbe l'opera quotidiana di amministratori che dovrebbero essere retribuiti, cioè di impiegati pagati dalla comunità. Il consiglio unico avendo tante responsabilità finirebbe per non averne nessuna e non potrebbe tener testa al disbrigo dei numerosi e vari affari se non composto di numerosi membri. Invece nel sistema federale ogni consiglio, avendo la parte sua di amministrazione, potrà essere formato di poche persone che, con qualche ora di occupazione al giorno, possono sbrigare le loro faccende; molti impiegati vengono così ad essere eliminati e molte indennità abolite. Questi amministratori eletti hanno una responsabilità determinata, ben definita, e sono sotto il controllo immediato e continuo degli elettori che essendo interessati al buon funzionamento di quella data amministrazione terranno gli occhi aperti e interverranno per impedire ogni inconveniente. 

Per ben amministrare occorre avere una competenza speciale: dall'approvvigionamento dei viveri alla spazzatura delle strade. Ognuno dei consigli particolari avrebbe il suo bilancio speciale. Nelle amministrazioni accentrate, le cifre non si possono controllare e a forza di piccole ruberie il bilancio generale si trova ad avere delle grosse falle per cui va in malora.

Non c'è chi perde tempo a studiare il bilancio e chi può controllare se le spese sono tutte regolari. Lo dimostrano le amministrazioni militari che inviano quintali di carte amministrative agli uffici ministeriali, dove non si scoprono certamente i mancati pagamenti, e le altre marachelle amministrative degli ufficiali e dei furieri. In una piccola amministrazione con un'occhiata ci si rende conto delle entrate e delle uscite e il diritto di controllo dei contribuenti o degli interessati non è ostacolato dai complicati passaggi burocratici.

Il sistema federale ha un valore sociale, educativo oltre che un valore economico.
Tutta questa partecipazione dei cittadini alla vita amministrativa della nazione contribuisce a sviluppare e migliorare le loro capacità civili. «Nel sistema federale - scrive Gaetano Salvemini - il cittadino si educa alla vita pubblica, è lui che amministra se stesso, si avvezza a contare solo sulla propria iniziativa e non su quella di un'autorità lontana; e nello stesso tempo che si sviluppa in lui il sentimento della propria individualità, si avvede che egli non è un atomo avulso da altri atomi e unito con un punto centrale, ma fa parte di un sistema molto più complesso nel quale egli è strettamente solidale col suo vicino, e poi cogli altri meno vicini, e poi cogli altri più lontani: il sentimento dell'autonomia individuale si feconderà quindi in lui col sentimento della solidarietà sociale».

Il concetto di autonomia, mentre prende una sempre maggiore importanza nel campo delle scienze giuridiche, tende a uscire dal campo chiuso del diritto per entrare nel campo più vasto e più fecondo dell'economia politica. Solo su questo campo l'autonomia può trovare il suo fondamento stabile, naturale, e divenire una costruzione reale. Molti insigni studiosi e pensatori studiano il movimento corporativo contemporaneo e ne seguono lo sviluppo, nei suoi vari aspetti e nelle sue molteplici forme, e riconoscono che la suprema sovranità dello Stato va declinando, ed alcuni, che considerano la sovranità statale come una gloriosa conquista del costituzionalismo moderno, temono l'autonomia che ricondurrebbe, secondo loro, la società odierna al Medioevo. Questa tendenza della vita politica a ritornare all'autonomia dell'epoca dei Comuni non è un passo indietro bensì uno slancio in avanti; è un salutare ricorso che ha in sé la possibilità di restaurare le ragioni intime, le condizioni reali della sua esistenza.

L'autonomia è il substrato su cui poggerà l'edificio della politica; ne sarà la base naturale e solida. Una ricostruzione realistica della politica basata sul concetto autonomista mentre deve attingere in parecchi riscontri della nostra vita moderna, non deve mancare di trarre materiale dagli esempi del passato, del nostro passato nazionale. Il nostro Medioevo, nel periodo detto: dei Comuni, ci offre un modello di libera costituzione politica, benché non ne conosciamo ancora profondamente la sua intima struttura storica.
Storici e politici hanno svisata la verità storica, con le loro manipolazioni accademiche, sì che ancora oggi, per colpa della storia ad usum delphiniil Medioevo è sinonimo di oscurantismo e di barbarie.

La storia moderna ha fatto uscire il Medioevo dall'oscurità e dall'oblìo sì che oggi risplende di nuova e viva luce in faccia alla vita e alla cultura moderna. La scienza storica ci ha dimostrato che l'autonomia fu la nota dominante, il principale elemento costitutivo della vita pubblica dei nostri comuni medioevali, e che essa fu un'idea-forza ed un fatto vissuto che lasciò un'eredità grandiosa nel campo del Diritto, della politica e dell'arte.

L'autonomia fu l'espressione e la condizione sufficiente dell'affermarsi e dello svolgersi della libertà e dell'associazione. Cause esteriori e deficienze congenite compressero, arrestarono, annullarono gli impulsi, gli slanci vitali che avevano resa la vita dei Comuni libera, forte e ricca, ma ciò non toglie che l'epoca dei Comuni rimanga a dimostrare gli influssi benefici dell'autonomia comunale.

L'idea dello Stato è più che mai viva nella mentalità scientifica e politica delle classi dominanti ed è la spina dorsale del comunismo legalitario e accentratore. Vi è però, ed è fortissima, una forza decentratrice, un elemento di autonomia nella natura del popolo italiano e nelle condizioni geografico-economiche della nostra penisola. I teorici dell'autonomia hanno fatto molta accademia ed hanno visto in essa più un concetto giuridico che un concetto politico e sociale, come è invece in realtà e come si mostra a chi lo consideri da un punto di vista più ampio e comprensivo di quello dei giuristi, degli economisti e dei politici di gabinetto e da accademia.

Il concetto nostro di autonomia è più ampio e più libertario di quello che hanno coloro pei quali l'autonomia rappresenta la restaurazione dell'indipendenza regionale, ma è certo che l'autonomia amministrativa e legislativa delle singole regioni è atta a favorire quella dei singoli comuni, dei singoli consigli e sindacati, sì che si giunga ad una forma piramidale di Confederazione la cui base poggi sulla volontà associativa e la reciprocanza d'interessi dei cittadini ed il cui vertice sia rappresentato da un organo centrale di consultazione o di esecuzione, ma non di comando vero e proprio. La vera libertà si esplica ed è tutelata solo nell'autonomia, nelle sue varie forme federative. All'individualismo classico, ormai sorpassato dallo spirito societarista del secolo, occorre sostituire l'individualismo, o per meglio dire il liberismo dei gruppi, delle corporazioni, dei consigli, dei Comuni. L'attuazione pratica del concetto di autonomia attende le sue prove ed avrà le sue realizzazioni. Per ora combattiamo lo spirito accentratore del socialismo statale e seguiamo le correnti autonomiste che vanno determinandosi nella vita politica ed economica odierna con attenzione e spirito critico.

Un giurista francese, il Boncourt, afferma che «la società contemporanea è incamminata verso un decentramento completo, un federalismo integrale, corporativo ed amministrativo insieme», ed altri insigni cultori di scienze giuridiche, economiche, politiche, valorizzano il programma decentratore e federalista del comunismo libertario, programma che potrà trovare un innesto fecondo nel pensiero federalista repubblicano del Cattaneo e del Ferrari e potrà trovare elementi di vita nel tesoro di esperienze autonomiste e federaliste che ci offre la storia dei Comuni medioevali.

 


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